La Terza guerra mondiale a pezzi. La grande turbolenza globale: cronache e commenti, Marco OriolesProf. Marco Orioles, Lei è autore del libro La Terza guerra mondiale a pezzi. La grande turbolenza globale: cronache e commenti, edito da Rubbettino: cosa si intende con l’espressione «terza guerra mondiale a pezzi»?
Non è un’espressione mia ma di un’autorità morale indiscussa che è anche un acuto osservatore del mondo contemporaneo: Papa Francesco. Io l’ho fatta mia e l’ho elevata a paradigma, a cornice interpretativa di una serie di vicende e fatti preoccupanti che hanno agitato la scena internazionale negli ultimi anni. Vicende e fatti che hanno nella conflittualità, ad ogni livello, il loro denominatore comune: sono tutti parte integrante, per l’appunto, di una “terza guerra mondiale”, combattuta però “a pezzi”. Ossia, non in unico teatro, ma su più fronti, collocati su un vasto ambito geografico, distribuito su più continenti. A caratterizzare questa inedita guerra è il suo manifestarsi in tutte le forme possibili. Abbiamo anzitutto un conflitto “convenzionale” ovvero “simmetrico” – è il caso della Siria – con eserciti schierati sul terreno da parte della superpotenza globale, gli Usa, e del suo rivale strategico, la Russia, affiancati da tutta una serie di attori locali e regionali, che si contendono il controllo di un Paese chiave, affacciato sul Mediterraneo, nel cuore del Levante. In questo conflitto si iscrive poi un’altra forma di guerra, quella “asimmetrica” condotta dalle forze del terrorismo jihadista, che colpisce i suoi nemici con gli attentati e con una propaganda martellante e iper-moderna, ma che dal 2013 ha conosciuto una singolare evoluzione, trasferendosi sul piano del conflitto simmetrico: l’Isis, di questo stiamo parlando, ha assunto la forma di uno Stato, munito di un esercito abile e spietato che ha combattuto i suoi avversari in campo aperto, con una pletora di strumenti militari di tipo tradizionale. Abbiamo, poi, una guerra “ibrida” – quella in corso nel Donbass, in Ucraina – dove la guerra tradizionale, armata, è affiancata dalle forme postmoderne del conflitto, come quelle iscritte nella sfera cyber, che fanno leva anche sulla disinformazione e sulla manipolazione della verità. Da quando Donald Trump è alla Casa Bianca, è esplosa poi una nuova versione di guerra “fredda”, quella in corso contro la superpotenza rivale cinese, la cui ascesa l’America sta cercando di ostacolare in tutti i modi: con una guerra “commerciale”, combattuta a colpi di dazi, e con una “tecnologica”, mirata a impedire ai colossi delle telecomunicazioni del Dragone, Huawei e Zte, di controllare nel mondo le infrastrutture per la rete mobile di quinta generazione, il 5G, per impedire al Partito Comunista cinese di violare la sicurezza informatica e delle comunicazioni. Infine, non dimentichiamo che nel mondo contemporaneo aleggia lo spettro della guerra “nucleare”: l’avvento al potere di Trump è stato segnato dalla sfida lanciatagli dal dittatore nordcoreano Kim Jong-un, detentore di un inquietante arsenale nucleare e missilistico con cui minaccia la pace in una regione nevralgica del pianeta, minando seriamente la Pax americana. Messi insieme, tutti questi conflitti configurano, per l’appunto, una singolare guerra mondiale ma “a pezzi”, di cui parlo diffusamente nel mio libro.

Il suo libro costituisce un atlante delle crisi, dei protagonisti e delle forze che si misurano sulla scena del mondo contemporaneo: quali scontri sono in atto?
Un terzo del mio libro è occupato dalla narrazione dell’offensiva terroristica dell’Isis in Occidente: vengono rievocati i principali attentati messi a segno dalla formazione jihadista in Europa (Parigi, Bruxelles, Berlino, Londra, Barcellona, Nizza) e in America (San Bernardino, New York). Questi episodi, che tanto allarme hanno suscitato nelle opinioni pubbliche, hanno segnato l’apogeo di un movimento sorto con l’ambizione di sconquassare gli equilibri geopolitici. L’obiettivo dell’Isis, non dimentichiamolo, era la nascita e l’espansione di un nuovo impero islamico destinato a spazzare via gli Stati moderni a maggioranza musulmana per sostituirli con un’entità politico-religiosa che unificasse sotto un singolo comando i territori della Mezzaluna, dal Marocco all’Indonesia. Una sfida di portata storica che ha necessariamente comportato una reazione dell’Occidente e in particolare degli Stati Uniti, in qualità di garanti dell’ordine mondiale. Il sangue versato nelle nostre strade e città è il tributo che abbiamo pagato ad una sovversione animata da un’ideologia mortifera, il jihadismo, che ha ribaltato il segno del vittimismo islamico, sorto secoli fa a causa dell’ascesa poderosa dell’Occidente che ha messo in ombra i fasti della storia islamica, facendone l’ingrediente fondamentale di un progetto di revisione degli assetti globali in cui il califfato, la creatura politica dell’Isis sorta nel 2014 a cavallo di Siria ed Iraq, sarebbe stato il protagonista indiscusso. Secondo me gli storici avranno molto lavoro da fare per ricostruire e interpretare questo spettacolare colpo di mano, fortunatamente fallito.

Come stanno cambiando gli equilibri geopolitici del mondo?
Il predominio geopolitico degli Stati Uniti, affermatosi dopo la seconda guerra mondiale e consolidatosi nei decenni successivi, è oggi apertamente sfidato dalla Federazione Russa alla cui testa c’è un leader, Vladimir Putin, ossessionato dall’idea di restaurare i fasti dell’Impero sovietico, di ripristinare la grandezza di una Russia che per secoli è stata capace di incutere timore e che, nell’era del comunismo, si era imposta a capo di un blocco di paesi che rappresentava l’alternativa ideologica, politica, economica, diplomatica e militare al blocco delle democrazie di mercato. Ma il guanto di sfida di Putin a Washington non riuscirà nel suo intento, per ragioni oggettive: impossibile ripristinare lo status quo ante di prima del 1989 in cui due potenze globali si contendevano la lealtà di tutti gli altri. Non può succedere per due motivi: perché la Russia è ormai solo una potenza regionale, dal potere limitato, attorniata da pochi clientes; e perché, ai suoi confini, si staglia una vera superpotenza, la Cina, che mira apertamente ad un ruolo di predomino sugli affari mondiali. Il dibattito di questi giorni in Italia sulla nostra partecipazione alle Nuove Vie della Seta cinesi è da questo punto di vista emblematico: stiamo per saltare, primo Paese del G7 a farlo, sul carro di Pechino, aderendo al progetto bandiera del presidente Xi Jinping che mira apertamente a unificare, sotto egida cinese, Europa ed Asia. I moniti di Washington, che pretenderebbe che il nostro governo non firmasse il Memorandum d’intesa che dovrebbe regolamentare la cooperazione italo-cinese sulle Vie della Seta, è sintomatico dell’atteggiamento dell’impero americano che esige la fedeltà dai suoi alleati storici tentati dall’abbraccio cinese. Il fatto che Roma stia resistendo alle pressioni Usa evidenzia una potenziale crepa negli equilibri mondiali incentrati sulla primazia dell’asse euratlantico e sul ruolo della Nato come alleanza delle democrazie occidentali. Ne vedremo delle belle.

Cosa ha significato la guerra civile siriana per la nostra epoca?
Orrore, orrore, orrore. Un intero capitolo del mio libro è dedicato agli ultimi sviluppi di un conflitto brutale che non ha significato solo immani perdite umane, ma anche lo sradicamento di undici milioni di persone dalla propria terra, sei delle quali rifugiatesi oltre confine. Un dramma di proporzioni apocalittiche consumatosi a poche centinaia di miglia dalle nostre coste diventate, nei giorni dell’emergenza del 2015-6, altrettanti punti di approdo di masse di disperati in fuga dalla brutalità del conflitto. Non posso dimenticare, come tanti, il piccolo Aylan Kurdi, il bambino curdo affogato a Bodrum, il cui corpo senza vita fu immortalato in uno scatto diventato subito l’emblema di una tragedia collettiva in cui l’Europa è stata immersa fino al collo, se non altro come destinataria dei flussi di uscita dalla Siria.

Il Medio Oriente è vittima di lacerazioni sempre più profonde: qual è la chiave di lettura corretta dei conflitti in atto?
In Medio Oriente si sta consumando uno scontro tra regimi laici e forze islamiste che si contendono il controllo di una regione chiave del mondo. L’innesco è arrivato dalle Primavere arabe, che portarono al fulmineo tracollo degli uomini forti di paesi come Tunisia, Egitto, Libia, al potere da decenni, e segnarono l’inizio di una nuova era segnata dalla competizione per accaparrarsi il comando. L’elezione nel 2012 a presidente egiziano del candidato della Fratellanza Musulmana, antesignano dell’islam politico, ha rappresentato l’equivalente di una bomba atomica. Non è un caso che Mohammed Morsi è rimasto al potere per un solo anno, liquidato da un golpe militare salutato da molti regimi della regione come unico rimedio per impedire il protrarsi di una deriva islamista che aveva intanto contagiato altri Paesi come la Libia.  L’Islam al potere ha spaventato persino l’Arabia Saudita, incarnazione primigenia di un governo islamico di stampo fondamentalista. L’avvento al potere a Riad del principe ereditario Mohammed bin Salman, nel 2017, rappresenta la risposta di un regno spaventato dalle forze che agitano il Medio Oriente contemporaneo, un regno che oggi gioca la carta della moderazione per aggrapparsi al potere e non perdere la fedeltà di un popolo giovane che usa Twitter e aspira a maggiori libertà.

Quanto dobbiamo preoccuparci della disinformazione e dei cyberattacchi russi e della tenuta delle democrazie occidentali?
Come dicevo prima, la terza guerra mondiale si combatte anche nella sfera cyber. Nel bilancio militare delle grandi come delle piccole potenze, aumentano sempre più gli stanziamenti per combattere e prevenire le guerre informatiche, che sono ancora più insidiose delle guerre convenzionali. Pensate solo ad un virus informatico che paralizzasse la rete elettrica di un grande paese, seminando il caos. Non si tratta di scenari fantascientifici, ma di realtà ormai quotidiana animata da una folta schiera di cyberguerrieri, siano essi ufficiali con le stellette o hacker al soldo di governi senza scrupoli. Nel mio libro parlo di un episodio in particolare, la disinformazione russa che ha preso di mira le elezioni presidenziali americane del 2016. Elezioni inquinate dalle manovre della “fabbrica dei troll” di San Pietroburgo che, su input del Cremlino, ha inondato i social di messaggi propagandistici in lingua inglese – presentati come se fossero realizzati da normali utenti americani – finalizzati a seminare zizzania, intorbidare le acque e favorire così reazioni emotive, di pancia, che propiziassero il voto per il candidato gradito a Putin, ossia Donald Trump. Io sono cresciuto con il mito di Blade Runner, film straordinario che ritraeva la Los Angeles iper-tecnologica del futuro. Ecco, il futuro è cominciato, e non è affatto un bel vedere.

Sociologo, giornalista, docente all’Università di Udine, Marco Orioles si occupa di politica nazionale ed internazionale, immigrazione, islam, terrorismo. Editorialista del “Messaggero Veneto” e de “Il Piccolo”, collabora anche con “Start Magazine”, “Policy Maker”, ed “Il Friuli”. Tra i suoi scritti più recenti, si segnalano due libri sulle seconde generazioni di immigrati in Italia (“La seconda generazione di migranti: verso quale integrazione?”, Carocci, 2014; “E dei figli, che ne facciamo?”, Aracne, 2015) e un’incursione nella narrativa (“Io ero Charlie. Monologo dall’oltretomba del direttore di Charlie Hebdo”, L’Orto della Cultura, 2016).