La terra non è mai sporca, Carola Benedetto, Luciana CilentoLa Terra non è mai sporca trabocca di musica. Intrecciata tra le parole di ogni singolo racconto, nei ricordi di ogni viaggio, tirata in ballo dai musicisti che condividono il loro rapporto con la Terra. C’è un legame consistente fra musica e terra, sono cellule del medesimo corpo. E da parte nostra non siamo mai riuscite a scrivere di lei senza avere musica che ci girasse attorno. A volte era scelta da noi, colonna sonora dei nostri viaggi per andare a incontrare un ospite, a volte era quella dei protagonisti, che di musica e di terra hanno impastato il loro tempo e il loro modo di stare nel mondo.

In macchina c’è quasi sempre. Migliaia e migliaia di chilometri di radio ad accompagnare visioni e progetti, e poi cd mirati per un certo tipo di paesaggio, adatti all’umore di quel momento, della stagione, del percorso e dell’ospite da incontrare. Il mood è scelto con cura e si alterna sempre a lunghi tragitti di silenzio, dove solo la strada ci fa compagnia.

Ancora nelle orecchie girano i Depeche Mode, sound-track del primo viaggio tra le curve del Monferrato, dove vive Paolo Marin. Il giallo delle messi, le balle di paglia rotonde – come ruote pronte a partire -, nella luce giallo-rosata dell’imbrunire. Try walking in my shoes dicono sornioni e noi sì, ci abbiamo proprio provato a metterci nei panni degli ospiti.

I Depeche, complice un amore smisurato di Luciana, rimangono per tutta la stesura del libro. Dal Piemonte a Roma per intervistare Roberto Moncalvo, ad esempio, e sono un cd caldissimo mentre ci addentriamo nei Paesi Bassi per incontrare Jorge Bakker ad Amsterdam e vedere la sua “foresta galleggiante” nel porto antico di Rotterdam. Attraversando una natura ordinata e artificiale, ricca di corsi d’acqua, circondate da oche, cavalli, anatre e mucche – perché vacche proprio non ci piace -, cerchiamo una musica rarefatta, elettrica e a tratti ipnotica. Quando i ragazzi di Basildon riposano, dal porta-oggetti esce “Odd To Love”, l’album di Tenedle dedicato alla poesia di Emily Dickinson, dove la tromba di Bert Lochs ricorda il sole che spalanca l’orizzonte e subito scompare, coperto da nuvole di passaggio. Da Tenedle scivoliamo, e indugiamo a lungo, nei PASE (Piccoli Animali Senza Espressione), che con il pop-elettronico d’autore di “Sveglio fantasma” espandono la terra nei rintocchi del basso di Andrea Fusario, e per noi ormai sapranno sempre di laguna e di pioggia dal Nord.

Qualche settimana più tardi, nel pieno caldo di fine luglio, il libro ci porta da Nahal Tajadod e Jean-Claude Carrière, nel Midi francese, dove la graduale vittoria del clima caldo del Sud di colpo brucia i colori della campagna. La Radio francese è abbastanza una tortura e noi buttiamo dentro “Tutti su per terra” degli Eugenio in Via di Gioia, con l’atteggiamento scientifico della fase esplorativa. Ma già a sera canticchiamo “Scivola”, cercando furtive tracce di colline lisce come gambe di una soubrette.

Quella delle Terre Traverse, fra Parma e Piacenza, è una pianura piatta e sofferta, una coperta a scacchi irregolari su tutte le tonalità del verde tenue e del marrone, che attraversiamo inondate delle note di Giuseppe Verdi. Percorriamo la sua pianuraccia ricordando che la donna è mobile, ed effettivamente noi ferme non lo siamo mai. I suoi archi ritmati ed espressivi, i fiati che coprono tempi in cui la mente si perde, sono una vera delizia. E fra il Fontanile Verdi e i resti di un suo podere sull’Ongina, scopriamo che il compositore è tutto musica e terra, senza distinzione.

Con Catriona Patterson di Creative Carbon Scotland ci siamo conosciute proprio con la musica. Era il Fringe di Edimburgo 2014, e le atmosfere del nostro musical “Song of the Earth” – un titolo che oggi ci appare più che mai significativo –, risuonavano all’Istituto Italiano di Cultura attraverso le composizioni di Susanna Paisio, attrice e soprano elettro-pop, per chiudersi nella viscerale estasi di “Yet can I hear” di Patti Smith. Tree of hope, Tree of life, Tree of child play, Your branches are arms that embrace the holy night, Your roots circulate life…

Ecco la voce della Terra, forte e permanente. Il canto dei torrenti e degli uccelli dell’Ardèche mentre ci avviciniamo alla dimora di Pierre Rabhi, al suo rustico inerpicato ed esposto a un vento costante. Lassù non serve musica. Basta la voce di Pierre, le note calde della sua saggezza, la sensatezza pacata che calma le nostre menti in cerca di risposte. Veniamo via in silenzio, ristorate dal suono della sua anima pulita e composta.

Carola Benedetto e Luciana Ciliento