La svolta del 1938. Fascismo, cattolicesimo e antisemitismo, Gabriele Rigano, Andrea RiccardiProf. Gabriele Rigano, Lei ha curato con Andrea Riccardi l’edizione del libro La svolta del 1938. Fascismo, cattolicesimo e antisemitismo pubblicato da Guerini e Associati: come reagì il mondo cattolico italiano all’introduzione delle leggi razziali?
Poco più di 80 anni fa in Italia venne varata dal fascismo la legislazione razzista e antisemita. Le reazioni del mondo cattolico furono molto diversificate. Spesso si guarda al cattolicesimo italiano come se fosse monolitico, ma il cattolicesimo è stato sempre caratterizzato da una grande complessità e da diverse articolazioni. C’è una dimensione verticale, legata all’organizzazione gerarchica, che parte dal papa, vescovo di Roma e primate d’Italia, passa per la Segreteria di Stato vaticana, organo centrale del governo della chiesa universale, ma allo stesso tempo con un ruolo importante, in quel periodo, nelle faccende della chiesa italiana, che non aveva, all’epoca, un’istituzione di coordinamento come è oggi la Conferenza episcopale italiana. Quindi i vescovi italiani sono indirizzati dalla Segreteria di Stato. Al di sotto dei vescovi il clero e le organizzazioni dell’Azione Cattolica e la stampa, diocesana e nazionale. Poi c’è una dimensione orizzontale, che è quella territoriale, basata sulle parrocchie, gli ordini religiosi, maschili e femminili, le confraternite. Si tratta quindi di un mondo complesso, variegato, con diverse sensibilità, diverse spiritualità, e diversi punti di vista. In tutto questo il papato, non è solo un elemento di direzione, ma rappresenta un punto di coordinamento che indica delle posizioni di principio, tenendo sempre presente la complessità del mondo cattolico e il valore dell’unità. Non sempre la sensibilità e le posizioni del centro vengono recepite in maniera meccanica dalla periferia e non sempre le istanze espresse dalla periferia giungono al centro. Questo fino a che le questioni non vengono definite sul piano dottrinale da un documento ufficiale, come un’enciclica.

Questa è l’indispensabile premessa per capire come il mondo cattolico abbia reagito alle lezzi razziste. Ma la questione deve essere posta correttamente individuando la complessità del tema al centro dell’attenzione, che va analizzato sotto due punti di vista, quello del razzismo e quello dell’antisemitismo. Sul razzismo il mondo cattolico aveva una posizione dottrinale condivisa e abbastanza chiara nella condanna, dato che contraddiceva l’universalismo cristiano e l’intenso ministero missionario svolto senza distinzioni razziali, oltre che la narrazione biblica sull’origine dell’uomo di impostazione monogenista.

Sull’antisemitismo invece la questione era più complessa, dato che il mondo cattolico si trovava sotto il peso di una lunga tradizione di antigiudaismo ancora non superato, che, pur non essendo assimilabile all’antisemitismo, gli era senza dubbio contiguo. Il tradizionale antigiudaismo cattolico ha innervato la società medievale e di antico regime fino ai rivolgimenti rivoluzionari Sette-Ottocenteschi. Si tratta di un pregiudizio che ha origini teologiche, e un carattere prevalentemente religioso: il problema non sono gli ebrei nella loro essenza, ma nelle loro scelte religiose. La resistenza alla predicazione cristiana li condanna alla minorità sociale e politica: ma una via di fuga c’è, è il battesimo. Inoltre, la presenza degli ebrei, con la loro alterità e in condizioni di minorità giuridica, è giustificata nella societas cristiana come exemplum: con la loro condizione miserabile confermano le verità del cristianesimo. La loro presenza è legittimata teologicamente secondo le indicazioni di San’Agostino. Il luogo deputato alla loro presenza, in mancanza della rigenerazione offerta tramite il battesimo, è il ghetto. L’antigiudaismo si struttura su alcuni assi dottrinali. I più importanti sono l’accusa di deicidio con la conseguente maledizione divina e la teologia della sostituzione, che individua nella chiesa il nuovo popolo prescelto da Dio, con il conseguente superamento della vecchia Alleanza a favore della nuova, codificata nelle sacre scritture cristiane del Nuovo Testamento.

Tra Settecento e Ottocento si affaccia un nuovo attore che avrà un ruolo importante nelle vicende che stiamo approfondendo. Il nazionalismo infatti introduce delle novità importanti. Con l’affermarsi del nazionalismo l’alterità ebraica risulta ambigua e pericolosa per motivi ideologici, non più teologici. L’avversione contro gli ebrei si laicizza: gli ebrei, concepiti sempre più con categorie etnico-razziali, sono sospettati di costituire una nazione nella nazione, sono considerati degli estranei in casa; nell’immaginario nazionalista inoltre le comunità ebraiche nazionali rappresentavano delle quinte colonne di quello che comincia ad essere definito l’ebraismo internazionale. L’internazionalismo diventa quindi uno dei più fortunati caratteri affibbiati agli ebrei tra Ottocento e Novecento. Nella concezione del mondo nazionalista gli ebrei non trovavano un loro posto legittimo. Perché? La nazione all’epoca era definita da alcuni caratteri: un popolo, una lingua, una storia e un territorio. Agli ebrei per essere definiti una nazione mancava la terra, considerando che il sionismo era un fenomeno del tutto minoritario nello stesso mondo ebraico. Gli ebrei non avevano un territorio a cui aspirare. Inoltre non avevano una lingua comune, dato che l’ebraico era solo una lingua liturgica, poco conosciuta se non dagli addetti al culto. Per questo gli ebrei erano un popolo strano, sospetto, che viveva in mezzo ad altre nazioni come ospite, ma in fondo tramando sempre per fare gli interessi del così detto ebraismo internazionale. Per identificare l’ebreo si ricorre sempre più a categorie scientifico-biologiche di derivazione razzista. Nasce così l’antisemitismo laico, nazionalista e razzista, che si sostiene su una narrazione scientifica.

La scienza conferisce al discorso razzista e antisemita una patina di rispettabilità che altrimenti non avrebbe avuto. Le diversità chiaramente visibili, come il colore della pelle o l’incidenza di certe conformazioni fisiche, reali o presunte, come i caratteri fisiognomici e corporali per gli ebrei (conformazione del naso e della capigliatura, corporatura gracile per l’ebreo ortodosso dell’est, pingue per l’ebreo capitalista occidentale ecc.), si legano all’indole e alle qualità morali. I caratteri fisici così detti negroidi o ebraici sono legati alla decadenza, all’indolenza, alla voracità, all’odio, alla vendetta; in sostanza a qualità morali negative: dalla descrizione fisica di passa agli arbitrari giudizi di valore, il tutto giustificato dall’obiettività scientifica. In questa prospettiva l’avversione contro gli ebrei si ristruttura su base nazionalista e razziale. Il problema non sono più le scelte religiose dell’ebreo, ma l’ebreo in sé e per sé. Allora il battesimo non conta più: l’ebreo battezzato rimane ebreo, mentre per la chiesa l’ebreo battezzato non è più ebreo. In questa nuova concezione, nazionalista e razzista, che postula l’immutabilità dell’ebreo, l’unica soluzione possibile è la separazione totale, oppure, nella variante più estremista, l’eliminazione dell’ebraismo, come avverrà durante la seconda guerra mondiale.

La legislazione antiebraica del fascismo, come quella nazista, è su base razzista: ha una chiara impostazione antisemita, in cui il fattore religioso (il battesimo) interviene solo in ultima istanza a determinare l’appartenenza alla “razza” ebraica in alcuni casi particolari, come i figli di matrimoni misti. Gli ebrei convertiti al cattolicesimo, in base alle leggi antisemite fasciste del 1938, rimangono ebrei e sono sottoposti ai rigori della legge.

In questo contesto il mondo cattolico è costretto a confrontarsi con la propria tradizione antiebraica in relazione alle politiche antisemite del fascismo, dividendosi in tre correnti. Una frangia minoritaria appoggerà decisamente e senza esitazioni la politica del regime, assumendo posizioni esplicitamente razziste in cui anche il battesimo era sottoposto al sangue. Si tratta soprattutto di giornalisti e propagandisti molto vicini al regime, come Gino Sottochiesa. Il gruppo maggioritario, invece, assumerà una posizione di mediazione, cercando di mantenere un proprio profilo alternativo senza abbandonare la prospettiva antigiudaica, ma sostanzialmente accettando la politica razzista, considerandola comunque un passo in avanti rispetto alla soluzione liberale dell’emancipazione, anche se perfettibile perché non in linea con la tradizione antigiudaica della chiesa. Pensiamo a personaggi come il vescovo di Cremona, Giovanni Cazzani, o Agostino Gemelli, francescano e rettore dell’Università Cattolica di Milano, o ancora il gesuita, ex direttore della “Civiltà Cattolica”, Enrico Rosa. A terza corrente, minoritaria ma qualitativamente molto rilevante, un nome su tutti il papa Pio XI, cogliendo la natura intrinsecamente anticristiana dell’antisemitismo, nella sua ispirazione razzista, farà il grande salto avviandosi a superare anche la prospettiva del tradizionale antigiudaismo religioso e ponendo le basi degli sviluppi del dopoguerra, che troveranno la loro manifestazione piena nelle novità del Concilio Vaticano II.

La Santa Sede, sul piano diplomatico, assunse un atteggiamento pubblicamente critico sulla questione che direttamente la toccava: gli ebrei battezzati, e il vulnus al Concordato per il divieto dei matrimoni misti. Infatti il matrimonio tra due cattolici, di cui uno di origini ebraiche, cioè convertito, per la chiesa era sempre lecito, mentre la legislazione antisemita lo vietava, ricadendo gli ebrei convertiti sotto la legislazione razzista. Questo provocò un duro scontro tra Vaticano e fascismo, ma il papa aveva posto anche in precedenza la questione sul piano dei principi, denunciando l’incompatibilità tra dottrina cattolica e razzismo e sottoponendo a dura critica l’antisemitismo fascista. Nell’estate del 1938, di fronte alla prima affermazione pubblica dell’antisemitismo e del razzismo fascista, il cosiddetto Manifesto degli scienziati razzisti, il papa dichiarò: «Si tratta, ormai, di una forma di vera apostasia. Non è più soltanto una o l’altra idea errata, è tutto lo spirito della dottrina che è contrario alla fede di Cristo». Il papa aveva colto chiaramente che l’antisemitismo fascista metteva in discussione l’identità cattolica e la stessa chiesa era chiamata in causa, per gli stretti legami che di fatto la legavano alla tradizione ebraica a causa della sua origine semitica: era stata fondata infatti da un ebreo, gli apostoli erano tutti ebrei, così come la madre di Gesù, Maria; i testi sacri dell’ebraismo erano stati accolti nel canone biblico cristiano; le preghiere ebraiche, come i salmi, erano state assunte nella liturgia cristiana. In sostanza, come diceva Pio XI, i cristiani erano “spiritualmente semiti”, per questo il papa aveva progettato di pubblicare un’enciclica, quindi un documento ufficiale, sull’unità del genere umano per sconfessare l’antisemitismo. La sua morte però, all’inizio del 1939, bloccò questo progetto, che aveva trovato una forte resistenza nel preposito generale dei gesuiti, padre Ledochowski, di origine polacca e ferocemente antisemita. Come scrive Andrea Riccardi nel suo saggio: “Quello che angoscia Pio XI negli ultimi mesi di vita, la sua ‘ultima battaglia’ com’è stata definita, non è tanto il vulnus al concordato, ma quello inferto dall’antisemitismo all’identità cristiana attraverso il processo di desemitizzazione del cristianesimo, trasformandolo in una religione dai tratti nazionali, teutonici in Germania, latino-imperiali in Italia, patriottici nell’Europa dell’Est”.

Il papa non fu il solo a cogliere questo pericolo. Il giornale della Santa Sede, “L’Osservatore Romano”, si fece eco di questa posizione, facendo giungere al mondo cattolico le ansie del pontefice, attaccando ad esempio frontalmente la rivista “La Difesa della Razza”, l’organo sorto appositamente nell’estate del 1938 per volontà di Mussolini per sostenere la campagna razzista e antisemita del regime.

La sensibilità del papa era condivisa da ambienti cattolici colti e attenti all’ebraismo. Si pensi all’abate Ricciotti che, sin dal 1935, scriveva che “non si può abbattere l’intero Ebraismo senza abbattere una parte anche del Cristianesimo”, o allo storico Mario Bendiscioli, per cui – come scriveva nel 1936 – la “logica religiosa dell’antisemitismo” portava “al suo sfociare fatale nell’anticristianesimo”. Nella maggior parte del mondo cattolico però, come abbiamo detto, prevaleva l’idea di dare credito al fascismo, nella speranza che il regime accettasse di reimpostare la propria campagna antiebraica in linea con il tradizionale antigiudaismo religioso. Ma il fascismo aveva ormai imboccato la strada di un’alleanza sempre più stretta con il regime nazista e non accettava intromissioni cattoliche nelle proprie scelte politiche, come invece aveva fatto in passato. Il tradizionale antigiudaismo religioso e la mancanza di una chiara presa di posizione dottrinale, che Pio XI avrebbe voluto con l’enciclica sull’unità del genere umano, depotenziarono la resistenza cattolica alla campagna antisemita. Ma quella vicenda rappresenta un primo passo verso la disaffezione della chiesa per il fascismo e un momento importante che porterà in alcuni ambienti al superamento non solo delle tentazioni antisemite, ma anche dell’antigiudaismo, aprendo una prospettiva nuova nei rapporti tra ebrei e cattolici, nella consapevolezza di una radice comune per cui i cristiani dovevano riconoscersi “spiritualmente semiti”, come disse Pio XI nel settembre 1938.

Gabriele Rigano è professore associato di Storia contemporanea presso l’Università per stranieri di Perugia. È vicedirettore della rivista “Storia e politica. Annali della Fondazione Ugo La Malfa”. Si è occupato del movimento repubblicano italiano, del fascismo in Sardegna, della storia degli intellettuali e di storia politica e religiosa del Novecento, con particolare attenzione ai rapporti tra ebrei e cattolici e all’antisemitismo fascista. Ultimamente si è occupato della chiesa nella prima guerra mondiale. Tra le sue ultime pubblicazioni ricordiamo La svolta del 1938. Fascismo, cattolicesimo e antisemitismo, a cura di Andrea Riccardi e Gabriele Rigano, Guerini e Associati, Milano 2020.

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