“La svolta culturale. Come è cambiata la pratica storiografica” di Carlotta Sorba e Federico Mazzini

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Prof.ri Carlotta Sorba e Federico Mazzini, Voi siete autori del libro La svolta culturale. Come è cambiata la pratica storiografica edito da Laterza: quali relazioni intercorrono tra riflessioni teoriche e pratica storiografica?
La svolta culturale. Come è cambiata la pratica storiografica, Carlotta Sorba, Federico MazziniUno degli obiettivi del libro è argomentare che le relazioni tra riflessioni teoriche e pratica storiografica esistono e sono sempre esistite. Questo è chiaro a chiunque si occupi di storia professionalmente, ma forse lo è meno per chi pensi alla storia in maniera saltuaria o per i semplici appassionati. Per tanti osservatori il sapere storico è un sapere solo empirico: lo storico deve semplicemente raccontare quello che è successo, il reale spogliato da teorie o elucubrazioni filosofiche. E questa impressione non è casuale: dall’Ottocento e per buona parte del Novecento sono stati proprio gli storici a imporla. Il modello al tempo (e in parte anche oggi) erano le scienze “dure”: la fisica, la biologia, la matematica. Scienze apparentemente solo empiriche, che ammettevano un’unica verità ed escludevano interpretazioni contrastanti o teorie filosofiche.

Che la storia senza teorizzazione sia un paradosso è però facilmente provato. Partiamo da due premesse. 1) L’oggetto di studio dello storico è il passato. Tutto il passato, tutto quello che è accaduto, nella sua infinita complessità. 2) L’esito dello studio storico è una narrazione, spesso in forma scritta.

Va da sè che nessuna narrazione potrà mai rispecchiare fedelmente la complessità di quanto è accaduto. Parte integrante del lavoro storico è la scelta dei fatti da includere nella propria narrazione e quelli da escludere. E questa scelta è sempre legata a una teoria, a un’idea di che cosa sia il passato, di quali siano le relazioni tra i fatti e il loro significato – Hayden White, uno degli autori che trattiamo nel volume, chiamava questa idea la “prefigurazione del campo storico”.

Un amico forse ingenuo ma sinceramente curioso ha chiesto una volta a uno di noi: “Ma che senso ha studiare la prima guerra mondiale? Cosa c’è ancora da scoprire?”. Se la storia potesse esistere senza teorizzazione, senza interpretazioni contrastanti, la risposta sarebbe: “Nessuno”. Sarebbe possibile scrivere la storia definitiva della prima guerra mondiale e poi chiudere i libri, per riaprirli solo nel caso dagli archivi emergesse qualche rivoluzionaria scoperta. È ovvio che non è così.

Quale svolta culturale ha attraversato le scienze umane e sociali a partire dagli anni Settanta del Novecento?
Svolta culturale è un’espressione contenitore: ogni scienza umana e sociale ha conosciuto, tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Ottanta del Novecento, una propria “svolta”, con temi ed esiti spesso molto diversi. È tuttavia possibile individuare dei tratti comuni. Il primo è il riconoscimento di quanto dicevamo prima: le rappresentazioni e le interpretazioni sono parte integrante della ricerca sociale e umanistica. La scienza (anche quella “dura”) non è specchio della realtà, ma è una mediazione tra la realtà e un pubblico. Di qui deriva un’attenzione nuova a tutti gli elementi di mediazione. Il linguaggio: come le strutture della nostra lingua influenzano la percezione della realtà? La narrazione: come gli elementi stilistici, retorici e narratologici determinano la ricerca e la creazione del sapere? La ricerca: in che modo gli strumenti della ricerca determinano il reale prima ancora di svelarlo? E infine il ricercatore stesso: quale ruolo hanno il suo sguardo, la sua cultura, i suoi pregiudizi nella definizione di quanto definiamo “realtà”?

Non si trattava, già al tempo, di domande del tutto nuove, ma è all’incirca negli anni Settanta che queste acquisiscono una nuova importanza in svariate discipline, una massa critica che le ha portate al centro della costruzione del sapere umanistico negli ultimi cinquant’anni.

È facile sottovalutare, oggi, la portata di queste domande. Ma, come spieghiamo nel libro, esse hanno aperto nuove strade, dando ad esempio dignità scientifica allo studio delle rappresentazioni, delle emozioni, della memoria e inaugurando campi di studio oggi fondamentali, come i gender e i postcolonial studies. E hanno suscitato profondi timori, non ancora del tutto sopiti. Se la realtà è sempre mediata (peggio: sempre oggetto di mediazioni multiple) che fiducia possiamo avere nel suo potere di informare l’azione? Se narrazione e rappresentazione sono parte integrante del nostro processo di comprensione del mondo, non si corre il rischio di depotenziare il concetto stesso di realtà, frammentandolo in interpretazioni che si equivalgono l’un l’altra? Sono paure e dubbi che, al tempo delle fake news e della “realtà individualizzata” dei social network acquisiscono una nuova centralità. La conoscenza dei dibattiti che li hanno accompagnati al loro nascere può aiutare a comprenderli e forse, in parte, ad attenuarli.

Quali trasformazioni ha prodotto nel lavoro storico in termini di metodo, temi e fonti tale svolta culturale?
Parlando di svolta culturale, nel libro lo sottolineiamo più volte, ci riferiamo a trasformazioni che hanno conosciuto declinazioni in parte diverse nelle storiografie dei vari paesi. Tradizioni filosofiche e storiografiche risalenti hanno fatto sì che tale svolta sia stata vissuta con tempistiche e sensibilità anche molto differenti. Tra gli elementi comuni che cerchiamo di approfondire c’è innanzitutto una più forte tensione all’autoriflessività: l’idea che il lavoro storico richieda un controllo costante delle categorie, dei metodi e delle concettualizzazioni di cui fa uso. Questo ha inciso ovviamente anche sul piano delle fonti, nello stigmatizzarne un uso impressionistico e poco consapevole del peso che vi giocano produttori e contesti. Ma anche nell’ampliarne in modo sostanziale il quadro. L’idea che ormai si è imposta presso chi fa storia in modo professionale è che l’archivio a nostra disposizione possa e debba arricchirsi fruttuosamente di sempre nuovi oggetti documentari: non solo testi scritti ma visuali, materiali, sonori, audiovisivi e così via. Naturalmente non è affatto un percorso semplice; richiede una buona dose di immaginazione, che è l’altro elemento che mettiamo in evidenza come requisito importante per il lavoro storico. Per interrogare il passato è cruciale un costante sforzo immaginativo, che va indirizzato sia sul fronte documentario che nella scelta degli sguardi e dei punti di vista. Più ancora che temi nuovi la svolta culturale ha sollecitato infatti approcci rinnovati anche ai temi più classici: la guerra, la politica, le gerarchie sociali. Approcci che in primo luogo assumano e facciano propria l’idea che gli aspetti culturali hanno una propria autonomia e consistenza; certo, anche un legame stretto e significativo con gli aspetti socio-economici, ma non una subordinazione.

Quali sono i dibattiti e le tendenze più interessanti della pratica storiografica contemporanea?
Qui ovviamente entriamo nel campo della sensibilità storica di ognuno di noi e quindi è impossibile generalizzare. Alcuni percorsi che citiamo nel volume risultano per noi particolarmente promettenti, ma ce ne sono molti altri. Proviamo a fare qualche esempio.

Nel capitolo dedicato alla microstoria – una sfida storiografica italiana che ha avuto grande risonanza nel mondo – descriviamo gli avvicinamenti, su cui oggi molto si discute, tra la prospettiva micro, in cui l’analisi dello storico si concentra su contesti delimitati o su esperienze soggettive, e quella macro tipica della storia globale. Una vera svolta globale ha attraversato la storiografia nell’ultimo decennio focalizzando l’indagine, molto più di quanto si fosse mai fatto, sulle interazioni e le connessioni di lungo periodo tra le varie parti del mondo. Ma un’idea che si fa sempre più strada è quella di un recupero della microanalisi anche nei nuovi racconti storico-globali. Per recuperare le soggettività e le esperienze di uomini e donne o le specificità dei singoli contesti. Si pensi ad alcune biografie affascinanti come quella di Linda Colley su Elizabeth Marsh, una viaggiatrice settecentesca in costante movimento nel quadro dell’impero britannico; o alla splendida figura di Leone l’Africano, un esploratore cinquecentesco, ricostruita da Natalie Zemon Davies. Sono appunto vite globali, che testimoniano di incontri e mobilità tra le parti del globo e ne analizzano i circuiti, le esperienze, le trasformazioni. L’idea che ci sembra importante inoltre, e comincia ad essere sviluppata in molte ricerche attuali, è di guardare anche a singoli contesti locali, in età moderna o contemporanea, individuandone gli incroci e le connessioni con le realtà esterne, valorizzando la mobilità delle idee, delle persone, delle esperienze.

Un altro terreno in crescita, al seguito della svolta culturale, è quello della storia delle emozioni. Lo scriveva già Lucien Febvre nel 1942: lo storico doveva iniziare ad occuparsi della sensibilità di una determinata epoca, del modo di considerare e di vivere l’odio, la gelosia, la paura in contesti e cronologie diverse. Ma grandi passi in questa direzione sono stati fatti solo in anni recenti, grazie ad una più solida legittimazione di questo filone di studi a cui ora sono dedicati molti centri di ricerca in giro per il mondo.

Un ultimo esempio a cui accenniamo è quello della storia della memoria. Ogni società sviluppa propri modi di guardare e di conservare il passato. I modi che le società hanno di ricordare, di rappresentare e di rilavorare costantemente la propria storia è oggetto oggi di ricerche ed analisi sempre più sofisticate che appaiono di grande interesse.

Quale contributo offrono alla ricerca storica nuovi paradigmi come la Public History?
Non crediamo che la Public History si possa definire un paradigma, se con paradigma intendiamo, con Thomas Kuhn, un insieme di pratiche e rappresentazioni che permettono la creazione di un sapere. Il fenomeno della Public History ha, dal punto di vista accademico, poco a che vedere con la ricerca, e tutto a che vedere con la comunicazione. La storia e gli storici hanno sempre avuto un ruolo pubblico, una voce che va al di là dell’accademia, per parlare di volta in volta ai gruppi politici, ai portatori di interesse, agli appassionati, alla società nel suo complesso. E perché questa comunicazione fosse possibile lo storico ha sempre dovuto adattare il linguaggio e i temi ai propri diversi pubblici.

Questo non è cambiato. Ciò che è cambiato, con la cosiddetta “rivoluzione digitale”, è la varietà dei mezzi di comunicazione e, soprattutto, la facilità dell’accesso ad essi, sia per gli autori che per i lettori di storia. Lo storico non ha mai avuto il monopolio sul passato, ma il suo dominio su “ciò che è realmente accaduto” non è mai stato così evidentemente e costantemente messo in discussione: nel momento in cui chiunque può scrivere un saggio online con la ragionevole aspettativa che questo sarà letto da migliaia di persone su Wikipedia o su altre piattaforme, la tradizionale questione del ruolo pubblico dello storico professionista assume un’urgenza che prima probabilmente non aveva.

In secondo luogo è da ricordare quanto sia difficile, per un laureato in storia, trovare lavoro come “semplice” insegnante e ricercatore di storia. Sempre più spesso servono competenze complementari. È naturale che, nel nostro ruolo di formatori, vediamo la Public History come un’opportunità importante, un diverso e forse più flessibile sbocco al mercato del lavoro.

Il fenomeno della Public History rappresenta, insomma, il necessario e salutare riconoscimento di cambiamenti esterni alla disciplina, e del fatto che lo storico accademico non può esimersi dal cambiare egli stesso, acquisendo nuove capacità in campi che in passato gli erano probabilmente poco familiari: le reti informatiche, l’audio-visuale, l’interattività, il gioco. Ovviamente senza perdere le proprie priorità e competenze “tradizionali”.

Quale bilancio si può trarre dei vantaggi e delle ambiguità della svolta culturale?
La svolta culturale ha prodotto nel dibattito storiografico molte controversie e contrapposizioni anche violente, soprattutto a cavallo del millennio. Alla cosiddetta “deriva culturalista” si sono imputati rischi enormi: la destabilizzazione della nozione di verità storica, una sorta di identificazione tra storia e letteratura, la dissoluzione del sociale nella dimensione discorsiva (tutto è testo, non esiste una “realtà”). Ora, a distanza di tempo, ci è parso che le cose possano essere guardate con maggiore equilibrio. E dunque da un lato riconoscere che nelle suggestioni teoriche che alla storia venivano soprattutto dal poststrutturalismo non mancavano contraddizioni ben poco risolte (se tutto è linguaggio che fine fa il contesto, quale consistenza ha?); dall’altro che la storiografia, anche quella più simpatetica, aveva da subito mantenuto un atteggiamento molto più cauto e consapevole di tali rischi di quanto le polemiche un po’ stereotipate avessero colto. Fin dagli anni Novanta figure chiave della nuova storia culturale come Lynn Hunt o William Sewell avevano avanzato decise perplessità verso una sorta di dissoluzione del sociale nel linguaggio e avevano piuttosto indicato la necessità di includere in quanto definiamo come “cultura” anche le pratiche e le esperienze, e dunque la realtà sociale di singoli e dei gruppi. Non si trattava affatto di espellere il sociale a favore del culturale ma di ripensarli entrambi in un quadro concettualmente più consapevole. Allora quello che la svolta culturale ci ha lasciato, se cerchiamo di sfrondare le polemiche, sono alcuni elementi chiave per la storiografia contemporanea: il superamento delle grandi narrazioni ideologiche e teleologiche che a lungo hanno caratterizzato lo sguardo sul passato; una più forte attenzione agli attori sociali, alle loro esperienze e alla fluidità delle identità collettive; il rigetto dell’essenzialismo e l’attenzione per la costruzione storica e culturale delle identità. Lo dice benissimo Kevin Passmore, uno storico inglese che abbiamo più volte citato nel volume. L’impatto del postrutturalismo ha fatto sì che “non [sia] più possibile pensare agli uomini come naturalmente aggressivi, alle donne come naturalmente materne, ai lavoratori come naturalmente socialisti o ai Celti come naturalmente selvaggi”.

Carlotta Sorba insegna Storia e teoria culturale all’Università di Padova, dove dirige il Centro interuniversitario di Storia culturale che promuove e valorizza gli studi di storia culturale in Italia. È autrice di Il melodramma della nazione. Politica e sentimenti nell’Italia del Risorgimento (2015, Premio Sissco 2016).
Federico Mazzini insegna Digital History e Storia dei media e della comunicazione all’Università di Padova. Ha pubblicato
Cose de laltro mondo. Una cultura di guerra attraverso la scrittura popolare trentina 1914-1918 (ETS 2013) e Una guerra di meraviglie? (Orthotes 2017).

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