Prof. Stefano Calabrese, Lei è autore del libro La suspense edito da Carocci: cos’è la suspense?
La suspense, Stefano CalabreseCon il termine inglese suspense si intende l’effetto risultante dall’immersione temporale e affettiva del lettore/spettatore in una narrazione, al punto da generare in lui il desiderio di conoscerne gli esiti. Presente in molteplici generi letterari e filmici, e storicamente nota sin dalla classicità greca, la suspense rappresenta un’emozione o stato mentale che deriva dall’attesa circa lo svolgimento o l’esito di un’azione: si ha suspense quando un determinato esito è possibile ma non è certo che si realizzi, o quando un dato esito è noto ma non si sa come e quando sia accaduto ciò che l’ha determinato. La suspense non dipende dai contenuti della storia bensì dall’articolazione temporale dei temi, dalle risposte lasciate in sospeso dal narratore e dai tranelli interpretativi creati appositamente per deviare, rallentare o addirittura inquinare la narrazione di ciò che si suppone essere “realmente” accaduto.

Qual è la funzione emotiva e cognitiva della suspense?
Esistono due modi opposti di considerare la suspense, a seconda che sia calda o fredda, emotiva o cognitiva.
La suspense emotiva si ha quando il narratore-personaggio tiene il lettore all’oscuro non solo sul momento in cui qualcosa accadrà, ma soprattutto su che cosa accadrà. Di fronte all’imprevedibilità più radicale e per così dire bendato, il lettore si abbandona a questa forma di suspense in uno stato di estrema vulnerabilità emotiva, che conduce alla sua paralisi di fronte a una emozione di paura non bilanciata da un’altrettanto forte emozione di speranza. Per questa sua fisicità, che al tempo stesso presuppone una diminuzione delle prestazioni cognitive del lettore, la suspense emotiva è considerata letterariamente inferiore alle altre modalità e a opinione di molti studiosi contraddistinguerebbe il genere horror, cioè un format narrativo il cui scopo non è di mettere il destinatario di fronte all’ignoto, bensì di rappresentare il terrore allo stato puro, che rende poco reattivo chi lo prova e azzera le sue capacità di autocontrollo. Basti pensare a Stephen King.

La suspense cognitiva è la tipologia più diffusa di suspense, quella in cui il destinatario è più e meglio informato degli accadimenti che non coloro che ne sono i protagonisti: il narratore apre una specie di doppio canale comunicativo e da un lato dispone i fatti, dall’altro la conoscenza di essi – ciò che mette il lettore/spettatore in una posizione del tutto privilegiata. Ci troviamo evidentemente nei territori di una suspense a lungo praticata dall’epica classica e funzionale a mettere il destinatario della storia in una condizione di tranquillità: gli è permesso di predire il futuro del personaggio e persino di provare angoscia per ciò che gli accadrà, ma mai di provare incertezza o di nutrire dubbi. È del tutto evidente che una asimmetria di tipo conoscitivo tra personaggio e destinatario crea una paritetica asimmetria emozionale, poichè mentre i personaggi percepiscono come traumatiche e inattese le vicende che loro occorrono, il destinatario, essendone già informato, le osserva con un autocontrollo maggiore. La suspense cognitiva è stata del tutto dominante nei decenni fondativi della detective story tra Conan Doyle e Agatha Christie.

Quali sono le origini della suspense?
Se si trascurano piccoli episodi della classicità (ad esempio le tragedie di Euripide) o della prima modernità (con l’invenzione del cosiddetto entrelacement da parte di Boiardo e poi Ariosto), la suspense nasce e si sviluppa nell’Ottocento dal feuilleton francese, dando luogo a intrecci incentrati sul triangolo delitto-indagine-riparazione in almeno tre varianti: il “romanzo-enigma”, fondato sulla dimensione del passato, che ha come obiettivo la conoscenza di chi ha commesso il delitto e delle modalità messe in pratica; il noir, incentrato sulla dimensione del presente, dove l’azione predomina rispetto a chi la compie; il “romanzo di suspense”, incentrato sulla dimensione del futuro, in cui il fine è la prevenzione dell’atto criminoso. Inoltre, la detective story (comprensiva indistintamente del giallo e del poliziesco) diviene predominante nell’Ottocento, quando la realtà stessa appare come una trama occulta di avvenimenti decisi chissà dove e da chi, quando il cittadino normale non riesce a controllare la verità di ciò che lo circonda (ad esempio il valore della cartamoneta, i flussi finanziari delle banche, i codici semiotici degli ordini professionali), quando la narrazione d’indagine punta tutte le sue carte sull’accertamento della verità. Verità e sicurezza rappresentano le principali remunerazioni che i lettori di narrazioni a struttura sospesa si attendono in quest’epoca, che non per caso vede la genesi sia dei corpi di polizia (solo nel 1840 si forma a Londra un dipartimento di Metropolitan Police).

Alfred Hitchcock era un maestro della suspense.
Potremmo dire che gli hashtag dell’opera di Hitchcock siano ‘ansia’ e ‘impotenza’: per questo grande maestro della suspense novecentesca per coinvolgere lo spettatore bisognava fare in modo che egli ‘ne sapesse di più’ del protagonista del film: contrariamente all’estetica del mistero e alla detective story, agli occhi di Hitchcock le narrazioni fondate sulla suspense avrebbero il vantaggio di operare uno stretto controllo delle emozioni in ragione del fatto che i destinatari sono informati preventivamente di ciò che sta per accadere. Come disse nel corso di una celebre intervista a Truffaut: “Si tratta di dare al pubblico un’informazione che i personaggi della storia non sanno ancora; mediante questa regola il pubblico ne sa di più dei protagonisti e può porsi con maggiore interesse la domanda: ‘Come si potrà risolvere questa situazione?'” Si pensi a La finestra sul cortile (1954): prima si informa il lettore/spettatore relativamente a fatti e condizioni che il protagonista ancora ignora; poi – in questa condizione letterale di sospensione, in cui il ‘sapere’ si separa dal ‘fare’ – gli si fa prendere le distanze da un personaggio da cui lo divide un indubbio privilegio conoscitivo e nel quale non può certo identificarsi; in seguito, la sua superiorità “epistemica” si raddoppia su quella del protagonista (James Stewart), bloccato su una sedia per un arto fratturato, e mostra in modo quasi doloroso a entrambi la difficoltà di intervenire nella storia per evitare un evento infausto o la fuga del colpevole; è solo a questo punto che la vicarious suspense dello spettatore si trasforma in un’ansia quasi genitoriale per un figlio minore, contraddistinto ai suoi occhi solo da una struggente vulnerabilità.

Nel Suo libro Lei parla di “trionfo attuale della suspense”: cosa intende?
Potremmo dunque affermare, con un’immagine suggestiva, che la suspense è la banda larga della letteratura attuale: veicola e canalizza tutto in un’unica autostrada narrativa, la cui portata è illimitata. La profusione di detective stories e l’attuale successo dei meccanismi di suspense sia nel cinema che in letteratura – in Italia si pensi al successo di narratori diversi tra loro ma tutti suspense oriented come Giancarlo De Cataldo, Gianrico Carofiglio, Andrea Camilleri e Carlo Lucarelli – indicano come i lettori abbiano bisogno di possedere mappe cognitive e previsionali che consentano loro di raccogliere, rielaborare, narrativizzare le informazioni necessarie per dare un senso alla propria esperienza. Il successo attuale della suspense è dovuto infatti ai processi antropologici di profonda trasformazione delle categorie spazio-temporali, e soprattutto alla perdita delle “durate”, cui si tenterebbe di porre rimedio sia attraverso il rinvio del soddisfacimento, sia introducendo un intervallo temporale tra qualcosa e la sua accessibilità.