La straniera, Claudia Durastanti, trama, recensione«La storia di una famiglia somiglia più a una cartina topografica che a un romanzo, e una biografia è la somma di tutte le ere geologiche che hai attraversato

Così Claudia Durastanti racconta nel suo ultimo libro La straniera (edito da Nave di Teseo) le rotte migratorie che l’hanno portata a sentirsi letteralmente “straniera” ovunque. Perlustrando la memoria, l’autrice svela l’origine del suo perenne senso di sradicamento: figlia di genitori separati, è costretta ad abbandonare la realtà urbana di Brooklyn per ritrovarsi catapultata in un piccolo paese della Basilicata, «in cui c’erano più capi di bestiame che persone.» Trasformandosi di fatto in «un’immigrata al contrario che abbandonava il futuro per disintegrarsi nel passato.»

La disabilità dei genitori, entrambi sordi, e il rapporto difficile con i coetanei inducono l’autrice a ricercare altrove, in maniera ostinata, nuove radici. Passando da una disavventura all’altra, riesce però a mantenere viva la curiosità verso il mondo e a scoprire come la letteratura possa diventare di colpo l’unico punto fermo nella sua vita turbolenta. È sintomatico pensare come già all’età di sei anni amasse nascondersi sui tetti per leggere le fiabe dei fratelli Grimm, Topolino e i libri rubati alla madre, collezionando più di cento giorni di assenza da scuola.

Il vero fulcro della narrazione ruota attorno alla figura della madre, descritta come una ragazza anticonvenzionale che «ha sempre affrontato la disabilità non con coraggio, ma con incoscienza.» In questo romanzo, però, la rappresentazione della sordità non è stereotipata, poiché non la si vuole identificare come veicolo di riscatto sociale. È solo uno degli aspetti che determina la vita di entrambi i genitori.

«L’amore tra sordi non esiste, è una fantasia da udenti. C’è il sesso, l’intimità, ma non quel bisogno. La somiglianza viene prima di tutto.»

Agli occhi della scrittrice, infatti, la relazione sentimentale tra sua madre e suo padre sembra essere nata proprio in virtù della somiglianza della loro condizione e che inevitabilmente sia stata in seguito anche il motivo della fine del loro matrimonio. Se da un lato c’era un rapporto di simbiosi, dall’altro persisteva l’impossibilità di dimenticare la propria disabilità.

Singolare è la tecnica narrativa scelta dalla Durastanti. Non vi è cronologia, si procede per pezzi, quasi a voler costruire una sorta di puzzle. Sembra che l’autrice metta sotto i riflettori solo alcuni personaggi della sua famiglia, per poi concentrarsi su altri soggetti o su altre situazioni. La decisione di procedere in questo modo è giustificata da una sua dichiarazione:

«Quando ho iniziato a lavorare sulla storia della mia famiglia avevo in mente due immagini: la mappa e le costellazioni. In più c’è il tema dell’astrologia legato a mia madre e infatti i titoli dei capitoli sono voci dell’oroscopo (famiglia, viaggi, salute, lavoro, amore). Ragionare su questo aspetto fondamentale della vita di mia madre mi ha permesso di immaginare la storia della mia famiglia e della mia vita per contenitori.»

All’interno del romanzo i rapporti famigliari sono indagati con un distacco autoriale, tale da trasformare le varie figure in personaggi di finzione, e al tempo stesso analizzati con uno sguardo ravvicinato che solo un membro della famiglia può avere. È la stessa Durastanti ad affermare che in questo libro i personaggi dei suoi genitori le risultano quasi romanzeschi. Non a caso il suo intento era di vedere come un racconto di uno stesso fatto biografico cambiava quando veniva inserito in un romanzo o in una sorta di autobiografia.

Non solo un memoir, quindi. Questo libro, che è valso all’autrice l’accesso nella cinquina finalista del Premio Strega 2019, è al tempo stesso un racconto di formazione e di educazione sentimentale, che permette alle vicende quotidiane di una famiglia comune di intrecciarsi a tematiche sociali, quali la migrazione e la disabilità, dove sentirsi “straniero” è ormai di casa. Proprio come l’autrice. Straniera agli occhi della famiglia, ma soprattutto a se stessa.

Federica Nitti