La strada smarrita. Breve storia dell'economia italiana, Carlo Bastasin, Gianni TonioloProf. Carlo Bastasin, Lei è autore con Gianni Toniolo del libro La strada smarrita. Breve storia dell’economia italiana edito da Laterza: il nostro, è un Paese in declino?
Da quasi trent’anni, come sappiamo, l’Italia cresce meno delle altre economie europee. Non c’è dubbio che rispetto alla lunga rincorsa del Novecento si possa parlare di un rapido rallentamento. In buona misura, gli italiani hanno dimenticato quali erano le condizioni del paese ai tempi dell’unificazione e nei decenni successivi, cioè alla fine del 19esimo secolo. L’Italia era un paese povero e arretrato e nel 1861 la vita media era solo di 30 anni. Uno su quattro sapeva leggere e scrivere. Ancora alla fine del secolo il reddito medio degli italiani era meno del 40% di quello britannico e il 60% di quello francese e tedesco.

Da allora per l’Italia comincia una lunga rincorsa che culmina a metà anni Novanta, quando dopo aver superato il livello di reddito medio dei britannici, avvicinammo anche quello di francesi e tedeschi. Il livello di produttività nelle attività economiche italiane accorciò le distanze anche dal livello americano. Ma proprio in quegli anni sono esplose alcune contraddizioni che rendevano fragile lo sviluppo del dopoguerra. Da allora ci siamo trovati in crescente difficoltà.

Da un quarto di secolo l’economia italiana cresce assai meno della media europea: quali ne sono le ragioni?
Nel libro “La strada smarrita” abbiamo provato a dare una risposta non convenzionale alla sua domanda. A noi pare che attorno al 1992 avvengano dei fatti, si potrebbe addirittura parlare di fenomeni, che congiuntamente producono quella che chiamiamo “incertezza istituzionale”: Si rompe il sistema monetario europeo che aveva consentito all’Italia di mantenere una certa stabilità valutaria e di ancorare l’inflazione che fino a dieci anni prima era fuori controllo; in secondo luogo, la crisi valutaria impone di modificare orientamento della politica di bilancio portando per la prima volta da oltre vent’anni il bilancio in attivo primario, dove poi sarebbe rimasto per tutti gli anni a seguire; in terzo luogo, proprio nel momento in cui lo Stato chiedeva ai cittadini più tasse a fronte di minori servizi e trasferimenti – nel momento in cui cioè lo Stato dava ai cittadini meno di quanto i cittadini non dessero ad esso – scoppia un grande scandalo da cui emerge il grado di corruzione nel sistema politico e in quello industriale in Italia. La perdita di credibilità nelle istituzioni è molto potente non solo per i normali cittadini, ma anche per i vertici del capitalismo italiano. Dobbiamo pensare che tutti i responsabili dei maggiori gruppi industriali sono stati inquisiti, talvolta incarcerati e in alcuni casi si sono addirittura suicidati. L’eccezione è stata Silvio Berlusconi che ha reagito conquistando il potere politico ma anche cristallizzando il rapporto conflittuale tra giustizia e politica con un cambiamento di tono nella vita pubblica che ha alimentato ulteriore incertezza.

Da allora, le condizioni per chi voleva investire in Italia sono sempre state molto difficili. Nel ’93, gli investimenti in Italia sono scesi di un sento. Non credo che esistano paragoni simili nelle economie avanzate. Ma curiosamente quella stessa reazione si è ripetuta ogni volta che l’Italia affrontava shock economici o istituzionali di grandi dimensioni, per esempio nel 2008-2009 e poi nel 2011-2012.

Quali sono i mali maggiori della nostra economia?
Mi riallaccio a quanto è avvenuto negli anni Novanta: quando la vita politico-istituzionale diventa incerta, l’economia di un paese reagisce in modo che è difficile decifrare solo attraverso i manuali di economia. Quello che è avvenuto in Italia è che a cadere più di ogni altro sono stati gli investimenti che definiamo di proprietà intellettuale, cioè ricerca, software e simili. Il motivo è che si tratta di investimenti immateriali, dai quali tra l’altro i finanziatori stanno lontani in momenti di incertezza. Bisogna ricordare che l’inizio degli anni Novanta era proprio il periodo in cui nascevano internet e le nuove tecnologie informatiche. Sono proprio queste le tecnologie che hanno creato un vantaggio in termini di maggiore produttività per chi le ha adottate in tempo e integrate nei processi produttivi o di distribuzione. Per l’Italia è successo il contrario, le produzioni sono state da allora meno moderne e sempre da allora la produttività italiana ha cominciato a cadere.

Quali fattori hanno generato a suo tempo il miracolo economico italiano?
Un tempo era più facile per un paese relativamente arretrato crescere più rapidamente degli altri. L’Italia in particolare aveva una vasta mano d’opera che poteva essere “spostata” dall’agricoltura all’industria in mansioni non specializzate, ma aveva anche una certa dotazione di personale dirigenziale tecnico e ingegneristico che altri paesi poveri non avevano. Inoltre, fino agli accordi degli anni Ottanta, era possibile importare tecnologia (di fatto anche copiandola) allineando quindi le proprie produzioni a quelle di paesi più avanzati.

Nel libro, gli anni tra il 1995 e il 2007 vengono descritti come “l’occasione perduta”: quali opportunità ci siamo lasciati sfuggire e perché?
Che il declino italiano non fosse inevitabile, né che dipendesse dall’euro, è dimostrato dal fatto che l’Italia pochi anni dopo l’adozione dell’euro ha un’occasione straordinaria di recuperare un ruolo d’avanguardia nella distribuzione globale del valore. Tra il 2000 e il 2005 viene a cedere l’impegno alla riduzione del debito pubblico che aveva segnato la seconda metà degli anni Novanta. Ciò nonostante verso tra il 2005 e il 2007 si sviluppa un processo di rapido adeguamento delle imprese alla sfida globale. Le imprese italiane si internazionalizzano, sfruttano nuove regole di impiego del lavoro e adottano sistemi di governance che ne migliorano l’efficacia. Se i governi di allora avesse mantenuto un ritmo di abbassamento del debito pubblico come quello degli anni Novanta, l’Italia sarebbe arrivata alla crisi globale e a quella europea con dati sorprendenti: nel 2010 avrebbe avuto lo stesso rapporto debito-pil della Germania; lo stesso tasso di crescita dell’economia nel decennio precedente della Germania; imprese meno efficienti, ma un sistema bancario certo più solido di quello tedesco. In tali condizioni, l’Italia sarebbe stato un paese altrettanto solido della Germania, sarebbe cioè stato un “rifugio sicuro” per gli investitori che uscivano da altri paesi finanziariamente più fragili. È davvero scioccante pensarci adesso, ma non solo l’Italia si sarebbe evitata shock e recessioni multiple, ma sarebbe stato uno dei paesi più saldi del mondo.

La sfida per il rilancio e la crescita del nostro Paese è ormai persa?
La crisi epidemica in corso cambia completamente lo scenario del mondo che conoscevamo. Immagino che l’Italia debba appoggiarsi ad aiuti europei perché si ritroverà alla fine del 2020 con un debito ancora più gravoso e imprese in sofferenza. Forse togliere dall’analisi della vicenda italiana le “colpe” degli errori politici, della cattiva qualità delle politiche e della polarizzazione del discorso pubblico, e affidarsi invece a un rapporto pragmatico con le istituzioni europee potrebbe ricreare quella “certezza istituzionale” che è tanto mancata negli ultimi trent’anni.

Carlo Bastasin insegna European Political Economy alla Università LUISS (Roma) ed è Senior Fellow per Brookings Institution (Washington). È autore con Gianni Toniolo di La Strada smarrita – breve storia dell’economia italiana (Laterza, 2020); ha pubblicato nel dicembre 2019 Viaggio al termine dell’Occidente (Luiss University Press); e nel 2015 Saving Europe (Brookings Institution Press)

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