“La storia spezzata. Roma antica e Occidente moderno” di Aldo Schiavone

La storia spezzata. Roma antica e Occidente moderno, Aldo SchiavoneLa storia spezzata. Roma antica e Occidente moderno
di Aldo Schiavone
Einaudi

Il libro risponde ad una serie di quesiti dalla indubbia rilevanza: «Perché la società romana, giunta al suo apogeo, non seppe immettersi direttamente nella modernità? Perché la civiltà economica e sociale dell’Occidente si è dovuta costruire attraverso un rapporto così tortuoso e remoto con il suo sofisticato passato antico, invece di esserne l’immediato sviluppo? Se si era già arrivati fin lì, perché fu necessario in Europa un nuovo inizio, che somigliava per molti versi a un vero e proprio ripartire da zero, dopo una spaventosa catastrofe?»

L’Autore si incarica di dimostrare come, in realtà, «l’economia romana e quelle della modernità europea e atlantica sono nella loro autentica storicità due mondi a parte, separati da una insormontabile differenza qualitativa, che rimanda a strati di mentalità, di abitudini, di comportamenti, di condizioni materiali e culturali, le cui linee compositive divergono drasticamente.»

Si può essere «traditi dall’apparente persistenza delle forme giuridiche che rivestono i rapporti economici: nei casi in cui l’utilizzazione moderna del diritto romano sembra esibire la presenza di un contatto ininterrotto fra antico e moderno. Ma è un altro inganno, perché quella che si è conservata in questi casi è solo una preziosa sintassi formale, condensata in un duro lessico disciplinare e in una fitta rete di concetti astratti, chiamati a regolare però una sostanza economica e sociale del tutto nuova.»

«Abbiamo davanti due sistemi che hanno sviluppato – ciascuno seguendo la propria storia – talune (anche non trascurabili) somiglianze di tratti (vita urbana, navigazione, commerci, divisione del lavoro, e così via), in rapporto a esigenze funzionali che si riproducevano nelle diverse situazioni. Non abbiamo trovato nessuna forma mercantile o finanziaria moderna che derivasse direttamente da un tipo romano (non potremmo dire la stessa cosa fra Medioevo e modernità), e la circolazione commerciale delle moderne società preindustriali si è rivelata intrinsecamente differente da quella che si realizzava nell’impero romano (basta pensare al mercato del lavoro, o al ruolo del denaro, o al rapporto fra reinvestimenti e profitti, e fra produzione e mercati); ma questo non toglie che poiché anche nella società romana esistevano meccanismi di scambio relativamente diffusi e consolidati, tra gli schemi antichi e quelli moderni si possano riscontrare simmetrie funzionali, che conducono ad alcune rassomiglianze tipologiche. Nulla di più.»

Ciò perché «la costruzione della modernità economica in Occidente ha avuto come elementi portanti l’acquisizione di tratti mentali e sociali del tutto estranei agli ambienti greci e romani».

È vero, «la storia è una scienza che non ammette esperimenti e controprove, ma non deve rinunciare ad arricchire l’orizzonte dell’osservatore, inchiodato sull’accaduto, con l’ipotesi di quello che sarebbe potuto accadere, se essa ci illumina sulle dinamiche e sui caratteri in gioco.»

Lo straordinario sviluppo della potenza e della ricchezza romane «nel giro di pochi anni, grazie alle conquiste prima di Pompeo e poi di Cesare stesso, e alla ritrovata sicurezza sui mari, un afflusso senza precedenti di schiavi (si è detto almeno un milione) e una straordinaria disponibilità di nuove terre (in Gallia) e di nuove risorse (in Oriente)» determinarono la progressiva sclerotizzazione della società e dell’economia romane.

Emblematico, al riguardo, è il caso dell’istituto della schiavitù, circa la quale pur maturò, nelle riflessioni dei prudentes, l’intuizione di un percorso alternativo: «Nelle dottrine dei giuristi tardorepubblicani il sistema schiavistico appare in una luce inaspettatamente ambigua: non soltanto come un vantaggio, che permetteva uno sfruttamento totale della manodopera a costi molto bassi, ma anche come un freno, un ostacolo da aggirare, per consentire una combinazione fra risorse umane e circuiti mercantili che la forma ‘classica’ della schiavitù-merce non avrebbe mai lasciato costruire. Si tratta di una testimonianza di grande rilievo, forse la più avanzata nella cultura dell’epoca, ma singolarmente trascurata dagli storici. Fra la metà del II secolo a.C. e gli anni di Augusto – mentre l’espansione del lavoro servile raggiungeva in Italia il suo culmine – i giuristi e i magistrati cui toccava di amministrare la giustizia civile si occuparono della schiavitù con una intensità mai più raggiunta nelle età successive: il risultato del loro lavoro fu una specie di ‘diritto commerciale della schiavitù’ senza eguali in alcuna altra società schiavistica, sia antica, sia moderna. L’obiettivo che essi cercarono lucidamente di perseguire fu di integrare, fin dove sembrò possibile senza cancellare del tutto il vincolo di subordinazione personale, l’organizzazione schiavistica con una valorizzazione del lavoro di intere fasce di sottoposti, ottenibile soltanto attraverso la concessione di ampie forme di autonomia giuridica e patrimoniale. Il risultato fu di disciplinare la schiavitù con una specie di doppio regime: uno che continuava a essere centrato sul vincolo personale, e un altro che faceva riferimento a una limitata ma pur sempre dirompente soggettività patrimoniale e commerciale degli schiavi, fin quando non si oltrepassava il campo della produzione e dei mercati. Un compito di estrema difficoltà, che creava un intrico di problemi, fu affrontato con sottigliezza e talento: ben presto una densa trama di aggiramenti e di prescrizioni si distese sulla forma originaria della schiavitù-merce fino a renderla – dal punto di vista sociologico e giuridico – un caso unico fra le società schiavistiche di tutti i tempi.

Gli schiavi continuavano a restare, per l’essenza della loro condizione, strumenti umani, merci (anche se di tipo particolare) […]. Ma insieme, si attribuiva loro indirettamente – attraverso una tecnica sottile di finzioni e di trasposizioni processuali – la possibilità di svolgere un ruolo attivo, anche da protagonisti, nella vita dei commerci, dei traffici marittimi, della conduzione delle aziende impegnate nella produzione agricola e manifatturiera. Nello specchio di una casistica ampia e dettagliata, vediamo schiavi, su mandato dei loro padroni, sovraintendere a navi mercantili, gestire botteghe, amministrare tenute, partecipare a imprese collettive. La responsabilità civile delle loro transazioni ricadeva generalmente sui proprietari; ma in molti casi essi si trovavano a diventare, grazie a guadagni o a conferimenti loro riconosciuti, anche titolari di un patrimonio personale, che poteva comprendere sia denaro, sia altri beni – perfino altri schiavi – (il «peculio», attentamente definito dai giuristi del I secolo a.C.), formalmente appartenente al padrone, ma sostanzialmente gestito in piena autonomia: sino al punto da poter essere usato per riscattare, pagandola, la propria libertà. Si formò così, all’interno della condizione servile, uno strato di sottoposti che poteva vivere in situazioni di benessere anche elevato, e comunque senza coercizioni fisiche, nella piena disponibilità del proprio corpo. Essi finivano con l’essere inquadrati da una duplice qualificazione: una di status, e una economica, potenzialmente antitetiche fra loro. Da un lato il vincolo di dipendenza personale, che rimaneva decisivo, ne impediva qualunque piena soggettività giuridica.

Alla disponibilità patrimoniale, si accompagnò di solito il riconoscimento di un nucleo familiare, e della sua intangibilità, mentre una minuziosa normativa sulle manumissioni apriva ulteriori prospettive: e avvicinava in molti casi la meta di quella libertà che poteva significare – anche nel giro di una sola generazione – la conquista di un livello sociale che metteva al riparo dai rischi più gravi. In apparenza, sembrava bastasse poco perché fosse compiuto il passo decisivo, e la schiavitù si sciogliesse per dir così dal suo interno, divorata da una sorta di maturazione ‘protocapitalistica’ innescata da circuiti economici che richiedevano una maggiore valorizzazione delle forze produttive, raggiungibile solo con la libertà del lavoro. Ma questo salto non fu mai compiuto, e la portata delle novità non bastò a provocare una trasformazione generale della schiavitù romana: l’istituzione non si svuotò progressivamente, avviando una transizione dolce verso forme generalizzate di lavoro salariato libero.»

Per comprendere le ragioni della crisi dell’Impero, è dunque necessario ricostruire la portata del processo: «Fino a tutta l’età flavia i vantaggi della ‘mondializzazione’ – il contatto fra produzioni e mercati lontani, e l’esistenza di una spirale ancora virtuosa fra commerci e fiscalità – continuarono ad essere superiori ai costi che li consentivano: i conti economici dell’impero tornavano ancora. Ma già nel corso del II secolo il bilancio invertì i suoi valori: le spese dell’unificazione politica – esercito, burocrazia, trasporti, comunicazioni – in mancanza di novità tecnologiche che potessero consentire risparmi non congiunturali, cominciarono a diventare superiori rispetto ai profitti dell’integrazione economica. Per crescere ancora il sistema avrebbe avuto bisogno innanzitutto di una domanda più sostenuta, sorretta da una espansione di massa dei consumi e da una loro maggiore articolazione, oltre che da una rete di mercati più differenziata ed elastica: elementi non ottenibili che attraverso un ricorso massiccio al lavoro libero. E invece il perpetuarsi della schiavitù e delle altre forme di dipendenza o di semilibertà che le si erano rapprese intorno, soprattutto nelle campagne – per quanto sottilmente rielaborate dai giuristi – legavano l’intero circuito produttivo alla rigidità di un vincolo fuori del suo controllo. L’anelasticità appariva il tratto dominante dell’intera struttura: e proprio questa sconnessione determinò nel lungo periodo il tramonto delle villae schiavistiche. Almeno dalla fine del I secolo d.C., le vicende dell’economia imperiale tesero ad assumere l’andamento caratteristico della storia di una società che aveva posto le condizioni della sua esistenza come limite alla sua espansione. […] ai margini dell’impero non vi erano più risorse esterne cui attingere; lontano dal Mediterraneo non si trovavano grandi ricchezze da conquistare e da canalizzare verso il centro, né masse di uomini e di donne da ridurre in schiavitù. Le guerre smisero di essere un investimento, e acquistarono un carattere solo difensivo (con l’unica eccezione della conquista dacica di Traiano: un’impresa peraltro dispendiosissima).»

«Il prelievo dalle province continuava a essere elevato e regolare: ma i costi amministrativi e militari della gestione di un impero sterminato, abitato ormai quasi interamente da sudditi cui era stata concessa la cittadinanza romana, assorbivano ininterrottamente quantità ingenti di denaro e di beni. L’universalismo imperiale – in una certa misura figlio esso stesso, come abbiamo visto, di un blocco evolutivo, e incapace a sua volta di superarlo nel corso del suo cammino – risultava sempre di più un’impresa insostenibile, che presentava all’incasso conti via via più gravosi. La politica, che aveva sempre sorretto l’economia, restava ora schiacciata dalla sua inerzia. La disintegrazione economica contribuiva all’avanzare della disgregazione politica, e ne era a sua volta alimentata.»

Ed eccoci dunque al nucleo della riflessione di Schiavone, capace di riconciliare in sé anche l’originaria dicotomia delle radici classiche della nostra società: «la rinascita medievale non ha visto soltanto il completo cancellarsi dell’economia e della civiltà materiale romane. Ha realizzato insieme una straordinaria conservazione di una parte del patrimonio culturale che proprio quelle fondamenta e quei legami sociali scomparsi avevano permesso di costruire. Fra il XII e il XIX secolo, mentre una serie sempre più veloce di innovazioni senza riferimenti greci o romani cambiavano il volto dell’Occidente, l’Europa compiva una rielaborazione serrata della filosofia, del pensiero politico, dell’arte, del diritto classici: campi dove nessuna novità sarebbe stata concepibile senza le premesse greche e romane, fino al punto da far interrogare a più riprese l’intelligenza moderna sull’esistenza di un insuperabile primato degli antichi, come appare nelle discussioni della celebre Querelle (per non dire degli estremismi ermetici), o nella lunga fortuna della metafora dei nani sulle spalle dei giganti. […] Questa simmetria di abbandono e ravvivamento, quasi un contrappunto fra perdita e ripresa, dove la scomparsa è tanto più drastica, quanto più forte è la durata che la compensa, questa sequenza di conferme e di ripensamenti, mai prevedibile in anticipo, si è rivelato (potremmo dire) lo stile dell’Occidente».

Aldo Schiavone è uno degli storici italiani più tradotti nel mondo. Ha insegnato nell’Università di Firenze, dove è stato preside della Facoltà di Giurisprudenza; nell’Istituto Italiano di Scienze Umane, di cui è stato fondatore e direttore; nella Scuola Normale Superiore. È membro dell’Institute for Advanced Study di Princeton e dell’American Academy of Arts and Sciences. Tra i suoi libri: Italiani senza Italia (1998), Ius. L’invenzione del diritto in Occidente (2005, 2017), Storia e destino (2007), Spartaco. Le armi e l’uomo (2011), Ponzio Pilato. Un enigma tra storia e memoria (2016), Eguaglianza. Una nuova visione sul filo della storia (2019). Ha diretto la Storia di Roma (1988-93).

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