La storia speciale. Perché non possiamo fare a meno degli antichi romani, Giusto TrainaProf. Giusto Traina, Lei è autore del libro La storia speciale. Perché non possiamo fare a meno degli antichi romani edito da Laterza: perché la storia romana si può orgogliosamente definire ‘speciale’?
Temo che oggi la storia romana stia diventando una disciplina di nicchia. Chi non ha fatto studi umanistici non riesce a capacitarsi che esistano ancora cattedre universitarie di questa materia: un atteggiamento che ho riscontrato anche nell’ambito della comunità accademica. Eppure, fino a non molto tempo fa, quella degli antichi romani era la Storia per eccellenza, la grande storia da idealizzare e prendere a modello. Una storia pregiata e peculiare al tempo stesso, per l’appunto ‘speciale’. Con questo non intendo piangermi addosso (un atteggiamento oggi diffuso tra i classicisti): le tendenze e le mode storiografiche si evolvono, e tocca a noi storici fare del nostro meglio perché questa storia resti speciale. Proponendo nuove tendenze di ricerca senza trascurare quelle tradizionali, confrontandosi con gli specialisti di altre discipline storiche, storico-sociali e umanistiche. E cercando il dialogo con un pubblico quanto più esteso, al di là della ristretta cerchia degli appassionati della disciplina.

A cosa serve conoscere la storia degli antichi romani?
Mi avvalgo della facoltà di non rispondere: se davvero occorresse chiedersi “a cosa serve” una fase fondamentale della nostra identità storica, politica, giuridica, staremmo messi proprio male. E comunque, chi può dire di conoscere tutta la storia romana? Ogni studioso ha la sua cassetta degli attrezzi personalizzata ed è guidato dai propri interessi, e soprattutto dalle proprie idiosincrasie. Prendiamo l’esempio di Theodor Mommsen (1817-1903): questo grande storico padroneggiò la storia di Roma dai primordi fino alla tarda antichità, si mosse con disinvoltura fra storia politica, amministrativa ed economica, pubblicò edizioni di fonti e promosse un corpus monumentale di epigrafia latina. Ma trascurò volutamente un aspetto fondamentale come la religione, e anche gli aspetti storico-artistici e iconografici lo lasciavano freddo: pare sia stato proprio lui a suggerire di far segare i numerosi sarcofagi rinvenuti in una delle necropoli di Concordia Sagittaria (presso l’attuale Portogruaro) per estrarne le iscrizioni, che poi furono incastonate sui muri del nuovo museo. E se persino un gigante degli studi come Mommsen aveva i suoi limiti, figuriamoci gli studiosi di oggi, visto che oltretutto le logiche dell’accademia tendono a premiare chi si concentra su temi ristretti.

Quale lezione attuale ci offre lo studio della storia romana? Tra gli episodi della storia romana da Lei narrati, quale considera di maggiore attualità?
“Ogni vera storia è storia contemporanea”: lo scrisse Benedetto Croce più di cento anni fa, e la frase non ha perso il suo smalto. In realtà, tutti i periodi storici offrono una lezione “attuale”, ed è bene ribadirlo per difendere queste discipline. Qualche anno fa, un ex ministro dell’Economia disse che “con la cultura non si vive”: i più lo ricordano soprattutto per questa battuta infelice. Ma che dire di quell’ex ministro dell’Istruzione che, per giustificare il ridimensionamento della storia nelle scuole, aveva dichiarato “non sempre la storia è maestra di vita ma serve ad avere una lente con cui leggere il futuro […] Mi sta a cuore che gli studenti possano confrontarsi con la storia recente”? Ecco, il problema è proprio questo. Un tempo i programmi scolastici sacrificavano la storia contemporanea, forse perché troppo “politica”: una scelta senz’altro dannosa, ma non certo un buon motivo per tirare la coperta da un’altra parte, sacrificando un paio di millenni non proprio irrilevanti.

Detto questo, spunti istruttivi si ritrovano in tutta la storia romana: le strategie che permisero ai comandanti romani di reagire alle invasioni e alle sconfitte, assimilando le tecniche del nemico; le modalità della “romanizzazione” e integrazione dei popoli stranieri, che assicurarono all’impero una durata secolare; l’organizzazione razionale del paesaggio agrario; la raffinatezza dei sistemi di informazione; l’elaborazione di un elaborato pensiero giuridico, il cui modello fu ripreso periodicamente nei secoli (celebre la metafora di Goethe, che nelle sue Conversazioni paragonò il diritto romano a un’anatra che si nasconde sott’acqua ma regolarmente riemerge).

Se proprio devo indicare un episodio “attuale”, la mia scelta cade sulla campagna orientale dell’imperatore Traiano (114-117 d.C.). Grazie alle imponenti risorse dell’impero, l’optimus princeps disponeva di ingenti truppe e dei migliori ingegneri militari; ciò gli permise di occupare rapidamente prima l’Armenia e poi la Mesopotamia. Messa a ferro e fuoco la capitale dei parti Ctesifonte, Traiano giunse fino al golfo Persico, in tempo per veder salpare una nave diretta ad acquistare mercanzie in India. Con le sue conquiste orientali, l’impero raggiunse la massima espansione: molti manuali scolastici e universitari riportano immancabilmente la carta del Mediterraneo nel 117 d.C. Ma l’espansione durò ben poco: i romani, visti come intrusi, dovettero presto abbandonare l’Armenia e gran parte della Mesopotamia. Proprio come le forze di occupazione americane in Iraq.

In cosa ci differenziamo dai romani e cosa ci rende invece loro eredi?
Il grande storico francese Paul Veyne, professore emerito di storia romana al Collège de France, ha giustamente parlato di inventario delle differenze: “tra i romani e noi c’è un abisso, scavato dal cristianesimo, dalla filosofia tedesca, dalle rivoluzioni tecnologica, scientifica ed economica, da tutto ciò che forma la nostra civiltà. Ed è la ragione che rende interessante la storia romana, che ci obbliga a uscire da noi stessi, costringendoci a esplicitare le differenze che ci separano da lei”. E poi, è bene non fidarsi troppo di chi si richiama all’eredità (reale o presunta) di Roma per giustificare determinate posizioni politiche o filosofiche; anche perché, per giustificare questo tipo di argomenti, si tende molto spesso a manipolare le fonti o utilizzarle in modo parziale. Lo abbiamo visto circa un secolo fa, e non ci è andata benissimo.

Nel libro Lei ricorda che esistono ben 210 ipotesi diverse sulle cause della caduta dell’impero romano: quali ritiene le più veritiere e quali invece le più stravaganti?
L’inventario delle 210 ipotesi si deve allo storico tedesco Alexander Demandt. La più celebre è quella delle tubature di piombo degli acquedotti, che avrebbero provocato la malattia del saturnismo, intossicando in particolare gli imperatori. Un’altra ipotesi, oggi quanto mai attuale, riguarda le pandemie: in un recente libro che ha riscosso un certo successo anche in Italia, l’americano Kyle Harper ha attribuito la caduta dell’impero a una concatenazione di epidemie e mutamenti climatici. Come tutte le spiegazioni deterministiche, anche questa lascia un po’ perplessi. Per altri versi, si è detto tutto e il contrario di tutto: per alcuni la decadenza dell’impero si deve al rilassamento dei costumi, all’emancipazione delle donne e degli schiavi, alla perdita della coscienza civica e dell’antico ideale del vir bonus. Qualcuno ha tirato in ballo anche l’influenza di religioni come l’ebraismo e il cristianesimo, qualcun altro ha preferito concentrarsi sulla mancanza di religiosità. Certo, su un piano più propriamente scientifico alcune cause continuano a stimolare un serio dibattito: la stagnazione economica, l’impoverimento dovuto alla pressione fiscale, il declino delle città, la corruzione delle élite, l’inadeguatezza dell’apparato militare e, naturalmente, la questione sempre più delicata della migrazione dei barbari. Ma la complessità dei contesti suggerisce prudenza, e il vecchio cliché che attribuisce ai barbari l’assassinio della civiltà imperiale romana si presta a interpretazioni ambigue: ad esempio, per giustificare strumentalmente certe prese di posizione sull’immigrazione.

Quale monito lancia ai nostri giorni la vicenda della caduta di Roma?
Non amo particolarmente la “collassologia”, oggi tornata di moda, ma è certo importante studiare le modalità della trasformazione dell’impero nella tarda antichità: non si tratta tanto di capire perché quanto come cade un impero. Si dice che Roma non fu costruita in un giorno: e certo in un sol giorno non cadde. Oltretutto, la percezione della caduta non fu uniforme in tutti i territori ancora controllati dall’impero, il cui centro del potere si era ormai trasferito a Costantinopoli, la capitale d’Oriente che molti chiamavano la “nuova Roma”.

Come vede il futuro di questi studi?
Certo non bisogna trascurare le prospettive tradizionali, essenziali per l’avanzamento della ricerca, né le discipline specialistiche come l’epigrafia, la papirologia, la numismatica, che insieme alla filologia classica rappresentano l’ossatura del discorso storico. Ma sarà bene aprirsi a prospettive di maggior respiro geopolitico. I romani interagirono con tutti i popoli del Mediterraneo, spingendosi fin nel Medio Oriente e nel Caucaso (qualche mercante si spinse fino in Cina e in Vietnam), ma le loro fonti sono piuttosto autoreferenziali, e tendono a emarginare i non-romani dal racconto della storia. Occorre quindi allargare il campo alla linguistica, alla filologia e all’archeologia del Nord Europa, dell’Africa del Nord, del Medio Oriente e delle steppe eurasiatiche. In definitiva, la storia romana del XXI secolo sarà una storia globale, o non sarà.

Giusto Traina insegna Storia romana a Sorbonne Université. È autore di La tecnica in Grecia e a Roma (1994); Marco Antonio (2003); 428 dopo Cristo. Storia di un anno (2007); La resa di Roma. 9 giugno 53 a.C., battaglia a Carre (2010)

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