La storia ci salverà. Una dichiarazione d'amore, Carlo GreppiDott. Carlo Greppi, Lei è autore del libro La storia ci salverà. Una dichiarazione d’amore edito da UTET: perché la storia è importante?
Tutto intorno a noi è storia, in qualche forma. Eppure troppo spesso se ne parla come di una sorta di passatempo per eruditi, di repertorio di aneddoti per collezionisti, di nozioni e “fatti” di difficile comprensione per gli studenti, oppure – specularmente – il racconto del passato si rivela una clava da brandire nell’immediato distorcendolo in continuazione per fini politici (partitici, di solito), su un ring in cui la relazione con la verità pare ormai, a tratti, definitivamente sfumata. Eppure la storia è fondamentale: quello che muove ogni persona che si guarda indietro è il voler andare avanti.

Nel libro ho provato a raccontare le cinque ragioni per cui per me è cruciale occuparsene, mettendo in queste pagine la testa e anche il cuore: parlo della storia come eterna lotta tra il bene e il male; come patrimonio dell’umanità intera; come narrazione; come intreccio inestricabile tra scelte e caso; come possibilità di essere protagonisti del nostro tempo. La storia è uno smisurato e affascinante bacino di storie, le quali compongono un «serbatoio di precedenti» – come ho letto in un commento a una trasmissione in cui ero ospite – che presenta indizi e dispensa insegnamenti per capire il presente e preparare al futuro. La storia, come la intendo io, deve essere appunto etica, universale, reattiva e partigiana: deve servirci da guida per interpretare il mondo in cui viviamo e per comprendere noi stessi.

La storia viene spesso percepita come una disciplina polverosa e zeppa di date da memorizzare: è realmente così?
Purtroppo da molti è intesa così, ed è inutile negare le responsabilità pluridecennali di noi “addetti ai lavori” – ma non deve necessariamente esserlo, e si può cambiare rotta. Credo che sia fondamentale trasmettere la profonda emozione della conoscenza, della scoperta, che da sola potrebbe essere più che sufficiente per togliere alla storia quella patina di noia che troppo spesso ha. La storia è lo strumento che abbiamo per scoprire come siamo arrivati fin qui, e non una litania di biografie di uomini e donne (ma per lo più uomini) illustri e delle loro imprese, un “concentrato” di eventi e date con pochi appigli logici. Un po’ provocatoriamente, non a caso, ho deciso di non mettere neanche una data, nel libro. E sono venute fuori 222 pagine dense di storia, che provano a parlarne in una maniera che è certo inconsueta, ma che mi pare stia in piedi.

Quando e come nasce il Suo amore per la storia?
Da ragazzino era già presente nelle mie letture, un fiume sotterraneo che ha scavato anche grazie ad altre forme di narrazione – il cinema, il fumetto – e personaggi al confine tra la realtà storica e il mito – dai pirati a Lawrence d’Arabia, da William Wallace ai moschettieri di Dumas – ed è infine emerso definitivamente solo quando oramai ero all’università e ho iniziato a frequentare più assiduamente la storiografia e in generale la non fiction. Un grande maestro, che ho più volte ringraziato (anche nel libro), è stato per me lo storico Aldo Agosti, che mi ha trasmesso la sua grande passione per la storia come racconto, come interpretazione e come scelta di “militanza culturale”; mi hanno poi accompagnato nel mio percorso anche (in ordine di apparizione) Angelo Del Boca, Bruno Maida, Giovanni De Luna, David Bidussa… elencare tutti i miei maestri sarebbe impossibile, ma loro sono stati i primi e non smetto mai di ringraziarli. La passione è così diventata un lavoro, e di maestri e «eroi imperfetti» ne ho incontrati tanti altri, dal vivo o grazie alle tracce che ci hanno lasciato: penso a Jorge Semprún (che ho conosciuto di persona) o a Primo Levi e a Ferruccio Parri, dei quali mi sono tanto occupato in questi anni. Di sicuro quando ero uno studente delle superiori non avrei mai immaginato che la storia sarebbe stata la mia vita, né – tanto meno – che avrei scritto un libro come questo, il cui sottotitolo recita Una dichiarazione d’amore. A proposito: il mio debito nei confronti di due grandi libri del Novecento, Sei lezioni sulla storia di Edward H. Carr (What is History? in origine, 1961) e Apologia della storia o mestiere di storico di Marc Bloch (uscito inizialmente nel 1949) è immenso.

In un mondo ipertecnologico, quale funzione può ancora assolvere lo studio della storia?
Proprio Bloch scrisse che «ogni libro di storia degno di questo nome» dovrebbe avere un capitolo intitolato “Come posso sapere ciò che mi accingo a dirvi?”». “Fare storia” significa da un lato narrare storie (ed emozionarci), e dall’altro ragionare costantemente sulla loro fondatezza, e sulla solidità delle tracce che ci portano a raccontarle – fonti eterogenee, dotate di una concretezza che va certo recuperata. E questo è più che mai necessario, nel mondo di oggi, dominato dalla dittatura del tempo presente e del virtuale, un mondo nel quale il concetto stesso di verità è costantemente sotto attacco.

Nel suo “manifesto per cambiare l’educazione”, Insegnare a vivere (Raffaello Cortina 2015), Edgar Morin ci invita a «conoscere la conoscenza, che è sempre traduzione e ricostruzione», e a imparare «a navigare in un oceano di incertezza attraverso arcipelaghi di certezza». «È stupefacente – scrive Morin – che l’educazione che mira a comunicare le conoscenze sia cieca rispetto a ciò che è la conoscenza umana […] e non si preoccupi per nulla di far conoscere cosa è conoscere». Sono parole che andrebbero scolpite nelle nostre scuole, e in generale in ogni ambiente in cui si fa formazione o informazione. A che serve la storia? A ragionare su noi stessi, sull’idea del mondo che ci costruiamo, sulla sua fondatezza appunto, sulla sua continua messa in discussione.

Dinanzi alla reviviscenza di revisionismi e negazionismi, quale ruolo è chiamato a svolgere lo storico?
Il mestiere di storico è un continuo duello con il reale e con la sua rappresentazione, e ogni società ha la storia e gli storici che si merita, verrebbe da commentare impietosamente. Eppure, come ci ricordano limpidamente David Armitage e Jo Guldi in The History Manifesto (Manifesto per la storia. Il ruolo del passato nel mondo di oggi, Donzelli 2016), coloro che per lavoro si occupano di storia dovrebbero essere «esperti nell’esaminare il fondamento delle affermazioni che vengono formulate». Non che sia semplice arrivare alla certificazione e alla successiva comprensione dei processi e degli eventi storici, ma non dobbiamo mai dimenticare, e Bloch ci è tornato più volte sopra a distanza di anni, che lo studio delle esperienze del passato è «una indispensabile ginnastica, poiché esso soltanto ci permette di studiare esperienze complete e di misurarne fino in fondo gli esiti» (lo diceva nel 1937 in una conferenza intitolata Che cosa chiedere alla storia?). Formarsi un’idea chiara, attraverso l’analisi storica, della mentalità degli esseri umani significa «procurarsi una possibilità di modificarla un poco e per conseguenza d’influire in qualche modo sul corso degli avvenimenti, i quali sono regolati, in ultima analisi, dalla psicologia degli uomini» (qua è in La strana disfatta, scritto nel 1940). «Per agire ragionevolmente, non occorre prima comprendere?», ci chiedeva Bloch all’inizio di Apologia della storia, scritto in piena seconda guerra mondiale, prima di morire: «Ogni volta che le nostre tristi società, in perpetua crisi di sviluppo, prendono a dubitare di se stesse, paiono domandarsi se abbiano avuto ragione di interrogare il loro passato, o se l’abbiano interrogato bene».

In che modo la storia può salvarci?
Perché ci costringe a fare i conti con noi stessi: con quello che siamo – da dove veniamo – e con quello che vogliamo essere, e cioè dove vogliamo andare. La storia, credo, ci può e ci deve indurre a diventare «la voce che grida per prima nel deserto», per riprendere le parole autocritiche con cui ancora Bloch invitava gli storici (e in generale gli intellettuali) a farsi avanti quando l’Europa stava sprofondando nel baratro più buio del Novecento – lui stesso avrebbe sacrificato la propria vita per noi. Chi si occupa di storia deve saper essere una voce controcorrente, che sappia mettersi di traverso se necessario, che racconti storie terribili e meravigliose per aiutare gli esseri umani a essere presenti a loro stessi, consapevoli di cause ed effetti del loro agire e della loro immobilità.

Credo che sia nostro compito dare tridimensionalità al passato e prenderci cura di noi stessi in quanto esseri umani. Occuparsi di storia, sempre per come la vedo io, vuol dire dare un significato profondo, di riflesso, alle nostre azioni e alle nostre inazioni di oggi, perché hanno e avranno delle conseguenze che riusciamo a intuire quando ci occupiamo di quelle dei nostri antenati più prossimi e che vedremo con chiarezza quando ce ne saremo allontanati un po’. Dovremmo imparare a immaginarci anche in maniera retrospettiva, a proiettarci in avanti per guardare indietro, a leggere i nostri comportamenti e il presente in cui siamo immersi come se ci dovessimo tornare su, un domani, per giudicare noi per primi il tempo che abbiamo trascorso su questa terra.

Perché il nostro presente sarà il passato di qualcun altro, che ci racconterà, cercherà di comprenderci e – sia detto, senza girarci intorno – ci giudicherà.

Carlo Greppi (1982), storico e scrittore, è co-fondatore dell’associazione Deina e membro del Comitato scientifico dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri. Tra le sue più recenti pubblicazioni, 25 aprile 1945 (Laterza 2018), L’età dei muri. Breve storia del nostro tempo (Feltrinelli 2019) e La storia sei tu. 1000 anni in 20 nonni (Rizzoli 2019, illustrazioni di Marco Paschetta). Il suo ultimo libro è La storia ci salverà. Una dichiarazione d’amore (Utet 2020).

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