Professoressa Scarpellini, la Sua ultima fatica, pubblicata per i tipi di Laterza, si intitola La stoffa dell’Italia. Storia e cultura della moda dal 1945 a oggi: quando e come si è imposta nel mondo la moda italiana?
La stoffa dell’Italia. Storia e cultura della moda dal 1945 a oggi Emanuela ScarpelliniPuò sembrare strano, ma la moda italiana è piuttosto giovane. Si può parlare di una sua vera affermazione soltanto dagli anni ‘70 e ‘80, quando gli stilisti seppero lanciare una moda pronta in grado di rivaleggiare con le tradizionali capitali della moda. In particolare Parigi, che era sempre stata il faro per lo stile già a partire da fine Ottocento: tutti i grandi sarti europei guardavano a Parigi per avere ispirazione. L’unica concorrente, a un livello inferiore, era Londra, che si era specializzata nell’abbigliamento maschile, nella famosa Savile Row, ad esempio. Questo non vuol dire che non esistesse una grandissima traduzione nella produzione di tessuti e anche di abiti in Italia, ma solo che non veniva riconosciuto ai sarti italiani uno stile originale, una moda in grado di imporsi autonomamente.

Quale ruolo riveste nella società attuale la moda? Gli stilisti sono ancora in gradi di condizionare gusti e comportamenti? 
Dopo vari decenni di mode e stili che cambiavano rapidamente, oggi la situazione è cambiata perché il consumatore cambiato. Siamo lontani dal tempo in cui si sfogliavano ansiosamente le riviste o si ricercavano notizie sulle ultime sfilate per capire i nuovi trend. Ora il consumatore è maturo, sofisticato e vuole costruirsi un suo stile personale, che può includere certamente alcuni capi firmati, magari degli stilisti preferiti, ma senza rinunciare a mischiarli con altri vestiti o accessori magari trovati nei negozi di fast fashion o sulle bancarelle dei mercati. Gli stilisti oggi non mirano più a vestire completamente il proprio cliente, secondo il total look a cui si aspirava negli anni ‘80, ma a dare suggerimenti ai quali il consumatore può ispirarsi.
Non è un caso che recentemente siano diventati così importanti nel mondo della moda gli influencer, cioè i protagonisti dei social media che conducono una vita  relativamente ordinaria, mostrando online quali vestiti e quali comportamenti seguono. È una situazione ben diversa da vari decenni fa, quando la moda guardava solo alle grandi star del cinema come testimonial e proponeva modelli irraggiungibili per il vasto pubblico. Potremmo dire che oggi la moda è una questione molto personale.

Sembra ormai tramontata l’epoca dei grandi stilisti italiani, Valentino, Versace, Trussardi: le loro maison sono state acquisite da aziende straniere e all’orizzonte non si vedono nomi nuovi capaci di perpetuarne la fama: è realmente così?
Dal punto di vista del quadro economico-finanziario la situazione è molto complessa. In realtà se alcune case di moda molto note sono state cedute all’estero, è anche vero che il grosso della produzione resta in mani italiane ed alcuni stilisti hanno fatto acquisti fuori dai confini. In generale è però evidente che la caratteristica della casa di moda italiana, cioè la sua estrema attenzione alla qualità ma anche la sua dimensione medio-piccola, la pone in una situazione delicata in una fase di globalizzazione, quando cioè capitali da vari Paesi (prima europei e americani, adesso soprattutto asiatici) sono alla ricerca di investimenti redditizi.
In questa situazione però si stanno facendo strada molti nuovi nomi, che partono dal basso, con esperienze mirate, focalizzandosi magari su uno specifico prodotto per farsi conoscere e attirare investitori. Loro potrebbero essere i nomi famosi di domani.

Quali sono stati i punti di forza della moda italiana?
Il principale pilone su cui appoggia il successo della moda italiana è stato sicuramente la struttura industriale produttiva. Per secoli l’Italia aveva avuto una grande tradizione nella produzione di tessuti e abiti, basti pensare alle sete e ai velluti prodotti fin dal Medioevo e venduti in tutta Europa, agli spettacolari abiti rinascimentali decorati con veri gioielli, ai lussuosi modelli del Barocco e dell’Illuminismo. Con l’avvento della rivoluzione industriale l’Italia si affermò come una forte produttrice, prima di seta, poi di tessuti di lana e di cotone, mentre continuava la straordinaria tradizione artigianale specializzata nell’abbigliamento, negli articoli di pelle e nella produzione di accessori.
Il risultato fu che quanto emersero gli stilisti nella seconda metà del Novecento si trovarono alle spalle una formidabile struttura produttiva, in grado di creare abbigliamento in serie ma di altissima qualità, grazie a grandi industrie tessili, piccole e medie industrie di abbigliamento e una folta schiera di artigiani e lavoranti con grandi capacità manuali, spesso riuniti in quelli che sarebbero divenuti famosi come distretti industriali.
Un altro elemento importante fu poi la capacità di comunicare e vendere questi nuovi prodotti. Questo fu realizzato con la costruzione di un complesso sistema mediatico, che andava dalle riviste specializzate, con in testa la prestigiosa “Vogue”, ai femminili di grande diffusione, per allargarsi poi alle agenzie fotografiche, agli organizzatori di eventi e sfilate, ai giornalisti che operavano in vari media e così via. In altre parole, nella seconda metà del Novecento ci fu come una catalizzazione del fenomeno moda in Italia, per cui capacità pregresse e innovazioni confluirono per creare e fare conoscere in Europa e negli Stati Uniti le nuove produzioni.

Quali diverse fasi storiche ha attraversato la moda italiana? 
All’inizio del Novecento il fascismo fece un grande sforzo per creare una vera moda italiana. Questo rientrava all’interno delle politiche autarchiche adottate dal regime, per cui si voleva promuovere l’industria italiana, la creatività italiana, l’artigianato italiano e così via. Persino i futuristi si occuparono di lanciare fantasiosi abiti di moda, utilizzando materiali disparati (anticipando curiosamente quello che fanno oggi molti stilisti all’avanguardia) e persino un’elegante ma ugualitaria tuta, disegnata da Thayaht.
I suoi sforzi furono però inutili. Le élite  del tempo continuarono a guardare a Parigi. Poi venne la guerra e la difficoltosa fase della ricostruzione, a cui seguì un rapido e sempre più accelerato sviluppo a partire dalla fine degli anni ’50.
Fu su queste basi, come detto, che emerse una generazione di “stilisti”, non più semplici sarti, ma creativi che immaginavano uno stile unitario come ispirazione per le loro linee. La loro sfida fu quella di “democratizzare la moda”, portare cioè la qualità della moda artigianale a un pubblico più vasto, utilizzando le capacità produttive delle industrie. In pratica un mix tra qualità sartoriale manuale e produzione industriale di serie. In questo modo era possibile offrire capi di prestigio a un prezzo relativamente contenuto, spalancando così il mondo della moda alle classi medie e ai giovani che ne erano stati sempre esclusi.

Milano è ancora la città della moda?
Milano è una delle città della moda. Fino a metà del Novecento si poteva dire che ci fosse solo una città della moda, Parigi. Poi a poco a poco iniziarono altri poli d’interesse: Londra, come abbiamo visto, ma anche New York, dove si era sviluppata una forte industria dell’abbigliamento, sostituita poi da una formidabile macchina mediatica; e poi ancora, in Italia, Roma e Firenze. Non va dimenticato infatti che le prime capitali della moda furono loro: Roma puntò le sue carte sull’alta moda esclusiva, sul modello francese, sfruttando la presenza del cinema; Firenze fu la prima a organizzare sfilate e a valorizzare le competenze artigianali, per abiti e pelli, che fiorivano nella sua area. Milano arrivò dopo, con gli stilisti, appunto.
Oggi possiamo dire che esistano numerose capitali della moda, fra cui molte anche in Asia,  a cominciare da Tokyo. Il mondo della moda è diventato sfaccettato e multiforme e deve rispondere a un ambiente globalizzato con diverse esigenze e diversi gusti. Milano però continua a fare la sua parte producendo uno stile ormai inconfondibile.

Quale futuro per la moda italiana?
La crisi iniziata nel 2008 ha segnato profondamente anche il mondo della moda. Tuttavia questo settore ha resistito complessivamente bene ed è attualmente in ripresa, anche se in modo disomogeneo al suo interno. Per il futuro possiamo immaginare uno sviluppo legato a quella che è stata una caratteristica della moda italiana, cioè la sua capacità di innovazione, per esempio nell’adottare nuovi tessuti tecnici che permettono di avere abiti leggeri, freschi e duraturi, sempre unita a un’elevata qualità di produzione.
A questo riguardo, molto si giocherà sulla “sfida delle passerelle” in atto, innescata indirettamente dal successo del fast fashion. Vari stilisti, soprattutto americani, pensano di produrre i capi più rapidamente, in modo che siano pronti per la vendita appena dopo le sfilate. In pratica, i clienti guardano i modelli, magari in streaming, e poi possono comprare subito. Gli stilisti italiani, e anche quelli francesi, non concordano. Per loro è necessario avere abbastanza tempo per produrre con cura i capi che saranno in vendita, e quindi, come succede ora, questi saranno disponibili solo vari mesi dopo la sfilata ufficiale. In sostanza è la logica del fast fashion contro allo slow fashion, portata al livello più alto.
Quali che siano le soluzione adottate, se rimarrà fedele alla sua caratteristica e alla qualità che l’hanno reso famosa, la moda italiana avrà ancora una lunga strada davanti a sé.