“La stagione dell’identità” di Domenico Petrolo

Dott. Domenico Petrolo, Lei è autore del libro La stagione dell’identità. Dalla Brexit a Trump, perché orgoglio e valori contano più di salari e welfare, edito da FrancoAngeli; nel libro lei sostiene che oggi gli elettori non votano più per il reddito ma per orgoglio e valori?
La stagione dell’identità, Domenico PetroloSì, gli elettori, in particolare quelli provenienti dai ceti medio-bassi, non chiedono più redistribuzione della ricchezza o lotta alle diseguaglianze, ma protezione del proprio mondo e riconoscimento della propria identità. Non siamo più difronte ad un conflitto tra classi economiche ma tra identità culturali. Le elezioni non si decidono più sui salari o sul caro benzina. Le persone votano quei partiti di destra che promettono di difendere il loro modo di vivere, il loro mondo e la loro identità. Identità che percepiscono minacciata dall’immigrazione irregolare, dall’islam radicale, dalla globalizzazione, dalla demografia e dagli eccessi della cultura woke.

Come possiamo definire l’identità?
L’identità è un valore assoluto. È l’insieme di tutti gli aspetti che ci definiscono: la nostra storia, la tradizione, i vincoli familiari, i modi di fare, la religione e la laicità, la cultura e le sue espressioni, i diritti e le consuetudini del nostro gruppo di appartenenza. Tutto ciò dà alle persone un posto nel mondo: li fa sentire parte di una comunità e quando hanno la sensazione che tutto ciò sia minacciato votano quelle forze politiche, nazionalisti e sovranisti, che promettono di difendere il loro mondo.

Lei parla molto di “riconoscimento”. Oggi riconoscere è fondamentale?
Se il secolo precedente era il secolo dell’uguaglianza, questo è il secolo del riconoscimento. Le persone votano i populisti e i nazionalisti per orgoglio, li votano perché vogliono essere riconosciute, vogliono essere viste.

Le forze tradizionali non riconoscono?
La sinistra occidentale ha da tempo rinunciato a interpretare i processi e i fenomeni che attraversano la società e ha assunto più spesso un atteggiamento “giudicante”. Negli ultimi due decenni non sono mancati leader democratici – da Hillary Clinton a François Hollande – che hanno liquidato una parte degli elettori come “bifolchi”, “ignoranti” o “sdentati”, o considerato l’identità tradizionale come un orpello del passato mentre al contrario hanno esaltato le identità cosmopolite e multiculturali.

Così facendo, hanno lasciato campo libero a populisti e nazionalisti, che hanno saputo fare del riconoscimento la propria bandiera: hanno intercettato emozioni e paure diffuse, dando voce a inquietudini che, al di là dei giudizi politici, sono reali.

Nel suo libro afferma che il multiculturalismo in Europa è un fallito?
Per quanto l’immigrazione sia fondamentale per il nostro continente, non possiamo non ammettere che in buona parte dei Paesi europei il multiculturalismo è fallito. L’idea che le criticità connesse all’immigrazione potessero risolversi da sole si è rivelata profondamente sbagliata. La politica tradizionale ha pensato che tutto si sarebbe magicamente armonizzato da solo, senza tenere conto dei conflitti culturali e identitari che ne sarebbero derivati. Un approccio intriso di relativismo culturale che ha comportato il fallimento del multiculturalismo. Basti vedere quello che è successo in Svezia, patria della socialdemocrazia, dove oggi governano i conservatori con l’appoggio dei nazionalisti.

Cosa è successo in Svezia?
La Svezia nel secondo dopoguerra ha aperto il suo cuore come nessun altro al mondo, accogliendo chiunque fuggiva da una guerra, da una carestia, da una dittatura. La Svezia è diventata nel tempo una super potenza umanitaria accogliendo rifugiati provenienti da ogni parte del mondo. Nel 2024 il 20% della popolazione svedese, più di 2 milioni su un totale di 10 milioni di abitanti, era composto da persone nate all’estero.

Oggi però il sistema si è inceppato. Il numero altissimo di rifugiati accolti, la difficolta di integrare gli immigrati africani e mediorientali, l’Islam radicale e il relativo conflitto culturale, hanno cambiato profondamente il Paese. Oggi la Svezia non è più l’isola felice del passato, il Paese modello da imitare. Negli ultimi decenni è cresciuto il numero di stupri e reati sessuali. Si sono formate decine e decine di “no-go zones”, in mano a bande criminali di varie etnie, dove la polizia non può nemmeno entrare. Nel 2022, secondo i dati del governo svedese, in tutto il Paese ci sono state ben 391 sparatorie. La Svezia è diventata uno dei paesi con il più alto tasso di omicidi con armi da fuoco, sono aumentati in modo vertiginoso gli attentati con uso di esplosivi e la presenza delle gang criminali giovanili. Gang di cui fanno parte decine di migliaia di giovani, buona parte immigrati o svedesi di seconda generazione, ossia figli di immigrati. Anche i bambini sono coinvolti nel crimine, assoldati come killer tramite le piattaforme social per uccidere i membri delle bande rivali. Secondo i dati del governo svedese nei primi sei mesi del 2024 i minori di età inferiore ai 15 anni sospettati di omicidio, favoreggiamento e tentato omicidio sono stati 93. Difatti ogni due giorni in Svezia un bambino veniva ingaggiato per un omicidio.

È innegabile e inevitabile, però, che ci troviamo in una società plurale.
Certo, ma il caso svedese ci insegna che non possiamo non gestire determinati processi. L’integrazione richiede ingegneria economica e sociale: è necessario che vi sia reciprocità; invece, spesso ha prevalso il relativismo culturale, secondo cui agli immigrati non si può chiedere reciprocità. Non si può chiedere l’adesione ai principi fondamentali delle nostre democrazie liberali, il rispetto della laicità, l’uguaglianza tra uomo e donna, il rispetto dei diritti individuali se non sono conformi alla “loro cultura”. E mettere in discussione alcuni aspetti della loro cultura, anche se in antitesi ai nostri principi, viene considerato un peccato mortale. Ma la condivisione dei principi e dei valori del paese che accoglie è fondamentale. Non in virtù di una superiorità culturale, ma per favorire l’emancipazione delle persone che arrivano ed impedire allo stesso tempo una regressione collettiva.

Lei individua l’Islam radicale come una minaccia per le democrazie europee e allo stesso tempo come elemento centrale per l’affermazione dei movimenti nazionalisti.
Se è vero che c’è una strumentalizzazione da parte dell’estrema destra dell’islam e altrettanto vero che c’è una difficoltà ad integrare una parte della comunità musulmana. La grande maggioranza dei musulmani è perfettamente integrata, ma non si può ignorare che le nostre democrazie siano minacciate da un Islam radicale che, negli ultimi decenni, si è annidato nel cuore dell’Europa e alimenta dei violentissimi scontri valoriali e culturali.

Pochi mesi fa, gennaio 2026, gli Emirati Arabi Uniti hanno deciso di non mandare più i loro rampolli a studiare in Gran Bretagna, non per la corruzione dei costumi occidentali, ma per paura che vengano radicalizzati dai Fratelli Musulmani, ormai saldamente radicati nell’università inglesi. Nel 2024 Barbara Slowik, capo della Polizia di Berlino, sconsigliava ad ebrei e gay di frequentare determinati quartieri della capitale tedesca “in cui vive la maggioranza delle persone di origine araba che hanno anche simpatie per gruppi terroristici.”

Difatti in diversi quartieri delle città europee il diritto occidentale è stato sostituito dall’applicazione informale della sharia, la legge islamica. Lo storico francese Georges Bensoussan ha usato l’espressione “territori perduti della Repubblica” per indicare quegli spazi urbani nei quali l’autorità dello Stato e i principi repubblicani – laicità, libertà di espressione e uguaglianza di genere – risultano fortemente indeboliti, anche a causa di processi di radicalizzazione religiosa. In Belgio, Francia, Germania e Gran Bretagna sono migliaia i territori ormai considerati perduti.

Un capitolo del suo libro si intitola “Woke for Trump”. Il Woke come un comitato aggiuntivo a favore di populisti e nazionalisti?
La cultura woke, nata con l’intento di promuovere l’emancipazione, ha finito talvolta per generare dinamiche di censura ed esclusione. Le politiche identitarie statunitensi hanno spinto una parte della sinistra ad accantonare principi universali per concentrarsi sulla tutela di gruppi e identità specifiche — immigrati, comunità LGBTQ+, minoranze etniche e religiose — arrivando in alcuni casi a descrivere l’identità tradizionale come un retaggio del passato. Si pensi alla proposta, avanzata da una parte della sinistra italiana, di sostituire ‘mamma’ e ‘papà’ con ‘genitore 1’ e ‘genitore 2’, oppure all’introduzione della schwa nelle parole al posto del maschile e del femminile. Per molti uomini e donne, queste scelte — così come altre formule “neutre” — non rappresentano un progresso, ma vengono percepite come un indebolimento o un annullamento della propria identità.

Quanto pesano le nuove tecnologie in questo scontro identitario?
Come già successo in passato, l’innovazione e la tecnologia ridefiniscono la nostra identità. I social media cambiano il nostro modo di rappresentarci, pensarci e relazionarci. Ognuno è rinchiuso nella propria bolla impegnato a costruirsi, indirizzato dall’algoritmo, una propria versione della verità. Una polarizzazione affettiva in cui chi non appartiene al proprio gruppo nel migliore dei casi non esiste; nel peggiore è un nemico. Una polarizzazione in cui non c’è spazio per i dubbi e bisogna schierarsi subito.

Con la sconfitta di Orban si è celebrato la fine dei nazionalisti e dei populisti. Ma poi è arrivata la vittoria di Farage in Gran Bretagna.
La sconfitta di Orban è stata una buona notizia per le istituzioni europee. Ma scomparso Orban non sono scomparse le radici per cui è stato votato, lo stesso accadrà con la sconfitta di Trump all’elezioni di midterm. Ciclicamente si festeggia con troppo entusiasmo la fine dei nazionalisti: nel 2017 con la vittoria di Macron su Le Pen, nel 2020 con la vittoria di Biden su Trump, nel 2023 con la vittoria di Tusk in Polonia. Ma siamo nella stagione dell’identità e la sua conclusione appare ancora molto molto lontana.

Come potranno salvarsi le democrazie liberali?
Quella che stiamo vivendo è una crisi strutturale che non si risolverà con qualche misura tampone. La politica tradizionale deve rispondere alla richiesta di protezione, uscire dalla propria comfort zone e soprattutto riconoscere.

Protezione, Protezione, Protezione come scrive nelle pagine conclusive del suo libro?
Sì, ma non come un concetto sullo sfondo o sottinteso nelle parole ottimiste che si utilizzano. Il concetto di protezione e la parola “protezione” devono diventare un mantra, ripetuto all’infinito affinché anche chi lo ripete possa farlo veramente proprio e non viverlo come un concetto episodico e strumentale. Una protezione che non è solo economica ma che riguarda anche tutti gli altri aspetti della vita delle persone. Non solo pane, ma anche rose.

Uscire dalla comfort zone?
Bisogna superare il conformismo e l’autocensura in cui ci siamo rinchiusi tutti negli ultimi anni, perché affrontare questi temi soltanto in reazione e in contrapposizione a ciò che sostengono i nazionalisti non ci permette di coglierne la reale complessità. Bisogna rompere questo conformismo, non aver paura di essere accusati di xenofobia o islamofobia, ed entrare nel merito delle questioni, interpretare la realtà. Solo così potremmo liberare le democrazie liberali dalla morsa degli estremismi.

Ed infine ritorna il concetto del riconoscimento.
Sì, oggi le forze tradizionali devono riconoscere. Riconoscere anche le paure e le inquietudini delle persone. Non basta più denunciarle o denunciarne la strumentalizzazione.

Inoltre, devono attribuire un valore agli individui, alle loro tradizioni, alle loro radici. Riconoscere il valore positivo del loro vissuto, il valore delle loro identità, anche se non sono cosmopolite e multiculturali. Dovranno imparare a parlare il linguaggio dell’appartenenza senza scivolare nella retorica del sangue e suolo. Coniugare riconoscimento e universalismo, radici e apertura.

Domenico Petrolo, laureato in Comunicazione politica, ha iniziato la sua carriera nel mondo della cultura, per poi dedicarsi alla comunicazione e alla strategia elettorale, partecipando a numerose campagne nazionali e locali a fianco di diversi leader politici. Dal 2015 al 2018 ha coordinato la campagna 2×1000 per il Partito Democratico nazionale e le attività di raccolta fondi di varie realtà associative. Nel 2024 ha pubblicato, insieme a Lorenzo Incantalupo, Chi mi ama mi voti (Guerini e Associati). Oggi è fondatore e direttore di Cuntura, società che si occupa di strategia, comunicazione, pubbliche relazioni, networking e diplomazia. Cresciuto a Pernocari, vive tra Roma e Firenze.