Prof. Renzo Sabbatini, Lei è autore del libro La sollevazione degli Straccioni. Lucca 1531. Politica e mercato edito da Salerno: quali vicende segnarono la storia della piccola repubblica di Lucca dal maggio 1531 all’aprile 1532?
La sollevazione degli Straccioni. Lucca 1531. Politica e mercato, Renzo SabbatiniSono due le considerazioni che hanno guidato la mia ricostruzione del lungo anno che vede la piccola Repubblica di Lucca sull’orlo dell’abisso.

In primo luogo, il fatto che non si tratta di vicende tutte chiuse dentro le mura cittadine, ma rivestono una non secondaria valenza europea. L’imperatore Carlo V è stato appena incoronato a Bologna e l’Italia marcia verso la cosiddetta pax hispanica; il crollo di Lucca, che gode la propria autonomia statuale proprio grazie a privilegi imperiali, sarebbe una turbativa pericolosa. La Francia di Francesco I, ancora in lotta contro gli Asburgo per il controllo dell’Italia settentrionale e centrale, potrebbe cercare di approfittarne (come proverà a fare venti anni dopo, quando i Medici conquistano Siena). E questo perché – lo analizzo in un intero capitolo – i governanti lucchesi in questi primi decenni del Cinquecento sono ancora combattuti, almeno sotterraneamente, tra Francia e Impero. In Francia hanno enormi interessi economici, in particolare sulla piazza di Lione, dall’Impero dipendono politicamente. È una prima interessante dialettica tra politica e mercato.

Ma la seconda considerazione che mi ha mosso è che la Sollevazione degli Straccioni è una storia da raccontare al presente, perché la complessità dei problemi che ne emergono – certo in un contesto del tutto differente – ancora ci interpellano. Quella che il libro propone è dal punto di vista storiografico una lettura tutta interna alle società e alle logiche di antico regime, ma la presenta alternative che continuano ad assillarci, come quelle tra mercato e protezione sociale, tra identità e sicurezza da un lato e, dall’altro, diritti e libertà. È proprio per questo che ho voluto intitolare il capitolo introduttivo Per chi suona la campana.

Le cronache e i diari coevi raccontano gli undici mesi dal primo maggio 1531 alla domenica in albis 1532 con toni drammatici: «In Lucca va sottosopra il mondo»; «Era venuta Lucca uno spettacolo di tutte le miserie». E di «oscura notte della Repubblica» parla l’invettiva del vescovo Giovanni Guidiccioni nella sua Orazione alli nobili della Republica lucchese.

Il prologo ha come protagonisti i giovani artigiani della seta, che nella notte del 30 aprile scorrazzano per la città e sobborghi con armi e drappo nero (lo “straccio” che darà il nome alla rivolta) e così trasformano il tradizionale “cantar maggio” da gioioso inno all’inizio della bella stagione, magari con qualche carnevalesca licenza o satira impertinente, nel lugubre annuncio di una lunga e sanguinosa fase di lotta politica e sociale.

La sollevazione prende avvio la mattina seguente, quando nella piazza di San Francesco, chiesa nella quale i tessitori hanno il loro altare, si adunano tumultuando centinaia e centinaia di artigiani della seta chiedendo il ritiro nelle nuove, punitive leggi che vietano l’attività in proprio ai testori. I mesi seguenti sono caratterizzati dalla violenza: violenza minacciata, con la quale la fazione popolare strappa ai governanti molte e sempre più significative concessioni; violenza messa in opera con scorribande in città e contro il Palazzo degli Anziani che provocano alcuni morti; attacchi con armi pesanti contro il palazzo della potente famiglia Buonvisi, individuata dai rivoltosi più radicali come il fulcro del potere economico e politico, ma anche verso la quale molti tessitori devono riconoscenza come mercanti committenti dei drappi che producono; violenze e regolamenti di conti per faide private, con omicidi che non si riesce a punire.

In alcune fasi la violenza endemica rischia di trasformarsi in vera e propria guerra civile. Lo scontro tra fazioni in concomitanza con la festa di San Frediano il 18 e 19 novembre lascia sul terreno quattro cadaveri, ma un cronista testimone oculare parla della disperazione delle donne che guardano dalla finestra temendo una «miseranda strage di cittadini». Grande tensione instaura la rissa scoppiata nella cattedrale di San Martino nella festa della Libertà (in ricordo del privilegio imperiale del 1369), momento religioso-politico che doveva consacrare la riconciliazione sociale, stimolata anche dall’ispirata omelia. E invece è il prodromo dello scontro definitivo tra le frange più radicali della plebe, abbandonate ormai della maggioranza degli artigiani, e le truppe contadine organizzate dai Buonvisi e dai nobili-mercanti più potenti, che spengono nel sangue e definitivamente la rivolta e ripristinano il governo aristocratico. Seguiranno dodici condanne a morte e un’altra cinquantina in contumacia, numerose condanne alla galea a vita o a tempo, l’esilio per molti altri rivoltosi.

E tuttavia le concessioni economiche fatte agli artigiani non saranno revocate, così come verrà mantenuto l’allargamento del Consiglio generale e le altre riforme istituzionali strappate dalla sollevazione popolare.

Quali furono le cause scatenanti dei tumulti popolari?
Analizzare le cause comporta – ed è una novità interpretativa del libro – distinguere all’interno della vicenda complessiva tre fasi differenti.

Dapprima lo scontro di carattere economico tra i mercanti imprenditori e i più qualificati e organizzati artigiani della filiera della seta, i tessitori, che hanno una propria corporazione, la Scuola dei Testori, che gode di una certa autonomia pur essendo sottoposta al controllo della Corte dei Mercanti, l’organo che controlla l’intera vita economica della città. Oggi potremmo definirla una vertenza sindacale, ma la questione non è così semplice, in una Repubblica di antico regime e in particolare per Lucca dove i ruoli di mercante e di governante si incarnano nelle stesse, tradizionali famiglie nobili, e spesso nelle medesime persone fisiche.

Su questo versante, la causa scatenante è la nuova legge, proposta dalla Corte dei Mercanti e approvata con poca discussione dal Consiglio, che proibisce ai singoli maestri tessitori di lavorare in proprio, per il mercato locale, con uno dei tre telai che sono autorizzati a gestire (le maestre ne possono avere solo due), e in più stabilisce un consistente ribasso dei compensi per i drappi commissionati dai grandi mercanti e destinati al mercato internazionale, in primo luogo alle fiere di Lione, ma anche a Bruges, a Londra e alla nascente piazza di Anversa. L’intenzione dei grandi mercanti, in un momento di difficoltà sul mercato europeo, è quella di ridurre a semplici salariati i maestri tessitori, che invece hanno lo status che oggi chiameremmo di “partite iva”.

In sostanza, i mercanti più grandi aspirano a mettere da parte le tutele garantite dalle corporazioni e a diminuire i costi di produzione in modo da attuare sconti sostanziosi sui prezzi di vendita. Con la sensibilità storiografica di oggi diremmo che cercano di introdurre anche nei rapporti di produzione quella logica del libero mercato che si sta affermando nella sfera della commercializzazione: il passaggio dalla concorrenza sulla qualità alla concorrenza sul prezzo. Una scelta che rischia di far saltare gli equilibri sociali della città, e con essi di metterne a rischio anche l’autonomia statale. Una scelta azzardata, non condivisa neppure all’interno della aristocrazia più legata all’idea di “economia morale” che preferisce non rompere la dialettica governante-padre / suddito-figlio a favore del nuovo rapporto, puramente economico, imprenditore / salariato.

E così, dopo le grandi adunate “sediziose” di artigiani e plebe del primo e 2 maggio, nella stessa seconda giornata il Consiglio generale fa marcia indietro su tutte le disposizioni della legge contestata: libertà di lavoro in capite con un telaio, ripristino dei precedenti compensi per i drappi consegnati ai mercanti. Nel conflitto di interessi tra economia e politica, gli aristocratici scelgono di privilegiare il loro ruolo di governanti rispetto a quello di imprenditori. Nell’arco di 48 ore la sollevazione avrebbe potuto dirsi esaurita, avendo ottenuto completa soddisfazione delle richieste artigiane.

Ma non fu così. Si apre invece una seconda fase, quella più direttamente politica. A dispetto dell’autorappresentazione come «governo largo e populare» che caratterizza i decenni tra Quattro e Cinquecento, il governo cittadino si era andato sempre più concentrando in un numero sempre più ristretto di grandi famiglie; il «cerchiolino», come si legge in certe fonti. Approfittando della sommossa artigiana, e in larga misura strumentalizzandola, un buon numero di casate di media e piccola nobiltà pone con forza l’esigenza della propria maggiore partecipazione agli organi di governo. Si apre allora quella che potremmo chiamare la stagione delle riforme istituzionali che Anziani (i dieci che rivestono il potere esecutivo) e Consiglio generale (che svolge la funzione legislativa) sono indotti ad approvare, quasi sempre sotto la minaccia della fazione popolare e più di una volta cedendo a veri e propri attacchi armati al Palazzo. Così il 26 maggio il Consiglio approva il proprio allargamento da 90 a 120 senatori con l’inserimento di trenta rappresentati popolari; così il 26 settembre si approva la riforma delle Tasche, il complesso meccanismo che elegge Gonfalonieri e Anziani, e si ampliano i maggiori “offizi” (le Entrate, l’Abbondanza, la Grascia) con l’inserimento di rappresentanti graditi ai popolari. Anche su questo versante, dunque, le richieste vengono tutte accolte.

Eppure i tumulti proseguono e la violenza si diffonde e si aggrava. È questo il terzo aspetto della sollevazione, quello sociale. Le condizioni di vita degli artigiani erano andate peggiorando per la crisi delle attività seriche; crisi dovuta all’andamento del mercato europeo e aggravata dalle tensioni interne. Più ancora che per i tessitori, erano peggiorate le condizioni dei ceti inferiori e meno protetti, la plebe: la diminuzione del peso della pagnotta venduta dai forni pubblici e la pessima sua qualità per l’uso di cereali inferiori (fino alla saggina), accompagnata dal caro viveri generalizzato e in particolare per vino e olio tenevano viva la protesta. «Pane, pane» era stato il grido delle donne fin dal primo maggio, come ci ricorda un testimone oculare, un nobile simpatizzante con le richieste popolari, almeno fino a quando non si erano avvalse della violenza. Questo aspetto sociale si intrecciava, dunque, agli altri due. E si era mantenuto forte anche dopo diverse disposizioni governative che avevano diminuito il prezzo del pane, stabilito sovvenzioni agli spedali e alle istituzioni di soccorso ai poveri, migliorate le condizioni nelle carceri, attutito le punizioni per mendicanti e vagabondi.

Come rispose l’oligarchia dominante?
Prima e molto a lungo dopo la sollevazione degli Straccioni le fonti ufficiali si presentano vischiose e opache rendendo difficile e talvolta quasi impossibile la ricostruzione dei dibattiti che innervano le decisioni, quasi sempre – almeno apparentemente – unanimi. Nei mesi della rivolta i resoconti delle sedute del Consiglio e la messe di testimonianze private coeve consentono allo storico di cogliere come in città sia presente, in nuce, quella che chiamiamo opinione pubblica. Questo dibattito politico aperto e diffuso ci mette in grado di sviluppare un’analisi sociale assai dettagliata, che ho svolto nel capito Una comunità in subbuglio e un’aristocrazia alla prova. Molto poco si può dire sul ruolo delle donne, oltre la loro richiesta di pane e la preoccupazione per gli scontri violenti. Qualcosa in più si rileva sul ruolo dei giovani: i figli dei ricchi mercanti, i figli dei tessitori o i figli del popolo, rientrati inquieti in città dopo essersi arruolati nella «guerra di Firenze», appena conclusa con l’insediamento dei Medici. Molto interessante è poi cogliere la distinzione, tra i “popolari”, tra gli artigiani e i loro salariati e apprendisti e i più diseredati, la plebe. Gli artigiani, col passare dei mesi e con sempre maggiori difficoltà lavorative, abbandoneranno progressivamente le frange più estreme della rivolta per fare fronte comune con i mercanti loro datori di lavoro e si schiereranno nelle fasi finali dello scontro a difesa del Palazzo. Ma forse le considerazioni più interessanti si possono fare proprio sui cittadini-nobili. Intanto il termine “nobile” si afferma nel dibattito cittadino proprio nel corso della sollevazione, con valenza negativa. In precedenza anche le famiglie più potenti e di più antica origine si auto-qualificavano come “cittadini”, magari “spettabili cittadini”: sola qualifica necessaria e sufficiente per accedere alle cariche di governo. Ho già detto di una nobiltà maggiore, tradizionalmente al potere, da distinguere dalla nobiltà medio-piccola che proprio in questo anno ottiene il riconoscimento politico (peraltro non sempre duraturo a meno che queste famiglie nuove non riescano a intrecciare rapporti di clientela con le maggiori).

Il gruppo dei grandi mercanti non viene però percepito – e non si percepisce – come unitario e compatto: lo metterà in evidenza con forza anche la già citata Orazione di Giovanni Guidiccioni. Ma soprattutto le contraddizioni sono testimoniate dallo stesso andamento della vicenda, dai resoconti delle discussioni in Senato, dalle posizioni dei “popolari” e dalle cronache. La più significativa distinzione è quella tra i cittadini e mercanti “antichi” e i “moderni mercanti”. Alla luce degli sviluppi storiografici degli ultimi decenni e tradotto in linguaggio attuale, i primi sono coloro che mantengono la linea della “economia morale” e hanno un atteggiamento paterno nei confronti di ceti inferiori, e i secondi sono invece coloro che, con le emergenti leggi del libero mercato, tendono a impostare con il popolo un rapporto esclusivamente economico.

Ma le cose non sono neppure così semplici. Il gruppo di nobili che un cronista chiama «principali», che in Consiglio generale conta una quindicina di voti sui 90 espressione della nobiltà sceglie di mettere a repentaglio la stessa indipendenza statale chiedendo – segretamente – all’imperatore Carlo V di intervenire militarmente e di insediare un commissario, pur di riconquistare la primazia. L’intervento non ci sarà per un ripensamento all’ultimo minuto di Carlo V, che cassa una bozza di lettera già stilata. E sarà invece il nobile “principalissimo” Martino Buonvisi che riconquisterà per gli aristocratici il governo cittadino sconfiggendo le frange più estreme e ormai isolate dei rivoltosi. E la figura del Buonvisi è contemporaneamente quella di un nobile antico e di uno degli autori della legge – ideata dai “mercanti moderni” – che ha messo in moto la sollevazione.

Quale bilancio storiografico si può trarre dalla rivolta di Lucca del 1531?
Se guardiamo alla superficie, non ci possono essere dubbi su chi siano i vincitori e chi i vinti: il sangue versato e le condanne al bando, le cronache coeve, le parole di fuoco di Guidiccioni contro «l’avarizia dei nobili» e poi la storiografia di impostazione liberale dell’Ottocento, fino all’interpretazione di Giampiero Carocci e Marino Berengo lo certificano. E tuttavia, a leggere più in profondità la vicenda che segna una cesura nella storia di Lucca, e a collocarla all’interno delle logiche di antico regime senza forzature attualizzanti, il bilancio non è così lineare.

E in questo, appunto, si diversifica ed è innovativa la lettura della Sollevazione degli Straccioni che il mio libro propone.

I mercanti-governanti hanno rinunciato alla progettata “modernizzazione” del mercato del lavoro, a quella riduzione a salariati dei maestri testori che avrebbe costituito nelle loro mani «un monopolio» (è proprio questo il termine usato da Guidiccioni), instaurato la logica della concorrenza sul prezzo attraverso la diminuzione dei costi di produzione e stravolto i rapporti sociali. Precocemente i grandi mercanti lucchesi avevano colto, sulle piazze europee, il vento del libero mercato che solo più tardi sarebbe diventato impetuoso; ma poi hanno scelto come prioritari il proprio ruolo politico e la pace sociale in città. E per la quiete – anche all’interno del ceto di governo – viene confermata la scelta di quella mediocritas che nessun singolo orgoglio di casato può trasgredire, pena la sconfitta e l’emarginazione.

Per contro, gli artigiani della seta hanno visto accolte tutte le loro richieste di protezione corporativa, sia economiche che giuridiche. Anche se è stata respinta la proposta di riservare posti nel governo alle Arti, a discapito dei consortati nobili, lo spirito corporativo è uscito rafforzato dalla sollevazione. La Repubblica rimane dunque fondata sulle famiglie aristocratiche, ma la logica corporativa diventa il cardine dell’agire politico. La nobiltà minore, gli esponenti delle professioni liberali, le «famiglie mediocri» (come si esprime il cronista Giuseppe Civitali) hanno ottenuto maggiori opportunità di accesso alle cariche pubbliche.

La lezione che l’aristocrazia lucchese ricava, e alla quale resterà fedele nel ricordo di questa traumatica cesura, è ben espressa da giurista Martino Manfredi che a metà Seicento ammoniva: «Si deve ben sì tener bassa la plebe quanto a’ maneggi politici, a gl’honori et alle dignità, ma altrettanto sodisfatta nell’annona, et in quelle cose, che appartengono all’arti, con le quali ella si guadagna il vivere».

Il vento impetuoso soffiato dagli Straccioni sul mare «in calma» della società e della politica lucchese ha dunque esaurito la sua forza e tutto sembra tornato nel suo stato “naturale”. Poteva essere una rivoluzione popolare, poteva essere la precoce affermazione del libero mercato, potevano forse crearsi le condizioni per quell’evoluzione economica in grado di interrompere il legame – per dirla con le parole di Joyce Appleby – «tra la sopravvivenza della società e le restrizioni delle libertà economiche». È stato invece il trionfo dello spirito corporativo con lo scambio tra la sicurezza dell’annona e i «maneggi politici».

Per Lucca è un equilibrio che si manterrà – certo con diverse momentanee scosse – fino al termine della repubblica aristocratica, agli inizi del 1799. Un equilibrio più funzionale alla sopravvivenza che allo sviluppo; un equilibrio sorretto peraltro da una notevole attitudine alla resilienza.

Renzo Sabbatini è docente di Storia moderna all’Università di Siena. La sua attività di ricerca spazia dalle tematiche economico-sociali e di cultura del lavoro a quelle politiche, con particolare attenzione agli aspetti diplomatici e alla forma repubblicana. Tra le sue pubblicazioni, Di bianco lin candida prole (Milano 1990), L’innovazione prudente (Firenze 1996), L’occhio dell’ambasciatore (Milano 2006), Sulla diplomazia in età moderna (ivi 2011), Le Mura e l’Europa (ivi 2012), Arezzo in età moderna (Roma 2018).

NON PERDERTI LE NOVITÀ!
Iscriviti alla newsletter
Iscriviti
Niente spam, promesso! Potrai comunque cancellarti in qualsiasi momento.
close-link