Professor Arcangeli, Lei è autore del libro La solitudine del punto esclamativo, pubblicato per i tipi del Saggiatore: come sono nate le lettere del nostro alfabeto?
La solitudine del punto esclamativo Massimo ArcangeliSono sostanzialmente il risultato di due fattori: 1) l’osservazione del mondo; 2) l’esigenza di rappresentarlo più o meno “artisticamente”(a partire, com’è ovvio, dall’ambiente circostante). Negli alfabeti (consonantici) di alcune lingue semitiche attestate intorno al 1700 a. C., nell’area di Canaan e nella penisola del Sinai, la A appariva rovesciata. Suggeriva la testa cornuta di un toro o di un bue, simbolo della forza primordiale che spinge ad agire; la parola semitica per indicare l’animale era alpu, e s’intendeva perciò dire, più o meno, “A come alpu”. La natura della A era insomma doppia, astratta e allo stesso tempo concreta: la lettera rimandava al primo suono della parola alpu, ma era anche un’immagine di quella testa di toro o di bue.

Qual è l’origine dei segni d’interpunzione?
Seneca, nell’avvio di una delle Epistulae morales ad Lucilium (IV, 40), disse dei Latini che erano “avvezzi a far pause”, e ciò avvenne in molti casi attraverso un “punto al mezzo” (interpunctum), anche quando scrivevano. Facile intuire perché. I segni d’interpunzione fungevano spesso da guida alla lettura, che un tempo era ad alta voce (perlopiù per il periodo compreso fra l’antichità e l’Alto Medio Evo), e indicavano pause ritmiche di lunga, media o breve durata.

Cancelletto e chiocciola sono diventati estremamente importanti nelle nostre scritture quotidiane: il primo ha assunto le funzioni di hashtag, la seconda elemento fisso nelle email: qual è la loro origine e in che modo sono stati adottati dal web?
Il primo, lontanissimo esemplare del segno del “cancelletto” risale più o meno a 40.000 anni fa ed è un graffito scavato sul pavimento della grotta marina di Gorham, situata sul lato sud-orientale della rocca di Gibilterra; opera di un neanderthaliano, consiste di una serie di 13 linee di varia lunghezza e profondità (4 le orizzontali e 9 le verticali). Oggi la notorietà del moderno cancelletto fra i caratteri speciali delle tastiere di tablet, computer o smartphone, è seconda solo a quella della chiocciola. L’hashtag ha la funzione di delimitare il dominio di applicazione di una parola o un’espressione chiave, di recintare il campo del contenuto di cui la sostanza linguistica è portavoce: un’idea da diffondere, un tema degno di attenzione, una tendenza del momento, un evento da promuovere, un’immagine da ricercare e molto altro. Il primo a utilizzare un hashtag su Twitter è stato Chris Messina (@chrismessina), alias Factory Joe, convinto sostenitore dell’open source. In un tweet del 23 agosto 2007 suggerì di sfruttare il simbolo # per creare gruppi di “cinguettatori”, e nell’autunno del 2007 il cancelletto esplose. Anteposto a una frase o una parola, e ammesso al loro interno da tanti social network (Twitter, Facebook, Instagram, Google+, Pinterest, ecc.), nel 2014 avrebbe fatto il suo trionfale ingresso nell’Oxford English Dictionary.

Le origini della chiocciola risalgono almeno al tardo Medio Evo, quando il simbolo indicò, in scritture mercantili, il prezzo unitario di una merce (at a price of  o, semplicemente, at). @ si è imposta a livello planetario, se parliamo di comunicazione a distanza (separa notoriamente, in un indirizzo di posta elettronica, il nome o il nick name dell’utente dal nome del dominio), anche per la sua natura archetipica (assomiglia a un vortice, alle volute del guscio dell’animale che chiamiamo chiocciola, a un labirinto e alle tante altre immagini simboliche riprodotte sugli svariatissimi oggetti che l’archeologia ha riportato alla luce) e perché è economica: in spagnolo, ma un po’ anche da noi, è utilizzata per indicare, in usi rispettosi del politicamente corretto, il genere maschile e femminile insieme (“Car@ tutt@”, iniziando a scrivere una e-mail, fa risparmiare spazio rispetto a “Cari tutti, care tutte”, o “Cari/Care, tutti/tutte”, o “Cari/-e tutti/-e”).

Il padre adottivo di @ è Raymond (Ray) Tomlinson, un ingegnere elettronico americano di origine olandese morto il 5 marzo 2016; l’aveva notata, nell’ottobre 1971, su una telescrivente ASR-33 dell’American Telephone and Telegraph (era comparsa per la prima volta su una macchina da scrivere Caligraph). A Tomlinson quel simbolo, poco usato, piacque subito. Estratto dal mazzo dei pochi segni speciali e d’interpunzione che completavano, sulle tastiere delle telescriventi del periodo, le serie di numeri e lettere, lo espose alla piazza (virtuale) in quello stesso mese di ottobre del 1971; la sua prima e-mail potrebbe però essere partita ai primi di novembre. L’ingegnere, dipendente di un’azienda di consulenza di Cambridge (MA), progettava nuove applicazioni per ARPANET, una rete giovane ma già equipaggiata di un buon numero di nodi. Realizzata dall’ARPA, agenzia governativa americana fondata (1958) con lo scopo di elaborare nuove tecnologie a uso militare, l’antenata di Internet era stata sperimentata per la prima volta nel 1969. In ottobre Charley Kline, programmatore all’università di Los Angeles (UCLA), era riuscito a connettere il suo ateneo con quello di Stanford, da computer a computer, utilizzando una normale linea telefonica. Il suo primo messaggio in rete doveva essere LOGIN. Kline aveva appena digitato la terza lettera – le prime due erano nel frattempo giunte a destinazione – quando il collegamento saltò. Sarebbe stato ripristinato in brevissimo tempo: per i primi due nodi di ARPANET era fatta. L’intento di Tomlinson, all’inizio, era di riuscire a far dialogare i colleghi di lavoro, reciprocamente distanti, che non rispondevano al telefono. Aveva cominciato così a mandarsi messaggi all’interno del laboratorio dell’americana Cambridge che al tempo occupava. A far da cavie due computer, divisi più o meno da una distanza di tre metri. “Mi spostavo ruotando sulla sedia dall’uno all’altro”, dichiarò in un’intervista radiofonica, “scrivevo un messaggio sul primo e poi andavo sull’altro, guardando ciò che avevo provato a scrivere”. Dopo due anni le e-mail avrebbero rappresentato il 75% di tutto quel che partiva e arrivava via ARPANET.  Nella prima e-mail inviatasi, secondo una diffusa opinione, Ray avrebbe scritto QWERTYUIOP; composta dalla prima fila di maiuscole a partire dall’alto, è la sequenza presente sulle attuali tastiere di milioni di cellulari e di computer. Tomlinson, pur confermando di aver allora adoperato le maiuscole, non disse mai che quell’e-mail contenesse QWERTYUIOP. Tuttavia, qualunque ne sia stato il testo, si sarà presumibilmente trattato di una successione casuale di caratteri.

Il punto e virgola, al contrario, sembra condannato ad un inesorabile oblio.
Da un po’ di tempo il punto e virgola soffre la concorrenza della virgola e del punto fermo. “L’assassinio del punto e virgola […] è molto più grave dell’assassinio di padri, madri, figli, figlie, mariti, mogli, nonne, cognati, di cui parlano con infinita voluttà i nostri telegiornali”. Parole di Pietro Citati, in un pezzo in risposta a Stefano Bartezzaghi (autore di un altro pezzo). Citati non è però il solo a elogiare il punto e virgola, o a piangerne la dipartita. Lynne Truss, scrittrice e giornalista americana, lo ha difeso. Con le unghie e coi denti. Per Beppe Severgnini? È  «democratico e duttile». Le mezze puntuazioni latitano, languiscono, non sono più quelle di una volta? Ce ne faremo una ragione. Rimanendo comunque fedeli, finché sarà possibile, a un’aurea regola, scolpita in un celebre detto (In medio stat virtus), buona per tutte le stagioni qualunque sia il mezzo: “In quanto alla distanza fra un punto fermo e l’altro, posizionarsi in una qualsiasi soluzione intermedia fra Marcel Proust e Ilvo Diamanti” (Stefano Bartezzaghi).

Quale evoluzione legata alle tecnologie digitali sta subendo la nostra scrittura?
Il futuro imminente, ma in parte è già presente, ci prospetta una sempre maggiore consapevolezza della “fragilità” della scrittura elettronica, la cui conservazione nel lungo periodo (a fini di archiviazione o altro) può diventare un serio problema.  Il futuro più lontano, se parliamo anche di qualità della lingua adoperata nei mezzi elettronici, lo vedo accompagnato da una ridefinizione dei modelli grammaticali tradizionali. Forse fra qualche decennio tracce e orientamenti di lingua e di scrittura  prenderanno definitivamente il posto delle vecchie, obsolete regole: dalla stabilità delle norme impartite da dizionari e grammatiche delle varie lingue nazionali, ed espresse in una ventina o poco più di simboli grafici, potremmo essere traghettati verso l’instabilità permanente degli innumerevoli usi linguistici – e dei relativi segni grafici e iconici – in dotazione alle “tribù” dei nuovi scriventi. Un ritorno a condizioni premoderne. Più che un Rinascimento sarebbe un Medioevo, e non riesco al momento a immaginare nuove tecnologie che siano in grado di mutare questo scenario.