La società signorile di massa, Luca RicolfiLa descrizione della società in cui viviamo oscilla «fra la denuncia di immani problemi sociali e l’adozione di un’immagine tutto sommato rassicurante»: come raccontare dunque il tipo di società in cui siamo gettati? È ciò di cui si occupa il sociologo Luca Ricolfi nel suo libro La società signorile di massa edito da La nave di Teseo.

La società del nostro tempo è stata di volta in volta definita dai vari studiosi Società postmoderna (J.F. Lyotard, 1979), Società postindustriale (A. Touraine, 1969), Società postcapitalista (P.F. Drucker, 1993), Società opulenta (“affluente”; J.K. Galbraith, 1958), Società dei consumi (J. Baudrillard, 1970), Società dell’informazione (A. Mattelart, 2001), Società della conoscenza (G. Böhme, N. Stehr, 1986), Società dell’apprendimento (R.M. Hutchins, 1968), Società dello spettacolo (G. Debord, 1967), Civiltà dello spettacolo (M. Vargas Llosa, 2012), Società relazionale (P. Donati, 1991), Network society (J. van Dijk, 1991), Società della conversazione (J. Bloem et al., 2009). Quale si adatta però di più alla realtà del nostro Paese?

La tesi che Ricolfi difende nel suo libro è che «l’Italia non è una società del benessere afflitta da alcune imperfezioni, in via di più o meno rapido riassorbimento, ma è un tipo nuovo, forse unico, di configurazione sociale. La chiamerò società signorile di massa perché essa è il prodotto dell’innesto, sul suo corpo principale, che resta capitalistico, di elementi tipici delle società signorili del passato, feudale e precapitalistico. Per società signorile di massa intendo una società opulenta in cui l’economia non cresce più e i cittadini che accedono al surplus senza lavorare sono più numerosi dei cittadini che lavorano.»

Sulla scia del pensiero di Claudio Napoleoni, Ricolfi sostiene che «l’essenza della società signorile è l’esistenza di un gruppo sociale, in passato costituito dai nobili, dai guerrieri e dal clero, che ha il privilegio di consumare il sovraprodotto, o surplus, senza contribuire in alcun modo alla sua formazione.»

È questo il vero male della società italiana, perché «una società signorile è, anche, una società in stagnazione.»

Con una differenza significativa: «ora la condizione signorile […] non è, come nelle società signorili vere e proprie, nonché nella stessa società italiana del passato, un privilegio riservato a una minoranza, ma una condizione altamente ambivalente che tocca più della metà dei cittadini. Ciò accade non solo perché sono tantissimi coloro che non lavorano, ma perché […] sono i redditi stessi a provenire sempre più da fonti diverse dal lavoro, come le rendite e i trasferimenti assistenziali. Ecco perché, nel qualificare la società italiana come signorile, occorre aggiungere “di massa”.»

Il processo di formazione di una società signorile di massa «non si è compiuto nel giro di poco tempo, ma ha richiesto circa mezzo secolo» perché le tre condizioni che la definiscono – ovvero il crollo del tasso di occupazione, il consumo opulento, la fine della crescita – «si sono sviluppate in tempi diversi, finendo per stratificarsi l’una sull’altra.»

E così Ricolfi si occupa si fornire una definizione analitica precisa di società signorile di massa, ne descrive i pilastri economici e sociali, con speciale attenzione alla sua infrastruttura paraschiavistica; illustra la fenomenologia del consumo signorile e i processi che lo hanno reso di massa oltre a soffermarsi sulla forma mentis della società signorile di massa, con particolare riguardo al suo tratto più problematico, ovvero il “doppio legame” che si viene a instaurare fra i produttori e quanti si trovano nella condizione signorile. Al termine del libro il sociologo torinese si interroga sull’unicità o meno del caso italiano nonché sulle prospettive future della società signorile di massa.

E dunque: quale futuro davanti a noi? Scrive Ricolfi: «Fare previsioni è difficile, se non altro perché non sappiamo che cosa farà la politica, né come cambieremo noi. Quel che possiamo tentare di immaginare, però, è che cosa succederà se non si fa nulla.» E qui le tinte si fanno fosche: «Il ristagno della produttività, combinato con la nostra preferenza per il tempo libero, renderà sempre più difficile aumentare ancora la nostra ricchezza. Prima o poi (più prima che poi), la stagnazione si trasformerà in declino.»

«L’importo delle pensioni, fra trenta o quarant’anni, sarà minore per tutti (perché ci saranno tanti vecchi e pochi lavoratori), ma sarà ancora minore per chi avrà cominciato tardi a versare i contributi». E «se le prospettive per i nostri figli non sono granché, quelle per i nostri nipoti sono a dir poco inquietanti.»

«È ineluttabile tutto questo? Qualcuno pensa di no. È molto diffusa, oggi, la convinzione – ma forse sarebbe meglio dire: la speranza – che sarà il progresso tecnico a levarci d’impiccio. Sociologi ed economisti più o meno visionari immaginano un futuro in cui i robot lavoreranno al posto nostro, e la raggiunta prosperità consentirà allo stato-mamma di elargire a tutti, ricchi e poveri, un basic income, o reddito di cittadinanza.»

«Fortunatamente la varietà di esperienze delle altre società avanzate ci mostra che, in quel che una società diventa, non vi è nulla di ineluttabile, e che ogni società è padrona del suo destino. Il rischio, ora, è di non cogliere il punto decisivo: se nulla si fa, il nostro stupefacente equilibrio è destinato a rompersi, quando la stagnazione si trasformerà in declino.»

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