“La società senza sguardo. Divinizzazione della tecnica nell’era della teocnocrazia” di Yuri Berio Rapetti

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Prof. Yuri Berio Rapetti, Lei è autore del libro La società senza sguardo. Divinizzazione della tecnica nell’era della teocnocrazia edito da Mimesis, in cui analizza i presupposti antropologici e le tendenze sociologiche che spingono la nostra società verso quella che definisce una teocnocrazia, termine da Lei coniato per significare l’idolatria della tecnica: in che modo la tecnica ha investito e modificato quasi tutti gli ambiti dell’esperienza umana?
La società senza sguardo. Divinizzazione della tecnica nell’era della teocnocrazia, Yuri Berio RapettiIntanto è bene sottolineare, per non essere fraintesi, che l’uomo è un animale essenzialmente tecnologico, se così si può dire, fin dall’origine. Per tecnica non intendo infatti soltanto quei prodotti e strumenti che popolano e talvolta affollano la nostra vita quotidiana di uomini del XXI° secolo, ma anche la semplice scrittura, il linguaggio e persino il nostro stesso corpo può essere visto come uno strumento tecnico che rappresenta un mezzo indispensabile in vista della realizzazione di un fine. La tecnica è allora essenzialmente connaturata alla vita umana e non può esserne distinta se non con una estrema forzatura che rappresenta una mera astrazione. Senza la tecnica non si sarebbero nemmeno potute liberare quelle energie spirituali che hanno permesso la nascita di una civiltà umana e le sue vette di creatività, come l’arte, la filosofia o la religione. Detto questo però è indispensabile, a mio avviso, rendersi conto che la tecnica nella nostra società ipertecnologica a capitalismo avanzato ha preso il posto che un tempo era occupato dalle varie credenze religiose o, più di recente, dalle ideologie. Ciò che l’uomo si è sempre aspettato dalla religione e da un intimo rapporto con il divino o dai disegni utopici annunciati dalle grandi ideologie novecentesche, ora egli lo attende dalla tecnica e dai suoi nuovi guru e fautori dei vari movimenti del post e transumanesimo che promettono vette di immortalità attraverso l’ibridazione uomo-macchina o l’implementazione della coscienza nei software dell’intelligenza artificiale. È noto, per fare solo un esempio conosciuto dal grande pubblico, che il multimiliardario Jeff Bezos sta investendo parte del suo sconfinato patrimonio nella ricerca tecno-scientifica rivolta a bloccare l’invecchiamento delle cellule e allungare a dismisura la vita biologica sulla terra. Dietro questo, e altri innumerevoli progetti e innovazioni tecniche, si nasconde a mio avviso un profondo desiderio dell’uomo di ottenere la salvezza e la “vita eterna” dalla macchina e dai suoi surrogati sfuggendo al ciclo vitale e questo non può che avere effetti profondi sulla stessa antropologia umana, ovvero sul modo in cui l’uomo si concepisce e si auto-rappresenta.

Che rapporto esiste tra l’uomo e la macchina nella ipertecnologica società contemporanea?
Come stavo dicendo l’uomo iper-tecnocratico contemporaneo, che si aspetta la salvezza dalla tecnica, entra con la macchina in un rapporto chiasmico del tutto particolare che non esiterei a definire patologico. Da un lato la macchina è diventata per noi un modello a cui tendere e la levigatezza asettica e siderale dell’oggetto tecnico, con la sua assenza di ciclo di vita, viene inseguita in un processo di deumanizzazione che si può notare in innumerevoli fenomeni sociali che sono sotto gli occhi di tutti. La tendenza a rimuovere il naturale ciclo di vita attraverso interventi di chirurgia estetica nel corpo umano ma anche la tendenza alla rimozione della morte e dell’invecchiamento dal mondo virtuale dei social come è stato dettagliatamente descritto suoi ultimi saggi da Davide Sisto ne sono una prova evidente. Al contempo, e con un processo inverso, l’uomo tenta, invano a mio avviso ma con un movimento quasi commovente, di rendere la macchina più umana per riconoscersi in un prodotto che ormai rischia di sopraffarlo e in cui non si riconosce più. Sono molti gli esempi in questo senso: dalle interfacce con volto umano come quelle prodotte dalla start up svedese Fuhrat che prestano un viso antropomorfo ai più comuni software come gli assistenti google, fino ai tentativi di dotare gli apparati tecnici di una propria coscienza (algoritmo e intelligenza artificiale ), di un vero e proprio sguardo (lo schermo) e addirittura una personalità (attraverso il design), si tratta sempre a mio avviso di un fenomeno altamente significativo ed evocativo di una sorta di nostalgia per l’umanità che sentiamo in fondo di perdere nella stressa esaltazione del prodotto tecnico che abbiamo creato. Questo non significa affatto che la tecnica sia di per sé un male o un qualcosa da demonizzare. Si tratta piuttosto, come suggerisco nella parte finale e terapeutica del mio saggio (che è costruito sull’analogia con la pratica medica: anamnesi, diagnosi e terapia), di ristabilire un rapporto sano e generativo con lo strumento tecnico senza finire con l’esserne sopraffatti e in un certo senso resi schiavi.

Nel saggio Lei sostiene che, in alcuni casi, sono state varcate delle soglie critiche col risultato che i mezzi si siano trasformati in fini: quali conseguenze produce tale ribaltamento teleologico?
È proprio quello che stavo cercando di sostenere pocanzi. Prendendo spunto da due pensatori un po’ atipici e in parte datati, ma che a mio avviso hanno da offrire spunti molto istruttivi a noi uomini ipertecnologici del XXI° secolo, ovvero Ivan Illich e James Gibson, si può dire che esistono delle soglie critiche che se superate operano un ribaltamento dei mezzi in fini, ovvero trasformano la tecnica da utile strumento al servizio dell’uomo, in un esigente e talvolta spietato padrone. Alcuni studiosi più recenti, come l’antropologo T. H. Eriksen nel suo bel saggio “Fuori controllo. Un’antropologia del cambiamento accelerato”, hanno osservato come la perdita di una certa misura di scala (la taglia media di cui parla Gibson) in molti ambiti dello sviluppo tecnico, dalla questione delle fonti energetiche con ricadute sull’ambiente, fino all’iperstimolazione dilagante nei mezzi di comunicazione di massa e sui social, porta ad una vera e propria perdita di controllo che rende lo sviluppo tecnologico non solo insostenibile, ma addirittura in certi casi controproducente. Per esempio l’eccesso di informazione contenuto ormai sul web è tale da rendere quasi impossibile per un singolo individuo, per quanto istruito e specializzato nel suo campo, di stare al passo coi tempi e riuscire a interpretare in modo significativo l’immensa massa di informazioni (i famosi big data) di cui dispone. Egli sarà quindi tentato, come aveva già intuito molti anni prima Gehlen, di rifugiarsi in una visione più ristretta e talvolta pericolosamente stereotipata della realtà che può sfociare nelle varie forme di populismo che vediamo dilagare sotto i nostri occhi, il che non era proprio l’obiettivo che ci si era prefissi o che sarebbe comunque auspicabile nel creare una rete si informazione globale. Una tale tendenza a superare le soglie e andare verso la dismisura (la hybris come la intendevano i greci) la ritroviamo un po’ dappertutto ed è quasi una cifra della nostra società contemporanea: dalle varie forme di arte ormai affidate interamente all’intelligenza artificiale fino agli slanci alla conquista del cielo dei più vertiginosi grattacieli, per restare solo nell’ambito della produzione artistica, si nota la tendenza a superare una taglia media e un senso della misura che già Aristotele additava, e giustamente a mio avviso, come la tipica virtù di una saggezza che è andata gradualmente perdendosi nel nostro approccio alla vita.

Quale riflessione si rende inderogabile in seguito allo sviluppo di nuove ideologie ipertecnocratiche come il post e transumanismo?
Vede, io ritengo e ho ampiamente sostenuto nel mio saggio, che il post e transumanesimo rappresentino per così dire le nuove avanguardie dell’ideologia iper-capitalistica dopo l’eclatante caduta delle varie ideologie novecentesche e lo slancio verso la costruzione dell’uomo nuovo tecno-capitalista. È evidente che il capitalismo, inteso come sistema economico ma anche simbolico, dopo la storica disfatta dei comunismi alla fine del secolo scorso, sia uscito per così dire allo scoperto e mostri ora in modo più netto e deciso alcuni suoi tratti aggressivi ed estremi che si manifestano in queste nuove ideologie e rappresentazioni antropologiche. Esse invocano da parte dell’uomo la “presa di controllo” sulla propria evoluzione attraverso l’uso delle nuove biotecnologie alleate con le neuroscienze e gli studi di intelligenza artificiale. I nuovi ibridi uomo-macchina dovranno, a detta di tali profeti, sostituire il vecchio e antiquato (per dirla con Anders) uomo 1.0 per superarlo verso vette di intelligenza e immortalità mai viste prima. Quello che trovo più inquietante e, mi si permetta di dire schiettamente, pericoloso in tali prospettive non sono tanto le affermazioni roboanti e talvolta eccessive dei suoi fautori (si vedano i testi di Bostrom per esempio ma anche del gruppo di lavoro Sputnik futures), che non vanno prese troppo sul serio, quanto gli effetti simbolici che possono produrre. L’uomo si abitua a paragonare se stesso agli standard della macchina in un rapporto che diventa sempre più umiliante e degradante nei confronti del prodotto tecnico da lui stesso creato. Questo ha degli effetti e delle ricadute che possono essere molto gravi e fuorvianti, in quanto, come ho sostenuto nel libro, l’uomo si abitua a pensare a se stesso nell’ottica della procedura tecnica (ovvero in analogia con l’algoritmo) e non dell’apertura cosciente (come già aveva suggerito Heidegger con l’immagine della radura o Lichtung) che è invece, a mio avviso, l’essenza stessa del processo di apprendimento e comprensione tipico dell’esperienza umana.

Alla graduale deumanizzazione o meccanizzazione dell’umano e alla rispettiva antropoformizzazione della macchina fa da contraltare un’altrettanto graduale perdita del senso della trascendenza e del centro spirituale da parte dell’uomo contemporaneo: quale processo genera tale fenomeno e quali le conseguenze?
Questo è un punto fondamentale. La mia analisi mira a mettere in luce come dietro al rischio di deumanizzazione sopra descritto non si nasconda un inesorabile destino (come sostenuto per esempio da pensatori come Severino o Agamben) ma piuttosto una libera scelta cosciente dell’essere umano che può sempre essere revocata e riorientata. In altre parole, come ha sostenuto già Carl Schmitt nel suo celebre saggio “Le categorie del politico”, il problema della tecnica non è a sua volta un problema tecnico, che possa essere risolto con una ricetta proposta dallo specialista o scienziato di turno, come ad esempio nell’attesa dello sviluppo di nuove fonti energetiche per salvare l’ambiente. Il problema della tecnica è in altre parole un problema etico e spirituale insieme e mette in gioco la libertà dell’uomo e la sua capacità di auto-rappresentazione. Ho sostenuto nel saggio che la teocnocrazia, ovvero la tendenza a divinizzare la tecnica, è paragonabile ad una vera e propria patologia spirituale che risiede, a vedere le cose più in profondità, in una rimozione della dimensione della trascendenza dall’ambito della vita umana. Con questa parola, così carica di significato e di storia, ma ormai trascurata o spesso fraintesa, intendo la ricerca, da parte dell’uomo, di un centro spirituale che ho definito, sulla scorta delle geniali intuizioni di Nicola da Cusa, un centro ipercentrato. Partendo da alcune riflessioni di Plessner che sarebbe qui troppo lungo riportare, è possibile definire l’uomo come l’unico essere eccentrico ipercentrato, ovvero, detto in modo più terra terra, un essere che cerca incessantemente un centro fuori di sé e lo può ritrovare solo in un’essenza infinita che gli sfugge ma al contempo lo orienta. Quell’inquietudine esistenziale, quell’incapacità di essere completamente soddisfatto nell’immanenza e nel dato di fatto che già Agostino aveva riconosciuto come il carattere più proprio dell’uomo e riscoperto dai più recenti filoni esistenzialisti (compreso in un certo senso anche l’approccio ateo sartriano) è l’unico stimolo a mio avviso da cui può scaturire nell’uomo contemporaneo una sana reazione al dominio della tecnica che rischia di imporsi ora su scala planetaria e appiattire l’uomo su una unidimensionalità di marcusiana memoria. Si rischia in altre parole di non poter nemmeno più concepire un’alternativa allo status quo tecnocratico, quel pensare altrimenti evocato in uno scritto di Diego Fusaro, che ci permette di intravedere nuovi orizzonti al di là dell’impasse teocnocratica in cui ci dibattiamo.

Quali rimedi allora sono possibili per uscire dall’impasse teocnocratica in cui siamo finiti?
In effetti nella parte finale del saggio (la sezione terapeutica) propongo in modo talvolta più argomentato, talaltra più leggero e a metà tra il serio e il faceto, anche attraverso aneddoti personali, alcuni possibili spunti e proposte di cura e disintossicazione dalla mentalità teocnocratica. In particolare, partendo dall’osservazione che essa ha colonizzato non solo la vita concreta delle persone ma anche il nostro immaginario collettivo, come già intuito da Latouche riguardo alla sfera economica, si tratta in primo luogo di decolonizzare il linguaggio quotidiano che sempre più chiaramente si orienta alla sfera semantica della procedura tecnica. Che si utilizzi le brutta espressione di capitale umano o quella di funzionamento mentale per parlare di una persona, abdicando così ad un utilizzo di termini con secoli di storia che invece afferiscono all’ambito della coscienza e dell’umano, si tratta di una debacle dell’uomo rispetto alla macchina e di un modo di sottomettersi ad un universo di discorso improntato al meccanico e al macchinale a cui difficilmente si potrà controbattere senza un armamentario linguistico e concettuale appropriato. In seconda battuta, sulla scorta delle secolari esperienze accumulate in ambito religioso (ma non solo) analizzo alcune possibili pratiche ascetiche come il digiuno, riadattate alla società iper-tecnologica in cui viviamo. In particolare il “digiuno tecnologico” e l’”obsolescenza intenzionale” mi sembrano modi del tutto personali ma sempre efficaci per tentare di resistere ad una omologazione fin troppo invasiva e data spesso per scontata e “inevitabile” del mezzo tecnologico nelle nostre vite che ha le sue punte più avanzate nell’utilizzo sfrenato dei social o dei videogames (per fare solo alcuni esempi) soprattutto (ma non solo) nelle nuove generazioni. Non si tratta affatto, come ho più volte ribadito, di un mero rifiuto (del resto implausibile) della tecnologia o di una demonizzazione del mezzo tecnico, quanto piuttosto di instaurare un sano rapporto con la tecnica in grado di equilibrare gli innegabili aspetti di comfort e comodità che la tecnologia è in grado di offrire all’uomo, con una liberazione di energie spirituali e creative alla base della formidabile generatività che l’uomo è in grado di sviluppare. Solo però concedendosi alcuni momenti di distacco e per così dire di vacanza dal mezzo tecnico (il digiuno tecnologico) o rimanendo in alcuni ambiti scandalosamente non al passo con gli ultimi ritrovati della tecnica (obsolescenza intenzionale) si sarà ancora davvero in grado di capire se siamo capaci di farne talvolta a meno e di dominarla o se invece essa si sia trasformata per noi in un severo padrone se non addirittura in una nuova esigentissima divinità.

Yuri Berio Rapetti ha studiato Filosofia a Torino. Dopo un anno di studi a Berlino presso la Freie e la Humboldt Universität, ha collaborato con il Laboratorio di Ontologia diretto da Maurizio Ferraris e partecipato alla pubblicazione della Storia dell’ontologia nel 2008, di cui ha curato la sezione relativa alla fisica ingenua. Attualmente insegna filosofia al liceo classico.

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