La società della pseudoscienza. Orientarsi tra buone e cattive spiegazioni, Giuseppe TipaldoDott. Giuseppe Tipaldo, Lei è autore del libro La società della pseudoscienza. Orientarsi tra buone e cattive spiegazioni edito dal Mulino: quali meccanismi sociali presiedono alla formazione di reazioni allarmate verso gli inceneritori, il Tav in Val di Susa o il Tap in Salento?
Ho scritto La Società della Pseudoscienza con l’intento di scrutare un particolare tipo di territorio sociale, i cui confini sono tuttora (e più che mai) oggetto di recriminazioni, appropriazioni indebite e, talvolta, feroci conflitti. Un luogo nel quale il buonsenso sembra essere stato sostituito dalla ricerca spasmodica del consenso, rincorso in un precario – e, come mostro nel libro, pericoloso per la salute delle democrazie liberali – equilibro nelle relazioni tra il mondo della scienza, gli apparati politici, il sistema dei media e l’opinione pubblica, intesa qui come quella componente della società civile che raccoglie le voci dei non esperti rispetto a un tema complesso, si tratti di pratiche sanitarie, scoperte astronomiche, fisica delle alte energie, politiche pubbliche, realizzazione di infrastrutture, strategie militari, provvedimenti economico-finanziari, metodi educativi a scuola o in famiglia, convocazioni della nazionale di calcio, esclusioni dai talent show, controlli nei concorsi universitari (d’ora in avanti, per semplicità, mi riferirò alla tetrade scienza, politica, media e società con la sigla SPMSo, che diventerà SPMSo+Ps quando introduco la pseudoscienza).
Nell’ipotesi interpretativa che propongo, le tensioni tra SPMSo, che – spinte da un’epidemia senza precedenti di false notizie (fake news) di carattere pseudoscientifico – negli ultimi tempi hanno invaso gli spazi della comunicazione pubblica online e offline, con particolare riguardo ai temi del corpo, della salute e del benessere personale, non costituiscono da un punto di vista sociologico un fenomeno altro, cioè ontologicamente diverso, da quello dell’opposizione locale alle «grandi opere». Ne sono piuttosto una derivazione, certo non priva di tratti distintivi, ma sorprendentemente coerente con la matrice originale ad un esame microscopico dei caratteri fondamentali, esame che peraltro occupa per intero il cap. 7.

Si tratta di un’evoluzione che vede integrare, raramente sostituire, alla riflessione sulle dimensioni spaziali (l’ambiente e il territorio) – tipiche dell’ambientalismo «storico» e, quantomeno in parte, anche del Nimby – un’attenzione ossessiva a componenti microsociali e individuali (l’Io, il corpo, il senso di sicurezza personale, l’immagine pubblica e la reputazione). Rispetto a queste, altre variabili di contesto (le istituzioni e l’expertise scientifica) sono sempre più diffusamente percepiti come agenti patogeni da cui difendersi. È il passaggio che dalla sindrome Nimby conduce a quella che qui propongo per la prima volta di definire come «sindrome Nimbo» (Not In My BOdy, «Non Nel Mio Corpo»). Chi avrà la pazienza di approfondire scoprirà, nei vari capitoli, che il Nimbo si accompagna a due fattori-chiave: il primo, e più evidente, è una carenza cronica di fiducia verso le istituzioni, la quale ha certamente a che vedere con il livello d’istruzione della popolazione, ma segue una direzione causale che è l’esatto opposto di quanto il senso comune e molti commentatori vanno da tempo ripetendo: la sfiducia, infatti, non decresce al crescere del titolo di studio, semmai aumenta: leggeremo, ad esempio, che chi possiede una laurea è incline all’autoproduzione di «diagnosi su Google», bypassando il curante, assai più spesso di quanto non capiti a coloro che gli studi li hanno abbandonati ben prima, fermandosi alla licenza media o a quella elementare; e che, proprio per quanto appena detto, i laureati sono mediamente più sensibili alle suggestioni allarmistiche del web in materia di benessere e salute, non solo in Italia; e, ancora, scorreremo alcuni degli studi più recenti sull’opposizione vaccinale in diversi paesi del mondo, traendo la conferma che i più scettici si annidano tra quanti vantano un’istruzione di alto livello (diplomati e laureati) e non in mezzo agli analfabeti funzionali, che pure sono drammaticamente tanti in Italia, seconda nazione in Europa in questa sconfortante classifica, davanti alla sola Turchia, e quarta nel mondo, su 33 nazioni monitorate dall’Ocse.
Il secondo fattore-chiave del Nimbo, dei due anticipati sopra, riguarda l’atteggiamento schizofrenico nei confronti della scienza: tanto si tende a guardare con sospetto a rappresentanti e ritrovati mainstream, quanto si è invece disposti ad accogliere con cieca creduloneria stravaganti o truffaldine «alternative», le cui basi pseudoscientifiche sono prive di attendibilità.

Ecco per rispondere alla prima domanda, possiamo dire che è alla confluenza di questi due fenomeno che origina la pseudoscienza.

Come vengono promossi comportamenti antiadattivi che portano molti a rifiutare i vaccini o la chemioterapia dando credito a cure alternative prive di supporto scientifico?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo interrogarci sulle premesse di quella che nel libro chiamo “sindrome Nimbo”.
Questa si mostra tramite un atteggiamento marcatamente passivo-aggressivo dell’attore sociale, occupato a erigere difese da presunte minacce provenienti dai saperi esperti, perseguendo strategie basate sulla rimozione o sull’evitamento delle fonti ritenute rischiose. In più di un episodio si tratta di focolai virtuali, che attecchiscono e montano in rete, ma non per questo i loro effetti di breve o medio termine risultano meno concreti di quelli riconosciuti ai conflitti per così dire «tradizionali». Se è vero che, a differenza del Tav o dei termocombustori, non sono state erette barricate contro l’olio di palma né hanno avuto luogo manifestazioni di protesta sulle carni lavorate, nondimeno gli effetti di epidemie di Nimbo associate a questi alimenti sono apprezzabili consultando i trend di vendita degli ultimi anni o, più semplicemente, buttando uno sguardo agli scaffali di un qualsiasi supermercato: la locuzione «senza olio di palma», se presente, funziona come equivalente semantico di un certificato di sicurezza; la sua assenza, al contrario, è ormai un deterrente all’acquisto.
Oltre alla relazione individuo-contesto, e al verso che essa assume, un secondo tratto caratteristico del Nimbo è l’oggetto della repulsione: le «micro-opere» tecnoscientifiche. Non un cambiamento da poco. Il «no» dei movimenti ambientalisti è solitamente la reazione all’impatto visivo dell’opera: parliamo, tra gli altri, di grandi infrastrutture di trasporti, siti industriali, centrali per la produzione o lo stoccaggio di energia, dunque di strutture insostenibili per prima cosa al più social dei sensi umani, la vista. Laddove «non nel mio giardino» e «né qui né altrove» rappresentano la risposta immunitaria di un gruppo o un’intera comunità locale a una giga visibilità che minaccia di deturpare il setting entro il quale va in scena la vita quotidiana di chi protesta , «non nel mio corpo» è la conseguenza della percezione di una minaccia invisibile, la reazione a un eccesso di invisibilità. Un’insostenibile assenza ironicamente colmata con una spasmodica ricerca di altre assenze chiamate a svolgere una funzione protettiva da un nemico tanto subdolo e temuto quanto più difficile da distinguere. Di qui la pressoché interminabile lista di «senza» che attualmente caratterizza larga parte dei di beni di consumo, specialmente in ambito alimentare e cosmetico.

Talvolta, la ricerca del «senza» è incorporata in questioni etiche, che attengono a una presunta obiezione di coscienza e alla tutela costituzionale delle libertà fondamentali (vedi le richieste dei gruppi cosiddetti «free vax», a tutti gli effetti «no vax» mimetizzati da paladini della libertà di coscienza, ratti ad appellarsi alla Costituzione ma dimentichi che la Carta tutela la libertà individuale nei limiti della convivenza pacifica e dignitosa di un intero popolo); altre volte, la ricerca di un senso che renda l’invisibile meno angosciante può approdare all’adesione fideistica verso pratiche o cure alternative prive di evidenza scientifica o di cui la ricerca ha ampiamente dimostrato l’inefficacia se non la pericolosità per la salute (omeopatia, regimi dietetici estremi, rimedi pseudoscientifici alla cura di cancro e malattie degenerative, ecc.).
Qualsiasi forma assuma la lotta contro il «rischio invisibile», a fomentarne la propagazione con progressione epidemica è l’impossibilità di reggere il peso dell’attuale ecosistema tecnologico della comunicazione mediata, i cui più recenti sviluppi hanno incredibilmente aumentato la quantità di informazione potenzialmente a disposizione in ogni ambito del sapere. Una bulimia di Big Data, che dapprima alletta e incentiva il cittadino alla conoscenza autodidatta tramite il web e i canali social, e poi l’espone allo scotto di un’attività spiazzante.

Così, mentre i più recenti dispositivi tecnoscientifici sono guardati con un misto di attrazione e repulsione , un numero considerevole di individui (più precisamente, il 58% della popolazione europea nel 2010 [Eurobarometer 2010], il 67% tre anni dopo [Eurobarometer 2013]) ritiene che la scienza imprima cambiamenti troppo repentini al proprio stile di vita e trova rassicurante immaginare una società che si muove a passo di gambero, verso un ritorno al passato, al premoderno, a un mondo dai confini (fisici, sociali e cognitivi) ben demarcati, in cui la maggior parte di ciò che serviva conoscere per l’espressione del Sé nella vita quotidiana era all’interno dell’orizzonte intellettivo dei più. Dimentica, nel ricostruire tale ricordo, che «nei vagheggiati “tempi andati” in cui “l’uomo viveva più a contatto con la natura” in media non si arrivasse ai 40 anni» [Grignolio 2016: pos. 288-290 del Kindle]. Per giunta, se a parole rimpiange il bucolico nei fatti non sembra rinunciare (quasi) per nulla alle comodità e ai benefici del mondo contemporaneo. Come può sanare questa clamorosa dissonanza cognitiva? Attraverso narrazioni quotidiane, slanci ideali e assetti valoriali che tendono a coagularsi in dispositivi ideologici da usare come mappe di un gps per navigare senza perdere l’orientamento un mondo altrimenti troppo complesso. Cosa vuol dire? Nel libro lo spiego parlando di “Narcisismo del Sé(lfie)”: all’incirca mezzo millennio dopo la rivoluzione scientifica, cosa vedrebbe Galileo se tornasse sulla terra? Enormi innovazioni in ogni campo del sapere, molti dei quali nemmeno esistevano ai tempi in cui, partendo da una famiglia di sarti, divenne titolare della cattedra di Matematica allo Studium, come a quei tempi veniva chiamata l’Università di Padova. Tuttavia, scalata la cima di questo impressionante progresso tecnoscientifico, cosa scorgerebbe di lassù? Uno tsunami sociale, una marea montante di contraddizioni, così marcate da minacciare di travolgere presupposti e benefici che hanno accompagnato l’impresa di migliaia di menti in secoli di evoluzione della conoscenza. Immaginiamoci che faccia farebbe, scoprendo che il medico più richiesto è un motore di ricerca; la pedagogista di riferimento una piattaforma di chat; la sostanza più inebriante l’accumulo di «like», che genera nuove forme di dipendenza anche in strati sociali immuni da altri stupefacenti; l’ideologo politico più efficace un comico (proseguendo, peraltro, una tradizione inaugurata da chi l’ha preceduto). Ci sarebbe da riderci su. Non fosse tra le istanze più impellenti in relazione all’estinzione della società democratica liberale contemporanea.

Dal caso Bonifacio al metodo Di Bella o a quello Stamina, una parte dell’opinione pubblica italiana non cessa di subire il fascino delle spiegazioni pseudoscientifiche: in che modo è possibile discernere buone da cattive spiegazioni?
I sociologi non vanno storicamente troppo d’accordo con le ricette, perché la prospettiva sociologica non coincide con quella di un narratore omnisciente orientato alla ricostruzione storico-giuridica degli eventi (la verità «oggettiva», al di fuori di ogni ragionevole dubbio). Se, come è evidente, l’obiettivo è indagare i possibili effetti di un fatto socialmente rilevante (l’epidemia di fake news, credenze false in campo medico-scientifico, cure illusorie o truffaldine, ecc.), il punto d’osservazione deve necessariamente essere endogeno – e più precisamente focalizzarsi sul piano del destinatario – e il metodo d’indagine non può che obbedire a un approccio di tipo epistemologico e falsificazionista, nel senso popperiano del termine [Popper 1934].
Nel tentativo di smarcarsi dalla «Scilla e Cariddi» [Boudon e Viale 2000: 42] di paradigmi ritenuti poco utili a rendere conto della complessità dell’azione umana – quelli, per intenderci, che economisti e sociologi sono soliti chiamare homo oeconomicus e homo sociologicus – uno dei principali sociologi della scuola francese novecentesca, Boudon, sostiene che liquidare l’adesione a false credenze come comportamento irrazionale è totalmente improduttivo sul piano euristico, oltre che fallace su quello metodologico. Rispondere in modo sbagliato alla domanda di senso che attanaglia ogni individuo nell’esercizio della propria quotidianità è comunque un’azione razionale, ovviamente non commisurata alla metrica dell’oggettività postulata dall’economia neoclassica, ma parametrata al limite cognitivo intrinseco a ogni essere umano, come rilevato da Simon [1982], prima, e Kanheman [2003], poi.

Detto in altri termini, le posizioni ascrivibili alla «sindrome Nimbo» sono false ma comprensibili (Boudon, citando Weber, usa il tedesco verstaendlich) e si possono addirittura spiegare, a patto di attrezzarsi con una paziente disposizione all’ascolto delle ragioni che il soggetto percepisce come solide, dunque «buone», dal suo punto di vista.
Boudon si serve degli studi di Durkheim sulla vita religiosa per osservare che l’agire quotidiano è da sempre orientato da assunti teorici, persino nelle società primitive che, non conoscendo ancora la scienza, per gettare luce nell’oscuro gorgo delle forze della natura si servivano della magia. Attingevano, cioè, a collezioni di teorie pre-scientifiche sedimentate nella tradizione. Alla base di simili «cortocircuiti cognitivi» soggiace la non innata predisposizione a distinguere collinearità e causazione: dati due fenomeni y (sintomi dello spettro autistico nei bambini) e x (somministrazione del vaccino trivalente alcune settimane prima della comparsa del primo sintomo) è sufficiente osservare una contingenza tra x e y soggettivamente percepita come più elevata della norma, e che x (variabile indipendente) sia antecedente a y (variabile dipendente), per inferire una legge di causazione. Ecco da dove viene l’errato assunto: il vaccino provoca l’autismo. Riassunta nello spazio di un tweet, è esattamente la vicenda del fraudolento studio di Wakefield, che nel testo ricostruisco: lasciando da parte le pur clamorose e determinanti manomissioni dei dati, sono bastati 12 casi (non mi stancherò mai di ripeterlo, 12!) su 2,2 miliardi di bambini e adolescenti che popolano il pianeta, ossia una microscopica, praticamente invisibile, collinearità, per convincere l’opinione pubblica mondiale di un solido rapporto di causazione tra x e y.

L’umanità è, forse, vittima di un progressivo imbarbarimento della ragione? Nient’affatto, è vero semmai il contrario. La selezione naturale ci ha marchiati con la consapevolezza che il tempo, prima e più ancora che denaro, è sopravvivenza, pertanto siamo istintivamente inclini a elaborare informazioni, connettere tra loro eventi e pianificare decisioni a una velocità di alcuni ordini di grandezza superiore a quella che impieghiamo a calcolare le probabilità condizionate relative, rispettivamente, al fatto che la relazione tra i due fenomeni osservati ci sia e non ci sia.
Così, in presenza di situazioni che ci interrogano in modo particolarmente stringente (l’insediamento di una «grande opera», una pratica sanitaria resa obbligatoria per legge, qualcuno che millanta cure alternative per una grave malattia, un servizio televisivo contro uno specifico ingrediente diffuso nell’industria alimentare), i percorsi che i non-esperti seguono per procacciarsi delle risposte e orientare di conseguenza il loro agire tendono alla minimizzazione dello sforzo cognitivo, e producono ragionamenti che non devono necessariamente essere «giusti» in senso oggettivo, ossia in sede sperimentale, ma apparire plausibili al soggetto che li ha partoriti, tenuto conto del capitale informativo materialmente a sua disposizione in quel momento.
Ognuno di noi, insomma, non ambisce alla Verità, ma si accontenta di una verità, purché questa, alleggerendolo temporaneamente dal gravoso peso dell’incertezza, ne preservi l’equilibrio mentale e gli garantisca un po’ di serenità. Funzionano così tutti gli esseri umani, nessuno escluso, nemmeno i più brillanti premi Nobel. La maggiore difficoltà connaturata all’esercizio della scienza come professione consiste proprio in questo andar contro natura: abbandonare l’ingenua, comoda e rassicurante propensione alla connessione di eventi conseguenti, adottando come rampa di lancio delle proprie inferenze un punto di partenza speculare a quello del senso comune. In statistica, si chiama ipotesi zero (H0), un nome che suona come un monito e impone ad ogni scienziato, a qualsiasi disciplina appartenga, di partire dal presupposto che la relazione y = f(x) non ci sia. In breve, la scienza non verifica dipendenze causali, ma ne ammette probabilisticamente l’esistenza solo dopo non essere riuscita a falsificarle.

«Conoscere per deliberare». Mai come ora acquista rinnovato valore la più nota delle «prediche inutili» di Luigi Einaudi, tra i padri della Repubblica, cui è intitolato il campus universitario dal quale ho scritto questo libro. Conoscenza intesa quale pratica collettiva dello scetticismo metodologico – tutt’altra cosa dallo scetticismo classico, che è sfiducia tout court nella conoscenza –, cioè come guida all’interpretazione del mondo mediante l’esercizio del dubbio sistematico, in un momento storico cruciale, in cui quella trionfalmente salutata come la «società della conoscenza» all’alba del secondo millennio, meno di vent’anni dopo rischia di dissolversi in un’isterica e narcisistica società della pseudoscienza. È questa, in definitiva, la posta in gioco.