“La società dell’Inquisizione. Uomini, tribunali e pratiche del Sant’Uffizio romano” di Dennj Solera

Dott. Dennj Solera, Lei è autore del libro La società dell’Inquisizione. Uomini, tribunali e pratiche del Sant’Uffizio romano edito da Carocci: come funzionò davvero l’Inquisizione romana, al di là della leggenda nera che ne ha connotato l’immagine sin dall’epoca moderna?
La società dell’Inquisizione. Uomini, tribunali e pratiche del Sant'Uffizio romano, Dennj SoleraLe leggende, al pari del falso o del finto, costituiscono per lo storico fonti importanti, ovviamente non le uniche. Come hanno dimostrato notevoli esponenti della cultura novecentesca, anche il non vero o il simulato può rivelarci molto su ciò che invece è vero. Lo storico francese Marc Bloch, padre della storiografia moderna, se ne rese conto mentre stava in trincea durante la prima Guerra Mondiale, quando iniziarono a farsi sempre più frequenti e incredibili le “false notizie” relative all’andamento del conflitto. Quelle informazioni non del tutto vere dicevano molto però delle ansie di quegli uomini, dei retaggi culturali e delle dinamiche che oggi definiremmo di psicologia sociale. Lo storico non poteva ignorare tutto ciò.

La leggenda nera che a lungo ha avvolto le vicende dell’Inquisizione (medievale ma soprattutto moderna), definitasi fra Sette-Ottocento principalmente in Inghilterra e in chiave anti cattolica, rappresenta il principale punto di vista attraverso il quale l’opinione pubblica si avvicina al tema inquisitoriale. Basta dare un rapido sguardo alle copertine di volumi in libreria o in edicola, oppure alle serie televisive in cui compare una strega, un eretico o un inquisitore. Ovviamente si tratta di prodotti commerciali per un pubblico ampio, fatto di non specialisti, ma se davvero vogliamo capire cosa fu il Sant’Uffizio romano e come si articolò bisogna prestare attenzione ai documenti dell’epoca, spesso non meno ingannevoli o parziali. L’analisi critica del contesto in cui furono prodotte le fonti permette tuttavia di avere un’immagine più nitida e veritiera degli eventi storici, utile a sua volta per comprendere fenomeni più complessi quale appunto la storia del tribunale di fede.

All’Inquisizione romana, fondata nel 1542 su ciò che rimaneva dell’Inquisizione medievale, sono stati dedicati pregevoli studi relativi alla dimensione dottrinale, giudiziaria, religiosa, e in parte istituzionale del tribunale. In altre parole, di esso sono stati analizzati soprattutto il quadro teologico entro cui operò, le ampie campagne processuali promosse, le conseguenze che l’attività inquisitoriale ebbe nel tessuto religioso dell’Italia moderna, e infine i vertici inquisitoriali ossia la Congregazione del Sant’Uffizio e altri ufficiali. Punto di partenza del presente libro è stata questa constatazione: mentre sapevamo nel dettaglio gli errori dottrinali che gli inquisitori riconobbero nelle convinzioni di molti interrogati, ignoravamo per molti aspetti come funzionasse nel concreto l’Inquisizione, chi fossero i suoi uomini, quali erano i bisogni della corte di giustizia e chi espletava le singole mansioni, come venivano selezionati e gestiti questi assistenti, che ripercussioni aveva il loro servizio inquisitoriale nelle complesse relazioni tra l’Inquisizione e la popolazione del luogo e altro ancora. Mancava in sostanza un’analisi di storia sociale, che tenesse conto sia della varietà dei molti contesti in cui operò il tribunale, sia della disponibilità delle fonti inquisitoriali disseminate su tutto il territorio nazionale ma in modo discontinuo.

Demitizzando il “tremendo tribunale”, e prestando attenzione a questi documenti, si è quindi evidenziato come il Sant’Uffizio romano abbia operato per più di tre secoli come un’autentica istituzione di antico regime, una corte di giustizia molto potente, le cui azioni, seppur finalizzate a difendere l’ortodossia dottrinale, furono opera di uomini spesso estranei allo zelo controriformistico, talvolta a qualsiasi forma di religiosità. Oltre ai casi eccezionali di inquisitori e notai fuggiti dopo aver derubato i rei e svuotato le casse del loro tribunale, furono migliaia i collaboratori inquisitoriali che si distinsero per la gravità dei crimini commessi, per le violenze di ogni tipo e non per il devoto servizio alla vera fede. Ciò non fu dovuto alla condotta riprovevole di alcuni, ma a determinati criteri secondo cui la Congregazione scelse i propri inservienti e alla sistematica protezione che essa garantì a tali persone.

Come si articolava la “società inquisitoriale”?
L’espressione in questione sta a significare due realtà distinte ma intrinsecamente legate l’una all’altra. La prima società è intesa in senso stretto e corrispose alla societas dell’Inquisizione, ossia a quel gruppo di individui che il Sant’Uffizio istituì a supporto di ogni singolo inquisitore attivo sul territorio. Gli storici che hanno analizzato la giustizia e la nobiltà di epoca moderna sono soliti utilizzare il termine di familia, ma tale lemma risulta insufficiente per includere tutti coloro che vennero riconosciuti come uomini (e talvolta anche donne) dell’Inquisizione romana. Fra di essi non si ebbero solo armati, al fine di tutelare l’incolumità del giudice, ma anche procuratori fiscali, notai, mandatari, consultori (periti di diritto canonico, civile e di teologia), custodi delle carceri e avvocati dei rei, i membri delle confraternite affini all’Inquisizione (intitolate a San Pietro Martire o alla Santissima Croce), corrieri della posta, portinai, prestatori, macellai e pescivendoli, falegnami, fabbri, fattori, mezzadri e contadini. Chiunque poteva entrare nelle grazie dell’inquisitore e goderne i privilegi (porto d’armi, foro inquisitoriale ed esenzioni fiscali) se svolgeva un compito gratuitamente per il santo tribunale. Si comprende quindi quanto estesi fossero questi gruppi sociali, che un’inchiesta pontificia del Seicento stimò in diverse migliaia, cifre di rilievo in un’Italia assai meno popolosa di quella attuale.

Ma il libro mira a indagare anche una seconda società, più estesa di quella formata dai patenti inquisitoriali, che può essere fatta coincidere con l’intera popolazione dei contesti in cui agì il tribunale di fede. Proteggendo, spronando e favorendo i propri accoliti, il Sant’Uffizio modificò nel profondo la società italiana di epoca moderna e non solo sul versante religioso. Esso venne proponendo un modello di cristiano controverso, riconosciuto nella forma come fedele perfetto, impeccabile, ma che nella pratica si rivelava assai di frequente un criminale, non un violento qualunque, ma un criminale protetto dall’Inquisizione, dalla madre Chiesa, in cambio dell’obbedienza prestata a suo tempo. La fedeltà personale aveva un peso maggiore rispetto all’esemplarità della propria condotta e della religiosità.

Chi furono gli uomini che la governarono e favorirono?
Eccettuate le donne che in determinati contesti militarono nelle confraternite inquisitoriali, la società dell’Inquisizione fu composta da soli uomini. La loro età non era un requisito stringente, anche se era preferibile concedere le patenti al di sopra dei venticinque anni. Manuali inquisitoriali e circolari della Congregazione consigliavano di affidarsi a individui zelanti, non rissosi, estranei a conflitti di qualsiasi tipo, morigerati, sposati, meglio se ricchi e nobili. Questi due aspetti divennero sempre più centrali nello scegliere i collaboratori, poiché le disponibilità economiche e il blasone di tali patentati si rivelarono armi preziose per gli inquisitori, che grazie a questi accoliti riuscirono a esercitare una forte influenza sulle élites del luogo e soprattutto sulle istituzioni rivali del Sant’Uffizio. La gentilezza dei modi, l’ethos nobiliare e spesso l’offerta di qualche ricompensa, riuscì a condurre a più miti consigli chi si oppose all’azione del tribunale. Ciò finì con l’incentivare l’aristocratizzazione dei collaboratori: a inizio Seicento le patenti più prestigiose vennero concesse quasi ovunque ai più illustri signori del luogo. Come dimostrano i documenti citati nel libro, furono molte le casate dell’aristocrazia italiana, celebri per altri aspetti, che si posero sotto la protezione dell’Inquisizione, ottenendo investiture e favori. Si pensi ai Ferretti, ai Leopardi, agli Odescalchi, ai Verri o a buona parte della nobiltà milanese. Accanto a questi militò una vastissima congerie di altri patentati di bassa estrazione sociale, destinati ai compiti più umili e gravosi, ma che in virtù del permesso inquisitoriale riuscirono a vivere in condizioni meno precarie ma sempre a discapito di chi rimase estraneo ai privilegi.

Quali furono gli assetti istituzionali e le pratiche sociali che ne sostennero l’azione repressiva?
Spesso si tendono a dimenticare o a sottostimare le dinamiche sociali, interpersonali che rendono possibile il funzionamento di una qualsiasi istituzione. Ciò è vero anche per l’Inquisizione romana, della quale si sono studiati molto i processi, le sentenze e gli effetti delle condanne, senza prestare attenzione a come il tribunale fosse presente sul territorio, a quali fossero i suoi rappresentanti, a chi sorvegliasse i reclusi, a chi notificasse le decisioni, a chi finanziasse o costruisse le carceri, in cambio di quali ricompense e altro ancora. Si è mirato quindi a offrire una panoramica più completa, che consentisse una migliore contestualizzazione di ciò che già sapevamo del Sant’Uffizio. Per tale motivo il libro segue due fili narrativi continuamente intrecciati, ossia quello del piano istituzionale e quello della dimensione sociale. Dopo aver descritto di volta in volta le caratteristiche delle singole tipologie di patenti, si è passato ad analizzare i contesti istituzionali in cui si ebbero alcune patenti e non altra, evidenziando i motivi che portarono a una differente presenza inquisitoriale in Italia. Dopodiché, i documenti amministrativi e processuali prodotti dal tribunale e da altre istituzioni hanno permesso di constatare come furono nella realtà quegli assistenti, al di là della propaganda e dei requisiti richiesti. La violenza endemica che caratterizzò gli inservienti sino alla soppressione definitiva degli ultimi tribunali di fede nel secondo Ottocento emerge con chiarezza dalle numerose citazioni testuali riportate. Le fonti rendono evidente come l’Inquisizione sia stata a tutti gli effetti un’istituzione assai potente ma simile alle altre che connotarono l’antico regime italiano, compartecipe delle forti tensioni politiche, giurisdizionali e culturali (oltre che religiose) che hanno condizionato la realtà sociale in cui viviamo. Inoltre, credo che comprendere come si sia articolata l’istituzione inquisitoriale, al di là della sua dimensione repressiva, possa risultare utile per osservare con maggiore attenzione, e magari per comprendere, come funzionino in generale anche le istituzioni del nostro presente, individuandone capacità, limiti, eccessi e storture pericolose.

Dennj Solera è assegnista di Storia moderna presso l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna. Si occupa principalmente di storia sociale e religiosa in relazione all’Inquisizione romana, tema a cui ha dedicato la sua prima monografia, “Sotto l’ombra della patente del Santo Officio”. I familiares dell’Inquisizione romana fra XVI e XVII secolo (Firenze University Press, 2019). Ha condotto numerosi studi relativi anche alla storia delle confraternite, della violenza, delle università e alla vita studentesca durante l’antico regime.

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