“La società autoimmune. Diario eretico di un politologo” di Fabio Armao

Prof. Fabio Armao, Lei è autore del libro La società autoimmune. Diario eretico di un politologo edito da Meltemi. Nelle pagine del libro, Lei propone una sorta di diario di viaggio, «un excursus attraverso “cronache di ordinaria follia”» delle società in cui viviamo: che forme assume il desiderio di autodistruzione latente e diffuso in esse?
La società autoimmune. Diario eretico di un politologo, Fabio ArmaoIn questi giorni in cui i mezzi di informazione rilanciano in continuazione dall’Ucraina immagini di macerie e di profughi in fuga, è impossibile sfuggire alla sensazione che la guerra rappresenti tuttora la prova più evidente di una società del tutto incapace di diagnosticare e curare le proprie patologie. Peggio di così: il nostro “sistema immunitario collettivo” non distingue più le componenti dell’ambiente che costituiscono una minaccia da quelle che ne garantiscono il benessere e, di conseguenza, finiscono con l’attaccare e distruggere le cellule sane e alimentare invece gli agenti patogeni – di qui la scelta di intitolare il libro La società autoimmune, un’evoluzione della società del rischio di Ulrich Beck.

L’invasione dell’Ucraina, che ha colto tutti di sorpresa, avrebbe potuto essere prevedibile se soltanto si fosse considerato Putin per quello che in realtà è: il boss di un regime di boiardi di stato e oligarchi che, dalla fine della Guerra fredda ad oggi, non hanno fatto altro che saccheggiare le risorse del proprio paese a scopo di puro arricchimento personale, esportando i loro profitti illeciti nei paradisi fiscali e investendoli in beni di lusso – con l’effetto di distruggere l’economia della Russia al punto che il Pil di quella che è pur sempre la seconda potenza militare al mondo risulta inferiore a quello di un paese come l’Italia (che ha una popolazione di gran lunga inferiore: 60 milioni contro 146).

Al contrario, si è preferito accogliere Putin all’interno della comunità internazionale riservandogli le attenzioni e gli onori che si concedono a un amico, invece che con le cautele che sarebbero state opportune nei confronti di un autocrate. Per non parlare dei suoi compari oligarchi, ora sotto sanzione e con i beni congelati, ma fino a ieri accolti a braccia aperte nelle cities finanziarie e nelle boutique dei maggiori paesi occidentali.

Le conseguenze devastanti che la guerra in Ucraina sta già avendo e avrà in futuro dal punto di vista economico e sociale e non solo a livello locale – oltre alle migliaia di morti e feriti, pensate ai milioni di profughi, ai costi proibitivi della ricostruzione e, non ultimo, ai danni ambientali –, cui potremmo aggiungere i rischi di escalation nucleare del conflitto paventati da molti commentatori, tutto ciò non può che rafforzare l’idea, espressa nell’Introduzione del libro, che l’umanità stia danzando sull’orlo del vulcano, come in preda a una trance, ignara del rischio di caderci dentro.

In che modo le istituzioni in cui si sostanzia il corpo sociale concorrono esse stesse a scatenare reazioni autoimmuni?
In estrema sintesi, potremmo dire che, da un lato, la politica ha abdicato alla propria prerogativa di proporre visioni del mondo (le tanto vituperate ideologie) portatrici di valori emancipativi: le stesse democrazie procedono a tentoni e in maniera a dir poco contraddittoria sulla via del progresso economico e della rivendicazione dei diritti sociali e civili degli individui, introducendo una serie di cavillosi distinguo (pensate alla distinzione tra rifugiati politici e migranti economici intesa a discriminare individui che hanno in comune la necessità di scappare dal proprio paese per non morire). D’altro lato, il mercato capitalistico (l’unico rimasto, dopo il fallimento delle economie di stato comuniste) ha sviluppato una dipendenza tossica dalla speculazione finanziaria, alimenta le diseguaglianze e non si fa scrupolo di arrivare a “uccidere” i propri stessi consumatori – nel caso del traffico e del consumo di droghe, in senso tutt’altro che metaforico.

Ma entriamo un po’ più nel merito. La mia idea è che la fine della Guerra fredda abbia prodotto un processo di ristrutturazione globale della società che sta investendo ogni dimensione della vita quotidiana degli individui e le istituzioni cui essi hanno finora affidato l’organizzazione dei propri interessi e della propria stessa sopravvivenza. La politica dei partiti di massa, della lotta di classe e della difesa degli interessi collettivi ha lasciato il posto a una congerie molto più ricca e diversificata di attori, capaci di attingere, a seconda delle necessità, alle risorse tipiche delle diverse sfere sociali: politica, economica e civile, producendo di volta in volta delle proprie, originali, configurazioni di potere. Lo stato moderno, che ha incarnato negli ultimi cinque secoli l’istituzione di riferimento delle dinamiche sociali, ancora esiste. Il network che aveva costruito e implementato nel tempo, quella comunità internazionale che, nel corso del Novecento, era arrivata infine a comprendere al proprio interno tutte le terre emerse, è ancora attivo. Ma non è l’unico network; né, oggi, necessariamente il più rilevante.

I nuovi protagonisti di questa grande trasformazione sono gruppi a base clanica, capaci di coniugare locale e globale meglio delle vecchie istituzioni statali, a un costo più basso e senza i vincoli imposti dal rispetto delle regole democratiche. Un chiaro esempio è la criminalità organizzata nelle sue diverse manifestazioni: dalla mafia, al terrorismo, ai signori della guerra. Ma la logica del clan è tornata prepotentemente alla ribalta anche in politica: basti pensare all’amministrazione “familistica” di Donald Trump negli Usa, o ai cerchi e “gigli” magici di italiana memoria. E caratterizza ormai anche le dinamiche apparentemente algide delle élite finanziarie e dei Ceo delle grandi corporation multinazionali.

Quello a cui stiamo assistendo, a ben vedere, è il diffondersi di una vera e propria nuova forma di governo che si contraddistingue per due principali elementi: 1) si fonda sul clan come struttura di riferimento del sistema sociale e 2) antepone gli interessi economici (privati) a quelli politici (pubblici). Ho definito questa nuova forma di governo oikocrazia: un neologismo che deriva dall’unione del termine greco kratos, potere, con oikos, che identifica la casa, ma anche la famiglia, il clan, ed è oltretutto la radice della parola “economia” (“l’amministrazione della casa”).

L’oikocrazia arriva a proporsi come un modello universale che soprassiede alle tradizionali declinazioni della politica, dalla democrazia all’autoritarismo – regimi dei quali, semmai, tenderà a emulare le forme, riducendoli a epifenomeni. L’oikocrazia, inoltre, non si presenta come una forma residuale di governo, da imputare magari a quei paesi in via di sviluppo alla periferia del sistema internazionale che già si trovano costretti a convivere con stati di volta in volta “falliti” o “canaglia”. Al contrario, ha origine nei paesi occidentali e più industrializzati e dall’Occidente si espande poi nel resto del mondo.

Quali, tra i numerosi esempi addotti nel volume, ritiene più significativi?
In questo libro che, non a caso, ho voluto sottotitolare “Diario”, ho ripercorso tutti i principali temi di cui mi sono occupato in oltre trent’anni di ricerca: la guerra e la sua evoluzione, le diverse forme della criminalità organizzata (le mafie, i narcos, le gang giovanili), l’evoluzione del capitalismo (anche nei suoi aspetti più estremi, come il mercato delle dipendenze, dalle droghe come dal gioco d’azzardo), la crisi della democrazia (il ritorno del fascismo).

Dal mio punto di vista, l’esempio oggi più diffuso di società autoimmune, che si autodistrugge, è certamente la mafia: non conosco altra forma di organizzazione sociale – perché non di semplice criminalità si tratta – che abbia conosciuto altrettanto successo nel corso del Novecento. Come scrivo nel primo capitolo del libro, la mafia è un parassita che si sviluppa dentro lo stato e a spese dello stato, dentro la società e a spese della società. Ciò che più colpisce è che negli ultimi decenni questo genere di organizzazione criminale si è diffusa davvero in tutto il mondo, il che vuol dire che stati e società, invece di combatterla, hanno continuato ad alimentarla, magari pretendendo a volte di servirsene a proprio uso e consumo. Non solo. La mafia è assurta a protagonista dei processi di globalizzazione, in particolare dopo la fine della Guerra fredda e l’apertura all’economia di mercato dell’ex-blocco sovietico e della Cina.

Dopo di allora, certamente sopravvivono e si sviluppano ulteriormente i tradizionali circuiti del narcotraffico; ma la mafia sfrutta le proprie reti transnazionali per offrire a prezzi davvero competitivi una serie di nuovi servizi, avvantaggiandosi del fatto che nel circuito legale avrebbero costi ben maggiori. L’esempio forse più significativo è quello dello smaltimento dei rifiuti tossici, divenuto uno dei settori più remunerativi per le organizzazioni mafiose da quando la crescita di una coscienza ecologica nell’opinione pubblica internazionale ha imposto agli stati l’adozione di norme sempre più severe.

Un altro esempio di società autoimmune, al quale attribuisco particolare significato e a cui dedico un altro dei capitoli del libro, è il femminicidio: la vera e propria violazione dei diritti umani delle donne, che si verifica ogniqualvolta vengano commessi atti di violenza contro la loro integrità, la loro libertà, la loro vita. Di questo tema mi sono occupato a partire dallo studio del caso più drammatico, quello di Ciudad Juárez, al confine con El Paso in Texas dove, dal 1993, centinaia di corpi smembrati di ragazze hanno cominciato ad affiorare nei dintorni della città. La responsabilità di questi delitti, di cui non sono quasi mai stati trovati gli esecutori materiali, è stata spesso attribuita al dilagare dei cartelli della droga e delle gang che spadroneggiano sul territorio. In realtà, rappresentano a mio avviso l’esito di uno specifico modello di distopia urbana generata da una serie di circostanze: geografiche (la prossimità con gli Stati Uniti e con El Paso in Texas), storiche (la tradizione criminale che ne fa uno degli snodi essenziali del narcotraffico) ed economiche (l’essere al centro di una zona di libero scambio che ha prodotto il proliferare di fabbriche tessili o di assemblaggio di componenti meccaniche ed elettroniche, le maquiladoras, destinate ad attrarre manodopera a basso costo dal sud del Messico). Il fatto che le vittime del femminicidio siano nella quasi totalità giovani operaie, sequestrate per lo più all’uscita dal posto di lavoro, è la prova che a Ciudad Juárez tutto ruota attorno all’organizzazione della violenza e tutto si dimostra finalizzato alla sua riproduzione. Lo sfruttamento sessuale esercitato sulle ragazze, fino al punto da fare scempio dei loro corpi, non rappresenta che l’arrogante pretesa dei maschi di estendere alle relazioni di genere la stessa logica che governa i rapporti di lavoro in un’economia basata sulla manodopera schiava.

Quali comportamenti sociali ha scatenato la pandemia di Covid-19?
È persino superfluo affermare che la pandemia ha rappresentato a tutti gli effetti un evento epocale: ha fermato le città e, con esse, la corsa senza freni del capitalismo globale, impresa mai riuscita a rivoluzionari e guerriglieri. Ha dato vita a forme straordinarie di sacrificio e solidarietà del tutto inattese (o, meglio, dimenticate) – pensiamo soltanto ai medici e agli infermieri e a tutti gli altri lavoratori e lavoratrici dei settori essenziali che non si sono fermati un attimo nemmeno in pieno lockdown – come pure dimostrato la sostanziale impreparazione delle élites politiche, con leader di grandi e piccole potenze volontari protagonisti di sceneggiate da avanspettacolo.

Il fatto è che la pandemia, per essere affrontata, richiederebbe un vero e proprio cambio di paradigma, se soltanto si considera che trasforma in nemico il nostro migliore amico, il parente, noi stessi (quando ci rifiutiamo di prenderla sul serio). Il virus viaggia all’interno dei confini del nostro stato, della nostra regione, del nostro comune, del nostro stesso organismo. Siamo noi che lo riproduciamo ed è dalle nostre risposte che dipende il successo o il fallimento delle strategie di contrasto. Si espande e miete vittime attraverso il contagio, ovvero il semplice contatto. Gesti che sono agli antipodi di qualunque atto violento – l’abbraccio di una familiare o di un amico, il bacio di una compagna o di un figlio – possono rivelarsi altrettanto letali di un’arma. E possiamo essere, tutti e al tempo stesso, vittime e untori.

Eppure, governi e mezzi di comunicazione di massa non hanno saputo far di meglio che ricorrere alle metafore belliche, a partire da “economia di guerra”. Scelta alquanto improvvida perché, caso unico nella storia, l’obiettivo odierno non è riconvertire gli impianti industriali alla costruzione di armamenti o rendere possibile la mobilitazione di milioni di soldati da mandare al fronte. Lo scopo non è consentire lo sterminio dei nemici, bensì curare e salvare quante più vite umane è possibile.

Il virus genera terrore facendo killeraggio di massa o, se si preferisce, stragi diffuse. Sceglie le proprie vittime una per una e, al tempo stesso, in maniera casuale, ovunque. A suo modo, sembra rivendicare una qualche forma di equanimità, persino l’illusione di voler pareggiare i conti con il passato: colpisce qualche ricco o potente, oltre che masse di poveri e diseredati; più gli anziani dei giovani, vittime predestinate delle vere guerre. In particolare, nel corso della prima ondata, come conseguenza del fattore sorpresa, i flussi del contagio, a volte, hanno consentito qualche piccola e momentanea rivalsa nell’assegnazione delle patenti di untori. Qui da noi, dei meridionali verso i settentrionali, con le regioni del Sud intenzionate a tenere a debita distanza i turisti del Nord; più in generale, degli abitanti dei paesi africani verso gli occidentali, dei vagabondi nei confronti dei turisti, per dirla alla Bauman. Ma ci si è accorti presto che questo rientrava nella “propaganda” del virus: era la sua arma di distrazione di massa.

Ben presto è emerso in tutta la sua tragica evidenza che il virus non è affatto animato da uno spirito egualitario, non ci rende tutti uguali di fronte alla morte, perché non sono uguali gli individui che contagia: non possono contare sulle stesse condizioni di partenza personali (di salute e di reddito) e ambientali (livello di sviluppo del paese di appartenenza, modello di welfare, situazione abitativa). Al contrario, implementa ed esalta le discriminazioni di status già presenti nei territori nei quali si diffonde. Dopo aver rivendicato con successo il potere di vita o di morte sugli individui, il Covid stravolge l’idea stessa di convivenza sociale attaccando i luoghi in cui essa viene praticata quotidianamente.

Quali manifestazioni caratterizzano l’attuale epoca di modernizzazione regressiva?
Ulrich Beck – dal quale, come accennato in apertura, ho preso le mosse per sviluppare la mia idea di società autoimmune – rilevava che i processi di industrializzazione novecenteschi avevano generato pericoli di gran lunga superiori a quelli dei secoli precedenti (basti pensare, oggi, ai cambiamenti climatici), che non solo possono provocare danni irreversibili, ma si fanno beffa delle tradizionali distinzioni di classe (neanche i ricchi e i potenti possono considerarsi al sicuro) e dei confini nazionali (i rischi sono allo stesso tempo locali e globali). La consapevolezza di questi “effetti collaterali” caratterizza quella che lui definisce modernizzazione riflessiva. Il problema, aggiungeva poi, è che tali processi non possono essere arrestati, perché il loro sfruttamento economico produce comunque immensi profitti, e quindi non rompono con la logica capitalistica. L’effetto è stato quello di modificare anche le forme di solidarietà sociale, sostituendo all’ideale positivo dell’eguaglianza – al sogno di arrivare a dare a ognuno una fetta della torta attraverso una redistribuzione dei redditi – l’ideale negativo e difensivo della sicurezza, che mira soltanto a evitare il peggio.

Bene. L’ingresso in quella che definisco la nuova epoca di modernizzazione regressiva, oltre a non risolvere i problemi secolari della distribuzione della ricchezza e della distribuzione dei rischi, vede il formarsi di una nuova alleanza tra politici e capitalisti in cui i primi abdicano alle proprie funzioni di rappresentanza – che cos’è il populismo se non l’affermarsi di atteggiamenti antipolitici – per essere ammessi a una partecipazione agli utili.

L’esito di questo processo è la diffusione pressoché universale del crony capitalism (il capitalismo clientelare), che si contraddistingue per una peculiare commistione di stato e mercato, di uomini d’affari e funzionari di governo; che comporta un uso sistematico e deliberato di politiche e risorse pubbliche per manipolare il mercato in modo da beneficiare i propri sodali del mondo dell’imprenditoria e della finanza. Si tratta di un modello di società che, fino a pochi anni fa, veniva considerato residuale: una modalità alternativa di sviluppo, se non una vera e propria patologia, tipica soprattutto dei paesi del sud-est asiatico (un caso di scuola, per intenderci, erano le Filippine). Oggi, al contrario, si estende dall’America latina ai paesi arabi; dall’India, alla Russia e alla Cina – oltre che, naturalmente, agli Stati Uniti.

Fabio Armao è professore di Relazioni internazionali al Dipartimento Inter-ateneo di Scienze, Progetto e Politiche del Territorio del Politecnico di Torino. Tra le sue pubblicazioni: Il sistema mafia (2000); Inside War (2016); L’età dell’oikocrazia (2020) e Le reti del potere (2020). Collabora con la rivista “MicroMega”.

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER
Non perderti le novità!
Mi iscrivo
Niente spam, promesso! Potrai comunque cancellarti in qualsiasi momento.
close-link