Dott. Andrea Miccichè, Lei è autore del libro La Sicilia e gli anni Cinquanta. Il decennio dell’autonomia edito da FrancoAngeli: quando e come nasce l’autonomia siciliana?
La Sicilia e gli anni Cinquanta. Il decennio dell'autonomia, Andrea MiccichèL’autonomia siciliana fu il risultato del peculiare processo di transizione alla democrazia cominciato nell’isola già all’indomani dello sbarco degli Alleati. Un processo condizionato dalla difficile ricostituzione di un’autorità statuale, dalla miseria diffusa, dalle devastazioni della guerra, da un ordine pubblico minato dal banditismo e dalla mafia. Un contesto in cui sembrò attecchire un movimento separatista espressione di una parte del notabilato, della borghesia siciliana delle professioni e di una gioventù urbana e radicalizzata, unite da un sicilianismo pseudo-nazionalista e anti-centralista che attribuiva al Nord i mali e l’arretratezza dell’isola. Se il separatismo ebbe vita breve, una “questione siciliana” si impose nella discussione pubblica, facendo breccia nelle dirigenze dei partiti politici in via di riorganizzazione, finendo con l’identificarsi con le storiche aspirazioni allo sviluppo economico e industriale dell’isola. Contribuirono a questo dibattito il recupero del regionalismo sturziano da parte dei cattolici, le posizioni industrialiste e “riparazioniste” (lo Stato doveva riparare ai torti perpetrati nei confronti della Sicilia con un intervento aggiuntivo) di Enrico La Loggia, così come la svolta autonomista di Togliatti e i posizionamenti moderatamente regionalisti di una parte del socialismo isolano. Dc e Pci in particolare, con forme e con obiettivi diversi adattarono le loro strategie complessive alle particolari condizioni politiche della “periferia” siciliana, facendo del regionalismo un fattore identitario importante perlomeno per questo primo quindicennio di democrazia. Ad attribuire legittimità all’autonomia e alla classe politica regionale furono comunque le concrete realizzazioni in termini di opere pubbliche e di provvedimenti legislativi in materie come l’agricoltura, le risorse energetiche, il credito e l’industria. L’autonomismo siciliano fu insomma il motore della politica isolana in questa prima fase della storia repubblicana (1947-1960).

Qual è il clima politico e sociale delle elezioni del 1955?
Nel corso della seconda legislatura la Regione si consolidò da un punto di vista amministrativo e il governo democristiano di Restivo riuscì a varare una serie provvedimenti lungamente attesi in materia agricola, finanziaria, petrolifera spesso con la partecipazione attiva delle opposizioni, in nome di una solidarietà autonomistica che alimentava comunque discorsi politici contrapposti. Da una parte la Dc rivendicava i risultati del governo, esaltando funzioni e legittimità dell’istituzione regionale, dall’altra le opposizioni accusavano il governo di centro-destra di non difendere i diritti e le prerogative regionali dalle inadempienze dello Stato centrale. Insomma, secondo socialisti e comunisti, se vi erano stati risultati questi erano stati ottenuti grazie alle lotte di massa dei siciliani. D’altra parte, gli stanziamenti della Cassa del Mezzogiorno e quelli del Fondo di solidarietà (sulla base dell’art. 38 dello Statuto che imponeva allo Stato di finanziare opere pubbliche nell’isola per un ammontare pari alle differenze di reddito rispetto alla media nazionale), oltre agli ordinari stanziamenti dello Stato e della Regione avevano permesso i primi importanti interventi infrastrutturali. Ma avevano alimentato anche un costante contenzioso politico tra Regione e governo nazionale che rinvigoriva i sentimenti autonomistici delle forze politiche siciliane, comprese le componenti più convintamente regionaliste della Dc. La stessa rappresentazione della Sicilia in questi anni era mutata radicalmente. Alla vigilia delle elezioni del 1955 i filmati della Incom non raccontavano più una Sicilia di vinti, miseria e violenza, come avevano fatto fino al 1952, ma una regione in cammino verso il progresso, emblema della ricostruzione materiale e democratica del Paese. Una descrizione encomiastica che non celava le ampie sacche di arretratezza e i problemi di un’economia con indicatori di occupazione e reddito ben al di sotto delle medie nazionali. Quella miseria così efficacemente raccontata in quegli stessi mesi da Levi, Sciascia e Dolci (con Le parole sono pietre, Banditi a Partinico, le Parrocchie di Regalpetra) e da giornali come «L’Unità» e «L’Ora». La campagna elettorale, insomma, si giocò su queste differenti narrazioni della Sicilia e sulla grande questione dell’industrializzazione, l’obiettivo che fino ad allora aveva legittimato le istituzioni autonomistiche e che non si era ancora tradotto in una normativa in grado di attrarre investimenti e di finanziare un’imprenditoria siciliana bisognosa di incentivi. Un disegno di legge governativo si era impantanato all’ARS proprio alla fine della legislatura per i veti interni a una Dc in ebollizione per lo scontro tra le nuove leve fanfaniane, che sarebbero diventate maggioranza nel partito siciliano, e la componente popolare e cristiano-sociale. Un conflitto che si sarebbe fittamente intrecciato con le rivalità personali e con le dispute fazionarie locali già ampiamente presenti nella Dc siciliana – soprattutto in province come Agrigento, Caltanissetta, Catania e Palermo ­– condizionando l’ultimo tratto del governo Restivo, inasprendo la consueta battaglia delle preferenze tra esponenti dello stesso partito e gettando le premesse per l’instabilità governativa che avrebbe caratterizzato la terza legislatura.

Quale bilancio storico si può trarre del governo Alessi?
Il ritorno di Alessi alla Presidenza della Regione fu dovuto più all’incapacità della Dc, e in particolare della sua componente fanfaniana, di proporre una candidatura alternativa. Alessi riuscì invece a trovare un’intesa coi socialisti sulla base di una piattaforma radicalmente regionalista. Una sorta di centro-sinistra autonomistico, che anticipava i tempi della politica nazionale, ma che era ben visto dai comunisti e fortemente elogiato da “L’Ora”, forse il più convinto sostenitore di quell’esperimento. In realtà Alessi sin dalle prime battute si mostrò ambiguo e altalenante. Smentì immediatamente davanti alle telecamere della Settimana Incom che il suo fosse un governo di apertura ai socialisti, fece visita al cardinale di Palermo Ruffini, bastione del conservatorismo siciliano, e nel corso del convegno palermitano del Comitato Europeo per il Progresso Economico e Sociale (CEPES) dell’ottobre del 1955, si pronunciò a favore delle posizione liberiste sostenute dalla Confindustria, ostile in particolare alla presenza dell’Eni nell’isola, deludendo non solo i socialisti ma anche quei settori della Sicindustria che guardavano con favore al suo governo e che erano ben più possibilisti sull’intervento dello Stato in economia. Nell’arco di pochi mesi, dunque, l’appoggio delle sinistre al suo governo prima si affievolì, poi venne definitivamente meno, riavvicinando Alessi a quella destra monarchica e missina che era rimasta isolata all’inizio della legislatura. Ma le ostilità maggiori Alessi le incontrò all’interno del suo stesso partito, sempre più irriducibilmente minato da faide locali e correntizie, con la componente fanfaniana, definitivamente impostasi, sempre meno propensa a supportare la leadership di un avversario come Alessi. Il governo nato con grandi aspirazioni e promesse finì col mancare tutti gli obiettivi che si era dato. Del piano di sviluppo annunciato da Alessi al suo insediamento, che tante aspettative aveva destato, rimase solo una pubblicazione curata dalla Regione, mentre la legge sull’industrializzazione si impantanò in assemblea senza possibilità di essere approvata. In quei 14 mesi di governo, però, si inasprì il contenzioso con lo Stato centrale su temi quali l’abolizione dell’Alta Corte, il prezzo del grano duro o l’ammontare di risorse da destinare all’isola che consolidò una dialettica rivendicativa centro-periferia che avrebbe ancor più condizionato le fasi successive della legislatura.

Quali vicende caratterizzano i governi La Loggia e Milazzo?
Con La Loggia la corrente maggioritaria della Dc siciliana riuscì ad esprimere finalmente un proprio Presidente della Regione. Ma che le faide interne fossero tutt’altro che risolte si capì al momento stesso dell’elezione del governo, quando, grazie all’appoggio delle opposizioni, vennero eletti alla carica di assessore alcuni esponenti non designati dalla Dc, tra cui Silvio Milazzo (gli assessori erano eletti individualmente dall’Assemblea, esattamente come il Presidente della Regione). Questi rifiutò di dimettersi opponendosi platealmente alla direzione della Dc in nome della “chiamata” dell’Assemblea. Un episodio che evidenziò quanto le schermaglie correntizie esondassero ormai sempre più frequentemente al di fuori della Dc, trovando insperate sponde nelle opposizioni e soprattutto nei comunisti. Il governo La Loggia, appoggiato da liberali e socialdemocratici, riuscì comunque a ottenere risultati importanti approvando la tanto agognata legge sull’industrializzazione – con la creazione della Società Finanziaria Siciliana col compito di erogare credito alle industrie in Sicilia o di parteciparvi direttamente – e a concludere una storica intesa con l’Eni che avrebbe dovuto fruttare notevoli investimenti nell’isola nel settore petrolifero e in quello chimico. Provvedimenti che in buona sostanza trovarono l’approvazione anche delle opposizioni. Nel 1958 il governo mandò alle stampe “Sicilia 1958”, che oltre a essere un manifesto «sulla validità dell’Istituto Autonomistico» era un compendio dell’attività e dei risultati della Regione e della Dc a tutti i livelli. Una descrizione celebrativa che ometteva i ritardi in termini di industrializzazione dell’isola e una contrapposizione sempre più serrata tra Palermo e Roma su questioni divenute centrali nel dibattito pubblico siciliano. L’abolizione dell’Alta Corte in seguito all’istituzione della Corte Costituzionale era solo uno dei fattori di tensione, a cui si aggiungevano questioni annose sulle politiche agricole o sui trasferimenti di risorse del Fondo di solidarietà o della Cassa del Mezzogiorno. Una reviviscenza autonomistica che lo stesso La Loggia non fu in grado di dirigere e mediare e che indebolì una maggioranza già resa pericolante dalla costante minaccia dei franchi tiratori del suo stesso partito. In questo contesto maturò una prima crisi di governo nell’autunno del 1957, poi conclusasi con la rielezione di La Loggia, e una seconda, un anno più tardi, culminata nelle sue definitive dimissioni. In questo clima avvelenato dalle imboscate assembleari dei deputati democristiani, ormai protagonisti di uno scontro feroce e non più contenibile all’interno del partito e della sua disciplina, maturò l’elezione alla Presidenza della Regione del democristiano Silvio Milazzo con l’appoggio della dissidenza democristiana e delle opposizioni contrapposte di destra e sinistra. Una formula già sperimentata nel corso della legislatura, ma che per la prima volta si tradusse in una maggioranza di governo tenuta insieme da un ambiguo richiamo ai diritti della Sicilia e alla difesa dell’autonomia violati dal governo nazionale e dalle ingerenze della direzione fanfaniana della Dc. Temi che avevano già ampiamente condizionato il dibattito pubblico in quegli anni, facendo della Sicilia un luogo non sempre inscrivibile nelle logiche della politica nazionale e internazionale di quegli anni. Quel confuso esperimento di unità autonomistica apparve quindi il punto conclusivo di una vicenda iniziata molti anni prima e che per la prima volta relegò la Dc all’opposizione, permettendo a missini, socialisti e comunisti di avvicinarsi al governo della Regione, seppur con obiettivi, strategie e convinzioni molto diverse. Una maggioranza ancora fragile che però incontrò l’entusiasmo di molti siciliani, si presentò con intenti moralizzatori ed efficientisti e con la creazione di un partito autonomista siciliano, L’Unione Siciliana Cristiano Sociale, sembrò poter modificare nel profondo la politica siciliana. Le elezioni regionali del 1959 assunsero infatti un valore eccezionale, attirarono le attenzioni dei media nazionali (e persino di quelli internazionali) e misero in primo piano quella dimensione regionalista che aveva permesso la nascita della maggioranza milazziana, da cui però ormai si sfilavano i missini. Fu la Dc a riproporre invece toni e contenuti da crociata anticomunista, con l’intento di screditare Milazzo e cristiano-sociali e a normalizzare una situazione politica pericolosamente anomala, soprattutto a poche settimane dalle elezioni valdostane che si erano concluse con la vittoria di un governo autonomista di centro-sinistra. Le cose andarono diversamente. La Dc ottenne un buon risultato elettorale, ma Milazzo riuscì comunque a formare un nuovo governo acquisendo deputati dalle destre in via di disfacimento. Una compagine senza programmi e obiettivi chiari, che si protrasse per alcuni mesi senza grandi risultati. L’uscita di scena di Milazzo, coincise con l’allontanamento graduale dalla Sicilia (verso il Parlamento romano) di una classe politica regionale e regionalista e dall’attenuazione di quelle dinamiche conflittuali con il governo nazionale che avevano caratterizzato il decennio dell’autonomia e attribuito vitalità all’istituzione. La normalizzazione della politica siciliana, andò di pari passo con una nuova fase delle istituzioni regionali, con la Regione imprenditrice, e con un rivendicazionismo autonomista legato solo alla richiesta continua di risorse. Senza le narrazioni dell’autonomia che avevano caratterizzato il dibattito pubblico in quegli anni – “l’autonomia delle realizzazioni” democristiana e “l’autonomia tradita o da realizzare” dei comunisti – , senza le varie forme di solidarietà autonomistica che avevano reso peculiare il sistema politico regionale e senza una chiara attribuzione di obiettivi e responsabilità alla classe politica regionale, l’autonomismo smise di essere quell’elemento identitario e politico a fondamento dello Statuto. La Regione senza regionalismo, probabilmente, cominciò allora a smarrire le ragioni della sua stessa esistenza.

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