“La Sicilia degli dei. Una guida mitologica” di Giulio Guidorizzi e Silvia Romani

La Sicilia degli dei. Una guida mitologica, Giulio Guidorizzi, Silvia RomaniLa Sicilia degli dei. Una guida mitologica
di Giulio Guidorizzi e Silvia Romani
illustrazioni di Michele Tranquillini
Raffaello Cortina Editore

Sicilia, terra del mito; di Cariddi, figlia di Poseidone, dio del mare, che un giorno aveva divorato alcuni capi della mandria che Eracle stava riportando in Grecia, dopo averla sottratta a Gerione, e di Afrodite, che ha continuato ad abitare il suo tempio di Erice con «il sepolcro di colui che ne era stato per un giorno lo sposo mortale, Anchise, ai suoi piedi. I Ciclopi e Efesto con la sua officina di fabbro non hanno mai abbandonato il rifugio segreto nelle profondità dell’Etna o delle Eolie. Non se n’è andata la bellissima Persefone, rapita dal dio Ade e trasportata nell’Oltretomba presso il lago di Pergusa, una delle “porte” per il mondo dei morti. La ninfa Ciane ha scelto la Sicilia per trasformarsi in una fonte zampillante e Aretusa, emersa a riveder le stelle proprio nel mare di fronte a Siracusa, vive per sempre trasformata in una polla d’acqua sul lungomare di Ortigia, mescolata al dio fluviale che se n’era innamorato, l’Alfeo.» Nelle campagne assolate nel cuore dell’estate si può ancora sentire Eracle chiamare le sue mandrie.

In questo viaggio, del corpo e della mente ad un tempo, non dobbiamo dimenticare che la Sicilia, è anche la terra dei Siculi. «Ma anche loro venivano da fuori. Tucidide (VI, 2), parlando dei più antichi abitatori dell’isola, scrive che i primi di cui si abbia memoria erano stati i Lestrigoni e i Ciclopi, i nemici di Ulisse: ma questi, aggiunge con una certa ironia, sono i racconti dei poeti. Poi, continua, arrivarono i Sicani che provenivano dalla Spagna. Infine, dopo la guerra di Troia, dall’Italia sbarcarono attraversando il mare su fragili zattere i Siculi, che spinsero i Sicani nella parte orientale dell’isola. Da uno dei loro antichi re chiamato Italo, vissuto però ben diciotto generazioni prima della guerra di Troia, prese nome tutta la penisola. Con il loro arrivo quella che prima si chiamava Sicania oppure Trinacria, terra delle tre punte, divenne, e resta anche ora, la Sicilia.

L’archeologia dà sostanzialmente ragione a Tucidide. Che i Siculi siano immigrati dalla penisola italiana, verso il XII secolo a.C., è un dato certo; anzi, molti nell’antichità dicevano che in origine questa popolazione fosse stanziata nel Lazio, vicino ai colli dove poi sarebbe sorta Alba Longa.

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I Siculi non costruirono grandi città; allora l’isola era una terra coperta di boschi, e i Siculi una popolazione silvana, dispersa in villaggi. Molto poco sappiamo di loro e della loro civiltà: del resto, la storia fu scritta dai Greci, e così le vicende dei Siculi restano nell’ombra di secoli oscuri. Sappiamo che nel loro pantheon c’era un dio chiamato Adrano, raffigurato con l’elmo e la lancia; era un dio del fuoco, tanto che i Greci lo assimilavano a Efesto. I suoi santuari sorgevano in vari luoghi, ma verso il 400 a.C. il tiranno Dionisio di Siracusa costruì, vicino al corso del Simeto, alle falde dell’Etna, una città che portava il nome del dio, di cui restano inglobate nella città moderna parti del muraglione di cinta. Da qualche parte nell’abitato sorgeva il suo tempio, che era custodito da mille cani: il cane, infatti, era l’animale sacro dei Siculi ed è spesso raffigurato sulle monete. Questi cani accoglievano scodinzolando i pellegrini che andavano a rendere onore al dio; se poi qualcuno nella notte smarriva la strada, o era ubriaco e non riusciva a trovare la via di casa, i cani sacri di Adrano lo guidavano amichevolmente e lo accompagnavano a destinazione. Però, quando per un loro istinto capivano di avere a che fare con un furfante, lo assalivano e lo mordevano, sino a sbranarlo. Probabilmente, la razza autoctona di cane che ancora esiste in quella zona, il Cirneco dell’Etna, è un lontano discendente dei cani sacri di Adrano. Degli dèi siculi conosciamo anche il nome di Ibla, una dea della fecondità, che diede il suo nome a varie città sicule, non bene identificabili oggi oltre che alla catena dei Monti Iblei […]

Quando sbarcarono i Greci, i Siculi furono progressivamente spinti verso l’entroterra e in parte sottomessi: si formò così una situazione in cui le coste erano greche, mentre il centro dell’isola rimase ai Siculi. Ma non dobbiamo pensare a spietate guerre coloniali e a stermini di massa; in qualche modo le due popolazioni iniziarono ad avvicinarsi sin dai tempi antichi e i Siculi assorbirono dai Greci molta della loro superiore civiltà. I coloni greci che venivano dalla madrepatria e fondavano le loro città sulla costa erano prevalentemente maschi; le donne, le trovarono spesso sul posto, sicché sin dall’inizio dovette esserci una certa percentuale di matrimoni misti. Del resto, i Greci di Sicilia finirono per definire se stessi “Sicelioti” per distinguersi da quelli della Magna Grecia, che erano “Italioti”, e da quelli della madrepatria, i veri e propri “Elleni”.»

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