Professor Maggioni, Lei è autore del libro La sharing economy. Chi guadagna e chi perde edito dal Mulino: cosa si intende per sharing economy?
La sharing economy. Chi guadagna e chi perde, Mario A. MaggioniLa sharing economy costituisce un fenomeno rilevante, diffuso a livello globale (pur se con significative differenze) che ha a che fare con l’utilizzo di piattaforme on line per la gestione di una struttura ibrida e impura di mercato in cui relazioni profit e non profit si intrecciano e in cui lo spostamento dell’enfasi delle transazioni è spesso (ma non sempre) dalla proprietà all’uso, dall’individuo a una qualche forma di comunità/collettività.

Attualmente sia nella letteratura scientifica sull’argomento, sia nella letteratura divulgativa e sulla stampa circolano moltissime definizioni alternative (e anche molti nomi: Access Economy, Bottom-up Economy, Circular Economy, Collaborative Consumption, Collaborative Economy, Connected Consumption, Crowd Economy, Disaggregated Economy, Economia collaborativa, Empowering Economy, Enabling Economy, Gift Economy, Gig Economy, Hippienomics, On Demand Economy, P2P Economy, Pay-as-you-Use Economy, Peer Economy, People Economy, Platform Capitalism, Rental Economy, Reputation Economy, Shared Capitalism, Temp Land, The Mesh, Trust Economy, Uber Economy, Wikinomics).

Per questo motivo, in apertura del volume, ho proposto una serie di classificazioni tassonomiche in modo che il lettore possa comprendere meglio il fenomeno. Dovendo sceglierne una tra le molte, preferisco quella proposta da Alex Stephany (un consulente ed imprenditore britannico) nel suo libro The Business of Sharing. Making it in the New Sharing Economy: «La sharing economy è il valore derivante dal rendere risorse sottoutilizzate accessibili on line ad una comunità, riducendo la necessità di possedere tali risorse da parte degli individui».

Quando e come nasce il nome «sharing economy»?
Esiste un vasto dibattito in rete su quando sia nata l’espressione «sharing economy». Ritengo che la paternità del temine possa essere attribuita, con ragionevole grado di certezza, a Lawrence Lessig – giurista, professore alla Harvard Law School, uno dei fondatori di Creative Commons che, nel 2008, all’interno del suo libro Remix. Making Art and Commerce Thrive in the Hybrid Economy fa una chiara distinzione tra la commercial economy, in cui il prezzo è l’elemento centrale dello scambio, e la sharing economy, in cui gli elementi che definiscono lo scambio sono molteplici, e l’unico che è certamente inappropriato è il prezzo.
In quel volume Lessig cita Yochai Benkler: un suo collega – che nel suo saggio “Sharing Nicely: On Shareable Goods and the Emergence of Sharing as a Modality of Economic Production”, pubblicato sul Yale Law Journal nel 2004 – evidenziava l’esistenza di alcuni fenomeni (come il car pooling e la condivisione di PC per il progetto SETI@home che lui definiva “Social Sharing”) che coinvolgevano beni sistematicamente caratterizzati da capacità produttiva in eccesso e che questa capacità in eccesso poteva essere più efficientemente utilizzata attraverso una rete di relazioni di condivisione piuttosto che attraverso un mercato secondario governato dal sistema dei prezzi.
Paradossalmente quindi il termine è nato per designare una realtà (di pratiche di condivisione alternative al mercato) molto differente da quella in cui le relazioni di mercato convivono, spesso anche in posizione preminente, con le pratiche di condivisione e in cui le piattaforme hanno assunto una dimensione ed un potere tale da configurare, secondo alcuni, un nuovo modello di capitalismo: il cosiddetto “capitalismo delle piattaforme”.

La sharing economy è strettamente connessa al web?
Nella sua accezione più comune e diffusa, certamente la sharing economy non potrebbe esistere in un mondo senza internet; ma forse non potrebbe esistere nella dimensione e nella rilevanza attuale in un mondo senza smartphone, dove cioè la rete può essere acceduta in modo costante, individualizzato ed in mobilità: basti pensare al servizio erogato dall’impresa che per molti anni ha rappresentato il simbolo della sharing economy, Uber, che per la sua stessa esistenza necessita di utenti ed autisti sempre connessi in mobilità alla rete.
Da un’altra prospettiva invece la condivisione e le pratiche connesse ad essa precorrono di gran lunga l’invenzione del world wide web: la condivisione nasce infatti spesso dalla necessità di reagire ad un ambiente (sia esso naturale, politico sociale) ostile e dall’appartenenza ad una qualche forma di aggregazione (sociale, etnica, nazionale, politica) che facilita lo stabilimento di un clima di fiducia.

In questo senso esperienze come: gli orti comuni tedeschi – ideati dalle amministrazioni comunali come una soluzione alla miseria in cui versava gran parte della popolazione inurbata a causa rivoluzione industriale nei primi anni del XIX secolo; le cooperative di consumo – a partire dalla Rochdale Equitable Pioneers Society, nata nel Lancashire tessile nel 1844 dall’unione di 28 residenti come risposta ai prezzi troppo alti e alla cattiva qualità dei generi alimentari disponibili nei negozi locali; i kibbutzim nati in Palestina agli inizi del XX secolo, come tentativo tra l’utopico e l’eroico di risposta al rinfocolarsi dell’antisemitismo in Europa e possibilità, sostenuta sia dai sionisti che dai socialisti, di fare della “terra promessa” un modello alternativo di società agricola senza né sfruttatori né sfruttati; il programma di “car pooling” lanciato dall’Office of the Petroleum Coordinator, durante la 2a Guerra Mondiale negli Usa per ridurre l’utilizzo civile di petrolio e gomma per riservarli allo sforzo bellico; possono tutti essere considerati a qualche titolo come gli antesignani della sharing economy.

È possibile regolare la sharing economy?
Sulla risposta a questa domanda si scontrano due posizioni: la prima libertaria/liberista che vede nel sistema di rating proprio della sharing economy una alternativa efficace alla tradizionale regolazione; la seconda normativa/precauzionale  che invece evidenzia l’esistenza di una serie di problemi e di fallimenti di mercato propri della SE e vede nella regolazione un possibile strumento per ridurli. Queste due posizioni si scontrano da un lato, sulla capacità o meno degli strumenti tradizionali di restare al passo con una evoluzione tecnologica e di mercato sempre più rapida; dall’altro sull’abilità dei regolatori nell’evitare la “cattura” da parte dei soggetti già presenti sul mercato. Forse a questo proposito è utile sottolineare come, entrando in questioni che toccano l’ambito giuridico, vi sia da un lato una grande differenza tra quei paesi che si basano sul principio di common law e quelli che si basano invece sul principio di civil law; dall’altro tra i paesi con una struttura federale o fortemente decentrata, e paesi con una struttura nazionale e/o accentrata. In particolare è facile comprendere come paesi di common law (come il Regno Unito e gli USA) – dove l’assenza di codici di diritto sostanziale configura il precedente come principio cardine dell’ordinamento giuridico – si possa più facilmente regolare materie nuove ed in continua evoluzione come nel caso della sharing; e paesi dove molte competenze legislative sono affidate ad entità di livello inferiore a quello nazionale/federale (come gli Stati Uniti) possano applicare regolamentazioni differenti in parti del territorio diverse come possibile laboratorio in vivo di “sperimentazione legislative” per poi poter confrontare i risultati e diffondere infine le best practice.

Cristiano Codagnone, Federico Biagi e Fabienne Abadie nel loro rapporto di ricerca The Passions and the Interests: Unpacking the ‘Sharing Economy’ disponibile all’indirizzo http://publications.jrc.ec.europa.eu/repository/bitstream/JRC101279/jrc101279.pdf presentano quattro possibili approcci alla regolazione della SE che, in concreto, potrebbe anche essere ulteriormente ibridati.

  1. Nessun intervento. Questo approccio, propugnato dall’ala liberale e libertaria dell’economia e del diritto, non sembra proprio poter essere considerato come un’opzione accettabile per due principali motivi: il primo fa riferimento all’esistenza di chiari casi di fallimento di mercato nei campi della responsabilità civile e della protezione sociale; il secondo si riferisce alla necessità che il regolatore stabilisca un terreno comune di regole chiare e condivise in cui le piattaforme della SE e gli operatori dei vari settori tradizionali possano competere allo stesso livello.
  2. Regolazione e liberalizzazione. Questa opzione deriva dall’applicazione di una quantità minima di regolazione alla condotta delle piattaforme della SE mentre al contempo si liberalizzano, riducendole all’osso, tutte le normative che attualmente vincolano le imprese appartenenti alle industrie tradizionali in modo che le due parti possano incontrarsi e competere su un terreno comune raggiunto da due opposte direzioni.
  3. Approccio ibrido con regimi ad hoc. Questa alternativa privilegia la ricerca e l’applicazione di soluzioni specifiche per ciascun sotto-settore della SE, sacrificando l’omogeneità normativa per raggiungere una maggior efficacia case-by case e, così facendo, fa tesoro della letteratura scientifica empirica che, sulla base di risultati ancora molto incompleti e sparsi, è comunque concorde nel ritenere che la regolazione della SE non possa essere disegnata secondo una logica alla one size fits all.
  4. Regolazione generalizzata. Questo orientamento – che consiste semplicemente nell’applicazione della regolazione esistente per i soggetti “off-line” alle piattaforme della SE ritenendolo l’unico modo possibile per creare un terreno comune in cui entrambi le tipologie possa competere in modo equo – non sembra poter essere applicabile, in quanto molti dei vincoli e dei regolamenti attualmente imposti alle imprese tradizionali sembrano essere arretrati, inopportuni e inefficaci già per questa tipologia di imprese.

Personalmente ritengo, e nel mio libro lo illustro nei dettagli, che una regolazione della sharing economy non solo sia possibile ma anche necessaria a tutela del consumatore, del lavoratore, della concorrenza, dell’equità e della privacy.

Quali sono vantaggi e svantaggi della sharing economy?
Consideriamo sinteticamente i vantaggi: la sharing economy può incrementare l’efficienza dell’economia facilitando (riducendo i costi di transazione) l’incontro tra domanda ed offerta e riducendo (attraverso un’aumentata concorrenza) il costo e il numero degli intermediari; può aumentare il benessere della società aumentando il numero delle transazioni; può aumentare la produttività totale dei fattori permettendo l’uso di beni capitali (o di consumo durevole) da parte di altri utenti quando gli stessi non sono utilizzati dal proprietario; può sostituire l’uso e la condivisione alla proprietà individuale; può spostare l’accento dal possesso verso l’accesso e favorire l’interazione sociale e la costruzione di comunità, anche virtuali; può ridurre il numero di beni prodotti (a parità di utilizzo) e ridurre il volume di rifiuti; può diminuire l’impatto ambientale della mobilità automobilistica riducendo il numero di auto che circolano sulle strade.

Per contro esistono anche una serie di svantaggi: la sharing economy, grazie alla rilevanza delle economie di scala e di scopo e delle esternalità di rete, può rinforzare la concentrazione e favorisce conseguentemente l’incremento del potere di mercato da parte di pochi soggetti che possono stabilire i prezzi di gran lunga più elevati del costo marginale; grazie alla mole di informazioni che le piattaforme on line possono acquisire sui propri consumatori attuali e potenziali, può permettere ai produttori di attivare una serie di pratiche di discriminazione di prezzo attraverso cui il produttore può appropriarsi di quote considerevoli del sovrappiù del consumatore; può causare effetti, indesiderati dai residenti, sul prezzo e sulla disponibilità di case in certe città o zone della città; può avere un effetto di polarizzazione della ricchezza à la Picketty; può permettere alle piattaforme on line di operare come monopsonisti grazie alla grande dimensione (o scala) di operazione contrapposta alla parcellizzazione delle attività condotte da un enorme numero di lavoratori (spesso contrattualizzati come contractors indipendenti o freelancers); può contribuire all’abbassamento del reddito medio da lavoro di una quota crescente di lavoratori.

Insomma la sharing economy è davvero una realtà multiforme e complessa tanto da far scrivere ad Arun Sundararajan nelle conclusioni del suo The Sharing Economy: The End of Employment and the Rise of Crowd-Based Capitalism, la frase seguente: “Capitalista o socialista? Economia commerciale o Economia del dono? Mercato o gerarchia? Impatto locale o globale? Regolazione dall’alto od espressione di autoregolazione dal basso? Creazione e cattura del valore centralizzata o diffusa? Imprenditore o drone? Creazione o distruzione di posti di lavoro? Società connesse o isolate? Come potreste aver capito a questo punto, la risposta a ciascuna di queste domande, nella sharing economy, è: sì!”. Juliet Schor, sociologa al Boston College e grande esperta del tema aggiunge: “Le piattaforme peer-to-peer rappresentano un’innovazione importante. Se poi evolveranno in un modello di business già conosciuto o in un modello economico radicalmente differente è ancora ignoto. Quello che è chiaro è che nulla né nella tecnologia, né nelle forme organizzative di queste piattaforme ci assicura che esse perseguiranno il bene comune. I nostri risultati ci suggeriscono che il raggiungimento di un tale risultato dipenderà dalle capacità organizzative degli utenti e da processi di politiche pubbliche indirizzate democraticamente”.

Io, più radicalmente, non confido neanche in un semplice meccanismo istituzionale. A metà 2017, i limiti della democrazia rappresentativa sono sotto gli occhi di tutti, e la capacità del processo di disegno, elaborazione ed implementazione della politiche pubbliche, nei paesi di democrazia avanzata, è certamente molto più influenzato dalle lobbies che agiscono in nome e per conto dei grandi interessi organizzati che dalle organizzazione di base di cittadini e consumatori.
Insomma, ancora una volta, anche questa innovazione tecnologica, organizzativa ed istituzionale è affidata alle nostre mani, alle nostre menti e ai nostri cuori. Sta a noi decidere se e come utilizzarla a favore del bene dell’uomo e della sua “casa comune” o, miopicamente, contro di essa e, conseguentemente, contro noi stessi.