La scuola del grammaticus. Lingua e didattica, Mariarosaria PugliarelloProf.ssa Mariarosaria Pugliarello, Lei è autrice del libro La scuola del grammaticus. Lingua e didattica pubblicato da Ledizioni: quale funzione aveva nella società romana il grammaticus?
Dopo una prima fase arcaica, caratterizzata dall’educazione familiare, sappiamo dalle fonti che già dalla metà del III secolo a.C. operavano in Roma strutture scolastiche modellate sull’esempio delle scuole ellenistiche. Alla fine dell’età repubblicana il sistema scolastico era articolato in tre cicli di studio, affidati a tre insegnanti differenti, stipendiati dagli allievi: la scuola elementare, dove insegnava il magister ludi, per i bambini dai 7 agli 11/12 anni; la scuola del grammaticus per i ragazzi dai 12 ai 16/17 anni e la scuola del rhetor, riservata a giovani che, volendo dedicarsi alla vita politica e all’attività forense, dovevano completare il ciclo dell’educazione liberale. La platea degli allievi si restringeva da un ciclo scolastico all’altro; l’istruzione primaria era ricercata anche da famiglie di modesta condizione sociale, purché potessero retribuire il maestro, essendo riconosciuta come un fatto ovvio l’utilità di saper leggere, scrivere e far di conto. Non tutti i ragazzi continuavano gli studi e i cicli successivi erano meno frequentati; tuttavia alla scuola del grammaticus partecipavano giovani non solo appartenenti all’élite aristocratica e alle abbienti famiglie equestri, ma anche provenienti da famiglie che riuscivano a permettersi, a prezzo di sacrifici, di iscrivervi i figli. Al terzo ciclo di studi accedevano in numero più limitato i giovani delle migliori famiglie. Pur mancando indirizzi normativi da parte dell’autorità statale, il sistema scolastico si è ampliato e diffuso in modo omogeneo, mantenendo la stessa struttura e gli stessi criteri organizzativi nel tempo e nello spazio. Le lezioni del grammaticus toccavano due ambiti: teoria del linguaggio e lettura e commento dei testi; gli allievi imparavano il funzionamento del sistema linguistico e venivano guidati alla lettura e comprensione dei testi identitari della latinità. Nella prospettiva del ciclo di studi la funzione del grammaticus era quella di preparare i giovani al successivo corso di retorica e nello stesso tempo fornire, a coloro che non avrebbero continuato, quel complesso di conoscenze letterarie e linguistiche proprie del civis Romanus. A Roma, nella penisola italica e, successivamente, nelle province occidentali e dell’Africa e d’Oriente un unico sistema scolastico accomunava i giovani, veicolando loro la competenza linguistica e la cultura classica, in altre parole contribuendo alla loro integrazione e al processo di romanizzazione. In questa azione di unificazione culturale estesa a intere generazioni consiste la seconda, importante funzione dei grammatici, che continuarono la loro opera anche nei secoli travagliati della tarda latinità, mantenendo in vita la struttura scolastica e preservando il complesso sistema di conoscenze della tradizione classica. Ma un’altra importante funzione svolta dal grammaticus consiste nella selezione dei testi che venivano letti a scuola. Naturalmente i contenuti dell’insegnamento variarono nel corso dei secoli, pur in una tradizione tendenzialmente statica; le innovazioni nella scelta degli autori seguivano il mutare del gusto letterario, le trasformazioni sociali e politiche, l’evolversi stesso del linguaggio e anche le inclinazioni personali. Così, dopo una prima fase nella quale si leggevano solo i poeti arcaici, finalmente anche i poetae novi diventarono oggetto di studio e successivamente l’Eneide di Virgilio fu una presenza stabile dei corsi di grammatica; in seguito entrarono nella scuola gli autori di età imperiale, mentre gli arcaici, accantonati, caddero nell’oblio. Nel corso dei secoli generazioni di studenti nelle loro classi, sparse nelle varie regioni, sotto la guida del grammaticus hanno letto, interpretato e imparato a memoria i testi degli autori, contribuendo così alla loro circolazione e diffusione. Dalle scelte dei grammatici dipende dunque quell’insieme di opere che, veicolate dalla scuola, hanno continuato a circolare nella società tardoantica per essere poi consegnate al Medio Evo e alle epoche successive, giungendo fino a noi e determinando la nostra stessa conoscenza del mondo antico.

Quale connessione esisteva, nella tradizione grammaticale latina, fra teoria del linguaggio e attuazione nella pratica dell’insegnamento?
Le lezioni di lingua latina del grammaticus avevano come riferimento gli studi svolti da grammatici e filologi anteriori e contemporanei; ma la formulazione teorica si scontrava spesso con le difficoltà di apprendimento degli allievi e doveva inevitabilmente venire adeguata alle esigenze didattiche, sempre diverse nel tempo e nello spazio. Per questo molti grammatici si dedicarono essi stessi alla redazione di testi di Ars grammatica, alcuni dei quali sono veri e propri corsi di insegnamento, scritti a uso personale dell’autore o destinati all’utilizzazione da parte di altri insegnanti, mentre in alcuni casi si tratta di manuali scolastici per gli studenti. Da questi testi si può vedere la ricerca di varie strategie didattiche per aiutare gli allievi nella memorizzazione e comprensione dei fatti linguistici. Fra gli espedienti più diffusi c’è l’utilizzazione di esempi, il ricorso ad elenchi numerati o disposti in ordine alfabetico, l’uso di modelli di declinazione e coniugazione, la presenza di citazioni tratte dalle opere degli autori studiati a lezione, e ancora il dialogo maestro-allievo e la ricerca di regulae, il più possibile semplici e comprensibili, che permettano agli studenti di non sbagliare. Se dunque la teoria del linguaggio può essere considerata la guida del grammaticus, era inevitabile arricchirla di annotazioni e modificarne alcuni aspetti, allo scopo di renderla accessibile agli allievi. Pur in una sostanziale adesione a un modello canonico, vediamo che le artes si differenziano a seconda del luogo in cui il grammatico insegna e presentano innovazioni man mano che il latino parlato subisce modifiche nel tempo e nello spazio. Così vi sono testi redatti per studenti greci, con continuo confronto fra greco e latino, manuali scritti nelle Gallie, oppure in Africa, nei quali è visibile lo sforzo del maestro nel proporre la lingua corretta ad allievi in evidente difficoltà. Un esempio di adeguamento della teoria alla pratica dell’insegnamento è offerto, intorno alla metà del IV secolo d.C., da Elio Donato, famoso grammaticus di Roma, che compose per gli allievi due manuali di Ars grammatica. Il primo, la cosiddetta Ars minor, indirizzato a studenti dei primi anni, è in forma di dialogo fra maestro e allievo; il testo è breve e scorrevole, le domande sono sintetiche e altrettanto le risposte; sono utilizzati tutti gli espedienti didattici nell’intento di favorire la memorizzazione e l’apprendimento di nozioni basilari. Il secondo manuale, Ars maior, è rivolto a studenti degli ultimi anni del corso e, pur mantenendo la stessa struttura e lo stesso contenuto, si differenzia notevolmente per l’estensione, l’abbandono della forma dialogica, l’approccio più problematico, la descrizione accurata dei fenomeni del linguaggio e la tendenza ad analizzarli e interpretarli. Nascono in questo periodo anche le cosiddette “grammatiche degli errori” in cui i grammatici, nel tentativo di correggere gli errori di ortografia degli allievi, stilano elenchi di parole errate accompagnate dalla corretta grafia. In sostanza il grammatico poteva contare su un insieme di opere teoriche sulla lingua, molte delle quali composte da illustri maestri anteriori e divenute canoniche, ma, come tutti gli insegnanti, si trovava inevitabilmente costretto a confrontarsi con la realtà della classe e a individuare strumenti didattici adeguati.

Come si sviluppò storicamente la riflessione latina sul linguaggio?
L’attenzione ai problemi della lingua sorse in Roma autonomamente, ma si indirizzò verso questioni pratiche di pronuncia e di ortografia, discusse, a partire dalla metà del IV secolo a.C., da grammatici, letterati e uomini politici; la riflessione teorica, invece, seguì il percorso tracciato dai Greci. Svetonio, in un pittoresco aneddoto del De grammaticis, fa risalire l’interesse dei Romani per il linguaggio al soggiorno del filosofo stoico Cratete di Mallo, che nel 168 a.C. giunse a Roma come ambasciatore del re di Pergamo e, impossibilitato a tornare in patria per la frattura di una gamba in seguito a una accidentale caduta, aprì una scuola e vi tenne lezioni per tutto il tempo della sua convalescenza, affascinando i cittadini romani con la novità del suo insegnamento. Da quel momento si sarebbe diffuso l’interesse per lo studio del linguaggio, per la filologia e per la letteratura. In realtà già prima di Cratete i Romani erano entrati in contatto con la cultura greca, prendendo conoscenza delle opere sul linguaggio di filosofi e grammatici, ed avevano visto il sorgere delle prime scuole, grazie a maestri di origine greca, per lo più liberti. Dal confronto fra lingua latina e lingua greca nacque la questione, ricorrente in tutta l’età repubblicana, del rapporto di derivazione del latino dal greco, in particolare dal dialetto eolico, cui si accompagnava l’indagine sulla provenienza dal greco di vocaboli latini, argomento discusso nel I secolo a.C. specialmente da Varrone. Varrone documenta anche la trasposizione a Roma della controversia greca fra la classificazione normativa del linguaggio, ad opera degli analogisti di scuola alessandrina, e la valorizzazione dell’individualità delle forme linguistiche, sostenuta dagli anomalisti della scuola pergamena, di formazione stoica. In questo ambito si colloca il De analogia di Giulio Cesare, che, nei pur scarsi frammenti, riflette attenzione ai criteri che regolano la correttezza linguistica. Nella prima età imperiale la riflessione linguistica si indirizzava in due ambiti: i testi di grammatica e gli studi sulle particolarità del linguaggio. Quintiliano, nel I libro della Institutio oratoria, in una sintesi sugli studi grammaticali in Roma, attribuiva a Remmio Palemone, famoso grammatico, la redazione di un’Ars grammatica che prevedeva la suddivisione degli argomenti secondo le differenti parti del discorso presenti nella trattatistica greca, ma con la soppressione dell’articolo e l’aggiunta dell’interiezione; le parti del discorso erano dunque otto – nome, verbo, participio, pronome, preposizione, avverbio, congiunzione, interiezione – e questo schema sarà seguito dai grammatici successivi. Dall’interesse per i vocaboli antichi nacque il primo dizionario latino di cui si abbia notizia, ad opera del grammatico Verrio Flacco, mentre le ambiguità della lingua erano indagate da eruditi come Plinio il Vecchio. Dal II secolo d.C. in poi la ricerca linguistica appare prevalentemente legata all’azione dei grammatici, ai quali si devono trattati di Ars grammatica e opere ortografiche. Nel IV secolo d.C. Donato, rinomato grammatico di Roma, compose due manuali, Ars grammatica minor, corso elementare, e Ars grammatica maior, corso avanzato, strutturati secondo la schematizzazione di Remmio Palemone, che saranno punto di riferimento per i grammatici successivi. Questa veloce carrellata si conclude con l’africano Prisciano, grammaticus a Costantinopoli sul finire del V secolo, cui si deve una innovazione negli studi grammaticali latini grazie all’introduzione della sintassi nella sua Ars grammatica. Qualche accenno a questioni sintattiche era ravvisabile anche in autori anteriori, ma Prisciano per primo presenta una sistematica e articolata discussione dei problemi sintattici, introducendo una nuova prospettiva nello studio della lingua latina.

Quali sono gli autori e le opere della produzione grammaticale latina a noi pervenuta più rappresentativi?
Alla riflessione latina sul linguaggio parteciparono grammatici di professione, letterati, intellettuali e anche uomini di stato, essendo la lingua un fattore identitario e un veicolo del potere politico; di questa ricca produzione scarse sono le opere a noi giunte integre; per lo più ci sono rimasti frammenti, in molti casi esigui. Fra i più antichi grammatici si deve ricordare Elio Stilone, allievo di Cratete di Mallo e a sua volta maestro di Cicerone e Varrone; anche se le testimonianze sono ridotte e limitati sono i frammenti a noi pervenuti, può essere considerato l’iniziatore degli studi grammaticali in Roma. In età repubblicana l’autore più rilevante in campo linguistico, di cui abbiamo conoscenza, è senz’altro Varrone, che non fu un grammaticus di professione, ma un intellettuale poliedrico dai molteplici interessi, letterari, storici e antiquari, fra cui la riflessione sulla lingua latina, le sue origini, l’alfabeto. Di tutte le sue opere linguistiche ci sono pervenuti quasi integralmente solo i libri dal V al X del trattato in 25 libri De lingua latina, ma la sua eredità non si è perduta e, come un fiume sotterraneo, riaffiora nei testi grammaticali lungo tutto l’arco della latinità, attraverso citazioni e accenni. Varrone rappresenta uno snodo cruciale per lo studio del linguaggio: muovendo dal confronto fra le teorie dei grammatici di Alessandria e quelle contrapposte degli stoici di Pergamo, giunge a una originale indagine sul sistema linguistico latino, indagando le modalità di flessione del nome e del verbo. Un altro aspetto concerne la teoria della derivazione della lingua latina dalla lingua greca, cui si collega anche l’indagine sull’origine del lessico latino e il suo rapporto con il greco e con i dialetti italici. In età augustea il ruolo del grammaticus nella società dell’epoca è ben rappresentato da Verrio Flacco, grammatico rinomato, apprezzato anche per i suoi metodi didattici non coercitivi, precettore dei nipoti di Augusto; a lui si deve il primo dizionario latino, ripreso dal grammatico Festo agli inizi del III secolo d.C. e infine rielaborato da Paolo Diacono, alla corte di Carlo Magno. In età claudia emerge la figura di Remmio Palemone, famoso grammatico, autore di un trattato sistematico di Ars grammatica, modello per i secoli successivi, che non è pervenuto. Quintiliano, che ne fu probabilmente allievo, descrive la struttura dell’opera, modellata sullo schema dei trattati greci, ma con alcune innovazioni, fra cui l’introduzione dell’interiezione, in aggiunta alle altre parti del discorso. Al De grammaticis di Svetonio dobbiamo le informazioni biografiche su Palemone, mentre numerosi grammatici hanno tramandato estesi passi della sua Ars, permettendo di ricostruirne aspetti significativi. Alla biografia di Palemone, e in antitesi con essa, Svetonio fa seguire la vita di Marco Valerio Probo, attivo come grammaticus fra I e II secolo d.C., prima in Africa e successivamente a Roma. Dalle informazioni di Svetonio, come pure dalla testimonianza delle Noctes Atticae di Aulo Gellio, emerge un personaggio anomalo nel panorama dell’insegnamento antico: asistematico nel metodo, non svolgeva corsi regolari di lezioni, preferiva avere pochi allievi e scrisse un numero limitato di brevi testi. Il suo insegnamento era caratterizzato dall’interesse per gli autori, dai quali traeva le norme del linguaggio. Benché nessun’opera autentica di Probo ci sia rimasta, la sua posizione nell’ambito della storia della grammatica può essere ricostruita dai numerosi frammenti a noi pervenuti, e la sua fortuna fu tale che nelle epoche successive parecchi testi apocrifi gli vennero attribuiti. Nella tarda latinità almeno due grammatici meritano di essere ricordati per l’importanza delle loro opere. Donato, grammatico a Roma nel IV secolo d.C., compose due grammatiche, segnale di un nuovo interesse pedagogico: Ars minor, grammatica elementare, e Ars maior, corso avanzato di latino, che per la lucida articolazione degli argomenti e la chiarezza espositiva sono state punto di riferimento per i secoli successivi. Sul finire del V secolo Prisciano per primo trattò di sintassi, dedicando all’argomento gli ultimi due libri della sua ponderosa Ars grammatica in 18 libri. Prisciano, di origine africana e grammatico a Costantinopoli, dove insegnava latino a allievi di lingua greca, con la sua opera rappresenta la sintesi fra cultura occidentale e orientale e, nello stesso tempo, è punto di contatto e passaggio fra mondo antico e mondo bizantino e medievale.

Mariarosaria Pugliarello, già professore associato presso l’Università degli studi di Genova, è stata docente di Grammatica latina e di Letteratura latina nel corso di laurea triennale in Lettere e nel corso di laurea magistrale in Scienze dell’antichità, e ha insegnato nella Scuola di dottorato di ricerca in Letterature e culture classiche e moderne. I principali campi di studio, nei quali ha pubblicato libri e articoli e presentato relazioni a convegni nazionali e internazionali, sono: lingua e grammatica latina, favolistica classica e Fedro, oratoria ciceroniana, letteratura enciclopedica.

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