La scrittura latina: storia, forme, usi, Paolo CherubiniProf. Paolo Cherubini, Lei è autore del libro La scrittura latina: storia, forme, usi edito da Carocci: quale importanza riveste lo studio della scrittura latina?
La storia della scrittura latina è parte dei corsi universitari di Paleografia. In tale ambito, il volumetto che esce ora per la collana delle Bussole è stato concepito come strumento per la laurea triennale delle vecchie Facoltà di Lettere e consiste in una versione, compendiata e rimeditata a tale scopo, di un più corposo manuale pubblicato nel 2010 insieme al compianto Alessandro Pratesi (Paleografia latina. L’avventura grafica del mondo occidentale). Al di là della rilevanza che la materia ricopre in ambito universitario, quella della scrittura latina è, però, una storia che meriterebbe attenzione ben più ampia, dal momento che la scrittura è forse il patrimonio di base più importante che la civiltà romana prima e la cristianizzazione tardoantica e medievale poi, hanno trasmesso attraverso circa due millenni alla cultura europea. Ho appena terminato di leggere il bel libro sulle radici benedettine dell’Europa moderna scritto da Paolo Rumiz (Il filo infinito. Viaggio alle radici d’Europa, 2019) e in più di un’occasione mi sono trovato a riflettere su quanto ancora ci sarebbe da dire a proposito di quanti hanno contribuito a costruire questa nostra civiltà, prima ancora che con la costituzione e il lascito di un patrimonio librario d’indescrivibile ricchezza, attraverso l’insegnamento delle basi alfabetiche, grammaticali e sintattiche che hanno permesso di fissare quel pensiero che costituisce forse la ricchezza più grande del nostro subcontinente.

Oltre che di monaci e predicatori, si tratta di soggetti (spesso semplici maestri laici) che non di rado si sono rivolti agli ultimi, e che hanno sviluppato le potenzialità della scrittura latina a esprimere anche le nuove lingue che si andavano affacciando sul teatro della cultura medievale europea. San Patrizio nelle Isole britanniche del secolo V, san Finian di Clonard nell’isola irlandese di Iona (sulla costa nordorientale di fronte alla Scozia) nel VI e Valerio del Bierzo nella provincia spagnola di León del VII sono tra gli esempi antichi più significativi dello slancio educativo grazie al quale le popolazioni rurali spesso del tutto analfabete hanno imparato a leggere e a scrivere: la vita del primo racconta come, ogni volta che Patrizio sceglieva un nuovo compagno di evangelizzazione, lo battezzasse e subito gli scrivesse le lettere dell’alfabeto o gli donasse un abgitorium, cioè un abbecedario; dalla importante scuola del secondo, frequentata da molti figli di nobili inglesi, si diceva che nessun discepolo andasse via senza portare con sé un libro in dono; del terzo, infine, è noto che, rifugiatosi nelle montagne astur-leonesi, si dedicava all’educazione dei fanciulli di famiglie povere e contadine che salivano d’estate ai pascoli, insegnando loro il Salterio e i rudimenti della scrittura. In seguito fu soprattutto il monachesimo benedettino a garantire una tradizione d’insegnamento elementare testimoniata, tra i documenti più antichi, dalla pianta dell’abbazia di San Gallo del secolo IX in cui è presente proprio un edificio scolastico, forse sulla scia di quel provvedimento di Carlo Magno del 789 in cui si legge l’esortazione a creare “scuole per i fanciulli che imparano a leggere”. E la tensione per l’insegnamento primario percorre tutto il medioevo per giungere fino alle soglie dell’età moderna con esperienze esaltanti come quella dei Fratelli della Vita comune in Olanda, e spingersi oltre per arrivare alla fondazione da parte di san Giuseppe Calasanzio alla fine del Cinquecento a Roma dell’Ordine dei Chierici regolari della madre di Dio delle Scuole Pie (poi detti semplicemente Scolopi) votato all’insegnamento gratuito dei bambini poveri.

Quali diversi tipi di scrittura erano in uso presso gli antichi Romani?
Sappiamo molto poco per l’età repubblicana. Le rare testimonianze giunte sino a noi consistono in scritture incise su pietra, marmi, metalli e laterizi e il primo papiro letterario che si conosca (dalle condizioni alquanto precarie) è di un poeta elegiaco dell’età di Cesare, Cornelio Gallo: per il periodo precedente nulla. Qualcosa si può ricostruire attraverso le fonti letterarie: un personaggio del Satyricon di Petronio afferma, ad esempio, di saper leggere le lettere capitali e la notissima esclamazione, tra lo stupefatto e il divertito, che descrive il messaggio d’amore tra il giovane Calidoro e la meretrice Fenicio (scritto su tavolette cerate) nello Pseudolus di Plauto – “Per Ercole! Le galline hanno forse le mani? Una gallina, infatti, ha scritto queste lettere” – ha permesso d’ipotizzare l’uso della scrittura corsiva tra i ceti popolari del II secolo a. C. Con l’età imperiale abbiamo un maggior numero di documenti e più informazioni. Sostanzialmente si puo’ dire che, fino a tutto il II secolo d. C. i Romani conobbero soltanto la scrittura maiuscola, derivata direttamente dalla scrittura greca e mutata lentamente attraverso i secoli, e che nel corso del III secolo maturò il processo di trasformazione che portò alla formazione della minuscola. Da allora i due sistemi convissero e portarono alla formazione dei tipi grafici che caratterizzarono tutta la produzione del tardoantico e del primissimo medioevo: onciale e semionciale in campo librario, corsiva nuova in campo usuale, epistolare e documentario.

Come si differenziava la scrittura epigrafica?
Nel frattempo la stessa scrittura epigrafica era evoluta: già nel I secolo a. C. la capitale arcaica era divenuta più elegante e ordinata, caratterizzata dalla presenza regolare di apici ornamentali, e, dall’inizio del principato, si giunse a una divaricazione tra una capitale “monumentale” o “quadrata” da una parte (per le iscrizioni marmoree di carattere votivo, onorario e sepolcrale, i cui esempi più eleganti sono probabilmente l’epigrafe posta sul basamento della colonna Traiana a Roma e quella della tomba di Galla Placidia sulla via Appia) e una “actuaria” dall’altra per la pubblicazione di documenti pubblici incisi per lo più su lamine di bronzo, la stessa che si ritrova nelle affiches (manifesti) elettorali effettuati con tecnica a pennellessa sui muri di Pompei.

A quale fenomeno ci si riferisce con l’espressione “particolarismo grafico”?
Alla metà del secolo scorso Giorgio Cencetti coniò quest’espressione appositamente (e unicamente) per la scrittura latina. Essa  sta a indicare quanto accadde con la rottura dell’unitarietà che aveva caratterizzato tutto l’Impero romano dall’età di Diocleziano fino almeno alla guerra greco-gotica voluta da Giustiniano, un mondo in cui gli scriventi in lingua latina di tutte le regioni e di ogni strato sociale usavano la medesima scrittura, articolata in maiuscola e minuscola e basata sull’insegnamento di un modello unico, che poteva esistere grazie a un efficiente sistema d’insegnamento finanziato dallo Stato e articolato su più livelli, da quello elementare su su fino alle scuole di grammatica e di retorica. Quando tutto ciò venne meno, si aprì un periodo di sostanziale isolamento dei vari centri di produzione libraria e documentaria, con la conseguente nascita di tipi locali (che arrivano a configurarsi in alcuni casi come vere e proprie scritture nazionali) le quali privilegiarono di volta in volta modelli librari (onciale e semionciale) o usuali (corsiva) interpretandoli in una chiave nuova.

Quale importanza storica riveste la scrittura carolina?
La carolina, indipendentemente dall’effettivo ruolo che nella sua affermazione esercitò Carlo Magno da cui prende il nome, fu certamente la scrittura della ritrovata unità sotto gli imperatori carolingi, proprio dopo il periodo del particolarismo. Per lungo tempo si è visto nella carolina soprattutto l’antesignano dei nostri caratteri a stampa attraverso la riscoperta che di quella scrittura ne avevano fatto gli umanisti all’inizio del Quattrocento. In realtà la minuscola che nasce intorno alla corte di Aquisgrana tra la fine dell’VIII e l’inizio del IX secolo ha acquistato sempre più negli ultimi tempi le caratteristiche di strumento fondante di quelle “ambizioni unitarie” che caratterizzarono il progetto politico portato avanti da Carlo e da suo figlio Ludovico il Pio, e trova le sue “pre-condizioni” in un rinnovato interesse per la grammatica e per una crescente attenzione per la copia dei libri, in particolare quando questi sono la Parola di Dio e i testi della preghiera cristiana: la Bibbia, il Vangelo, il Salterio, il Messale.

Quali innovazioni introdusse nella pratica scrittoria l’umanesimo?
Con l’affermarsi delle Università nel XII secolo, la carolina si mutò in qualcosa di profondamente diverso, tale da rispondere a nuove esigenze di studio e di organizzazione del pensiero. La chiave “funzionale” è la scoperta forse più importante nella storia della scrittura del tardo medioevo: si scrive, e si organizza la disposizione del testo sulla pagina, in funzione di un insegnamento (e di una ricerca) che nel mondo dei magistri universitari è del tutto nuovo rispetto a quello delle scuole monastiche. Il nuovo metodo della dialettica, che si apre in Francia con il sic et nos di Pietro Abelardo, ha bisogno di libri in cui sia contenuta un’enorme quantità di testo organizzato per quaestiones e all’interno del quale deve essere massima la “reperibilità” di un passo o di un’auctoritas. Perciò la scrittura diventa ipercompressa e ipercompendiata (al punto che ora quasi ogni parola è abbreviata), di difficile lettura a un primo approccio, ma estremamente adatta a un’organizzazione del pensiero che continuamente divide gli argomenti e per ciascuno di essi apporta nuove prove a favore e non; naturalmente a tutto discapito della leggibilità e della godibilità del testo. La rivoluzione degli umanisti poggia esattamente sull’opposizione a questo principio ed è incarnata prima di tutti da Francesco Petrarca: è necessario tornare a una scrittura chiara e leggibile, che non abbia più quale elemento di base blocchetti di lettere costituenti le unità logiche minime in cui si articola il pensiero scolastico, bensì la singola “lettera” con tutta la sua inconfondibile portata semantica. Si arrivò così alla costruzione di una pagina in cui le lettere e le parole sono finalmente separate da spazi di grandezza costante, sono evitate quanto possibile le abbreviazioni e c’è maggior cura per l’ortografia. Naturalmente, così come avviene per gli altri periodi della storia della scrittura, va tenuto conto del contesto in cui tutto ciò accade: il rinnovato interesse per i classici, la marcata attenzione di ambienti non scolastici per una letteratura che non è soltanto filosofica, teologica o scientifica, il desiderio di tornare a percorrere il cammino degli antichi che porta alla riscoperta della scrittura epigrafica monumentale d’età imperiale, il rinnovato interesse per il greco e via dicendo.

Lei ha ricoperto per cinque anni l’incarico di Vice Prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano: quali particolarità presenta la littera sancti Petri? Quali tesori paleografici conserva l’Archivio Segreto Vaticano?
Per quanto riguarda le ultime domande, mi limito a dire che la littera sancti Petri (o bollatica), cioè la scrittura con cui furono scritti i documenti della cancelleria pontificia in età moderna, pur avendo coperto una parabola cronologica alquanto ampia (dalla fine del secolo XV all’inizio del XIX) costituisce in un certo modo quasi un “ramo secco”, non particolarmente significativo nell’evoluzione della storia della scrittura latina. Nel corso del Settecento divenne del tutto illeggibile, al punto che quei documenti dovevano uscire dalla cancelleria accompagnati da una trascrizione in communi Latino charactere. Per quanto riguarda l’eventuale presenza di documenti autorevoli per la nostra storia, l’Archivio Segreto Vaticano non è tra le istituzioni più significative, tanto più che alcuni reperti di qualche importanza che si conservavano sino all’inizio del Novecento (ad esempio alcuni antichi privilegi pontifici vergati in “curiale”, la scrittura usata per i privilegi solenni dalla fine dell’VIII secolo all’XI) sono passati alla vicina Biblioteca Apostolica a causa di una politica di cessioni non troppo sapiente che ha caratterizzato le due istituzioni nella prima metà del secolo scorso.