La scoperta dell’ambiente. Una rivoluzione culturale, Stefano NesporAvv. Stefano Nespor, Lei è autore del libro La scoperta dell’ambiente. Una rivoluzione culturale edito da Laterza, in cui traccia, attraverso i libri che ne hanno segnato i momenti fondamentali, la storia dell’ambientalismo: a quando si può far risalire la nascita del movimento ambientalista a livello globale?
Due date sono generalmente utilizzate per segnare la nascita del movimento ambientalista. La prima è il 1962, data della pubblicazione di Primavera silenziosa che diviene in brevissimo tempo un bestseller internazionale. La seconda, con carattere più istituzionale, è il 1972, quando si svolge a Stoccolma la prima conferenza mondiale su ambiente e sviluppo.

Possiamo dire che tra queste due date comincia la storia dell’ambientalismo, dapprima negli Stati Uniti, poi, in brevissimo tempo, a livello globale.

Nel 1971 esce un altro libro che avrà un’enorme influenza in Europa e in Italia: The Closing Circle del 1971, dove Barry Commoner enuncia le quattro leggi dell’ecologia:

– Tutto è connesso con tutto. Ogni specie vivente è collegata con molte altre.

– Ogni cosa deve finire da qualche parte. In ogni sistema naturale, ciò che viene eliminato da un organismo, come rifiuto, viene utilizzato da un altro come cibo. Niente scompare.

– La natura sa sempre che cosa è meglio. L’innovazione tecnologica può creare miglioramenti, ma è probabile che produca anche danni alla natura nel suo insieme.

– Non ci sono pasti gratis. Lo sfruttamento della natura porta sempre a trasformare risorse naturali in rifiuti.

Giorgio Nebbia, uno dei padri dell’ambientalismo italiano, ricorda che fra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta l’opinione pubblica e i mezzi di comunicazione dei paesi ricchi scoprono l’ecologia. Non bisogna dimenticare infatti che l’ambientalismo resta un fenomeno che riguardava solo una piccola parte della popolazione mondiale e meno di un terzo dei circa 130 Stati che componevano allora la comunità internazionale: i paesi ricchi, dove vigevano sistemi di democrazia liberale.

L’ambientalismo deve il suo successo anche al fatto di essersi proposto come un fenomeno trasversale rispetto alle ideologie politiche dominanti: è sostenuto dai movimenti di protesta e di contestazione, da movimenti religiosi (nel 1970 un gruppo di teologi protestanti lancia il movimento divenuto noto come Teologia della sopravvivenza) e da gruppi più conservatori, come i proprietari delle aree suburbane che vedono minacciato il loro modo di vita dall’espansione industriale e urbana. Il carattere trasversale dell’ambientalismo è colto da Richard Nixon, un presidente non particolarmente sensibile a questi temi, che nel gennaio del 1970 proclama gli anni Settanta «il decennio dell’ambiente».

Il successo dell’ambientalismo a livello globale non può essere disgiunto dall’affermarsi delle organizzazioni ambientaliste che operano a livello internazionale (le NGO).

Nel 1969 è costituito Friends of the Earth, inizialmente con l’obiettivo di opporsi all’espansione dell’energia nucleare che nel 1971 si trasforma in Friends of the Earth International con rappresentanti di Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Svezia e assume finalità più generali di tutela dell’ambiente e dei diritti umani collegati all’ambiente.

Nello stesso 1971 un piccolo gruppo di oppositori degli esperimenti nucleari fonda Greenpeace a Vancouver in Canada. Come dirà uno dei fondatori, «Greenpeace è il nome migliore per congiungere i due importanti temi del nostro tempo, la protezione del nostro ambiente e la pace nel mondo». Oggi Greenpeace è un’organizzazione internazionale con sedi in oltre 40 Stati e più di tre milioni di sostenitori. Precisa nel suo sito: «Non siamo rivoluzionari. Siamo dei conservazionisti, vogliamo conservare l’ambiente per i nostri figli e le generazioni future».

Ancora nel 1971 il WWF italiano lancia la campagna per la protezione del lupo, la prima campagna strettamente ambientalista nel nostro paese che coinvolge molti militanti.

Il sorgere del movimento si vede in Italia anche a livello istituzionale. Nel 1970 c’era una sola cattedra di Ecologia agraria, a Perugia, oltre a pochi incarichi di insegnamento. Ma cinque anni dopo c’erano già 13 cattedre di discipline “ecologiche”, con varie denominazioni: Ecologia, Ecologia agraria, Ecologia umana, Ecologia vegetale, Ecologia animale, Ecologia ed etologia animale, Selvicoltura, Ecologia e selvicoltura generale, Zoogeografia ed ecologia animale.

Cosa ha significato Primavera silenziosa di Rachel Carson per questa nuova visione del mondo?
Primavera silenziosa è stato un libro dirompente che ha diffuso nell’opinione pubblica un diverso modo di guardare la realtà. Infatti fino all’inizio degli anni Sessanta l’ambiente non è altro che un contenitore di materie prime da utilizzare e trasformare: il GATT, stipulato nel 1947 tra i paesi ricchi per disciplinare il commercio internazionale (sostituito molti anni dopo dall’Organizzazione mondiale del commercio), ha come obiettivo il «completo sfruttamento delle risorse mondiali». In quegli anni il blocco dei paesi a economia di mercato, guidato dagli Stati Uniti, e il blocco dei paesi socialisti, guidato dall’Unione Sovietica, progettano – ciascuno per conto proprio e in contrapposizione all’altro – la nuova politica economica mondiale. Lo sviluppo economico e industriale assume un ruolo dominante per entrambi. Non c’è posto per una politica dell’ambiente. In entrambi il degrado ambientale era considerato come l’inevitabile prezzo da pagare per garantire la crescita economica. Gli anni Sessanta sono infatti qualificati dalle Nazioni Unite come «la decade dello sviluppo»: saranno invece caratterizzati dal disgregarsi del mito dello sviluppo.

È questo il contesto nel quale appare Primavera silenziosa, scritto da una solitaria biologa che espone concetti scientifici in termini semplici e comprensibili da tutti. Nel frontespizio riporta una frase del medico, musicista e filosofo Albert Schweitzer, premio Nobel per la pace nel 1952: «L’uomo ha perso la capacità di prevedere e prevenire, finirà per distruggere la Terra». Il lettore è posto di fronte a un pericolo, l’inquinamento del suolo e dell’acqua provocato dal DDT e dagli altri pesticidi chimici, fino a quel momento ignorato e alle responsabilità dell’uomo e dell’industria chimica nel danneggiare l’ambiente. Nell’estate del 1962 – quando appaiono i primi capitoli sul «New Yorker» – esplode un dibattito che tocca non solo il ruolo dell’industria chimica ma coinvolge, più in generale, la responsabilità della scienza e i limiti del progresso tecnologico.

Quali tappe hanno portato alla maturazione della coscienza ambientalista contemporanea?
Nel mio libro ho posto come tappe della storia dell’ambientalismo cinque libri che, a mio giudizio, hanno costruito l’ambientalismo come è oggi, raccogliendo e interpretando dati, problemi, preoccupazioni e aspirazioni della realtà del loro tempo e, nello stesso tempo, imprimendo una svolta, introducendo nuovi elementi e nuove prospettive. Non è quindi una storia oggettiva (ammesso che questo sia possibile), ma una storia organizzata intorno a cinque eventi che mi sono sembrati particolarmente significativi. Mi sembra interessante rilevare che solo uno di questi libri, Il nostro comune futuro, è il prodotto di un’iniziativa ufficiale assunta da un organismo internazionale, le Nazioni Unite. Gli altri provengono da singoli autori, o, in un caso, da un gruppo di ricerca finanziato da un club privato. L’ambientalismo, in questa ricostruzione, è quindi un movimento costruito prevalentemente dall’iniziativa di individui o gruppi privati.

Naturalmente, si può costruire una storia dell’ambientalismo, come di ogni altro movimento, con modi e tappe diverse. Si possono per esempio prendere come riferimento le iniziative poste in essere dagli organismi internazionali, tra le quali spiccano le tre grandi conferenze internazionali, Stoccolma nel 1972, Rio de Janeiro nel 1992, Johannesburg nel 2002 e poi i trattati con i quali si è cercato di affrontare i problemi posti all’ambiente, il Trattato di Ginevra sulle piogge acide, la Convenzione di Vienna e il Protocollo di Montreal sulla protezione della fascia d’ozono, la Convenzione di Rio e il Protocollo di Kyoto sul cambiamento climatico.

Come è avvenuta la presa di coscienza dei limiti della crescita economica e demografica e della necessità di un modello di sviluppo sostenibile?
L’individuazione delle cause della distruzione dell’ambiente caratterizza le origini della storia dell’ambientalismo. Anzi, ho spesso affermato che non ci può fare una storia dell’ambientalismo senza fare anche una storia dello sviluppo economico e delle sue modalità.

All’inizio degli anni Settanta lo scontro tra paesi ricchi, per i quali la principale causa della distruzione dell’ambiente è la sovrappopolazione dei paesi poveri, e questi ultimi, per i quali la causa del degrado ambientale lo sfruttamento delle risorse naturali per soddisfare le incolmabili esigenze di consumo dei paesi ricchi, è provvisoriamente ricomposto dalla Conferenza di Stoccolma. Quasi contemporaneamente, I limiti dello sviluppo pone per la prima volta sotto gli occhi di tutti l’impossibilità di una crescita indefinita se non si pongono sotto controllo le modalità dello sviluppo e la crescita della popolazione.

Ma, rispetto all’aumento della popolazione mondiale con il conseguente pericolo di insufficienza della produzione alimentare, un effetto ben maggiore, soprattutto nell’opinione pubblica dei paesi ricchi, è provocato dalla questione del prossimo esaurimento delle risorse naturali a seguito del progredire e dell’estendersi dell’industrializzazione. La pubblicazione del rapporto e l’annuncio della possibilità di un collasso economico e ambientale in un futuro non lontano, sorretto (spesso in modo improprio) da calcoli, grafici e simulazioni operate con i computer del MIT, rappresentano un fulmine a ciel sereno anche perché il rapporto non è destinato solo agli addetti ai lavori: esso, pur trattando aspetti scientifici per lo più ignoti all’opinione pubblica, è di agevole comprensione per chiunque sia dotato di una normale istruzione.

Ci vorranno molti anni perché queste conflittuali visioni siano ricomposte con la soluzione dello sviluppo sostenibile, sostenuta dal terzo dei libri che ho selezionato per la mia storia, il primo prodotto da un organismo ufficiale, la Commissione Bruntdland.

Con una Una scomoda verità abbiamo raggiunto la consapevolezza del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici: come sono cambiate le nostre abitudini da allora?
La consapevolezza del cambiamento climatico è ancora molto limitata, anche se si va estendendo. Ma è molto difficile rinunciare a abitudini e livelli di benessere acquisiti e solidificati nel corso del tempo per fronteggiare un rischio lontano nel tempo i cui effetti restano incerti. Del resto, proprio il disastro economico e sociale provocato dall’epidemia presente dimostra che qualsiasi progetto di decrescita, l’abbandono del growthism, come è stato chiamato, non è né semplice né, soprattutto, indolore. E chi ne fa le spese sono i più deboli e i più poveri.

Molti vedono il problema centrale negli Stati Uniti dove molti esponenti del governo federale propugnano il negazionismo climatico, anche se queste posizioni sono attenuate dalle centinaia di iniziative poste in essere dagli stati e dalle città (spesso con una partecipazione maggiore di quanto non accade in Europa).

Il vero nodo è però dato dai paesi poveri ai quali è assai difficile imporre di abbandonare quel percorso verso il benessere che i paesi ricchi hanno compiuto e rinunciare a prendere posto al banchetto dove si consumano le risorse mondiali, prima riservato a pochi ospiti, mentre gli altri stavano a guardare dall’uscio. 

Oggi, il testimone dell’ambientalismo è stato raccolto da Greta Thunberg: di quale importanza ritiene la sua battaglia?
Oggi, i giovani si battono in tutto il mondo, non solo nei paesi ricchi, per far sì che i governi adottino misure per controllare il cambiamento climatico. sono loro infatti che risentiranno le conseguenze delle scelte presenti. L’iniziativa e la fiducia della gente sono determinanti per la difesa e la conservazione dell’ambiente: lo ha compreso la Commissione Brundtland che ha indicato la necessità di concepire un futuro comune per affrontare i gravi problemi che si stavano già allora prospettando, lo ha ribadito Elinor Ostrom con il quarto libro che ho preso in considerazione, che ha posto la partecipazione di tutti coloro che sono interessati alla conservazione di un bene comune come condizione per la sua sopravvivenza. Greta Thunberg è l’espressione attuale di questa presa di coscienza.

Stefano Nespor, avvocato e giornalista pubblicista, è stato magistrato dal 1974 al 1977. Dimessosi, ha iniziato l’attività professionale in Milano, occupandosi prevalentemente di diritto dell’ambiente, diritto amministrativo, diritto del lavoro. È cofondatore della Rivista giuridica dell’ambiente, che tuttora dirige. È docente presso la Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio della Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. Ha partecipato quale docente a Master organizzati dall’Università di Milano, dal Politecnico di Milano e dalle Università di Bergamo e Siena.

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