Avv. Luca Simonetti, Lei è autore del libro La scienza in tribunale. Dai vaccini agli OGM, da Di Bella al terremoto dell’Aquila: una storia italiana di orrori legali e giudiziari edito da Fandango Libri: quali rischi si corrono quando i tribunali e il Parlamento si occupano di scienza?
La scienza in tribunale. Dai vaccini agli OGM, da Di Bella al terremoto dell’Aquila: una storia italiana di orrori legali e giudiziari, Luca SimonettiPremesso che la situazione del diritto in Italia, in tutti i campi (dalla creazione del diritto alla sua applicazione in via amministrativa o giudiziaria), è grave e non da oggi, quando il diritto incrocia la scienza il rischio è che entrambi mostrino il peggio di sé. E così succede che si inventino dei capri espiatori, cioè si condannino degli innocenti (come è successo per i vaccini e per il terremoto dell’Aquila, come si è rischiato che accadesse per Ilaria Capua e come si rischia tuttora che avvenga per Xylella); che si presti fede e si regalino risorse a dei ciarlatani (come è successo nei casi Di Bella e Stamina); che si distorca il diritto comunitario e si contraddicano i risultati della ricerca scientifica per perseguire fini politici deteriori (come è successo con gli Ogm o, di nuovo, con Xylella).

I giudici, i legislatori, gli amministratori sono uomini come tutti noi, e non solo quindi possono sbagliare (come sbagliamo tutti), ma mostrano le stesse lacune, gli stessi pregiudizi, la stessa ignoranza di noialtri quando si tratta di affrontare il mondo della scienza. Ma la differenza, ovviamente, è che in un settore così cruciale dovrebbero esistere dei meccanismi per garantire che, quando il diritto incrocia questioni scientifiche, si prendano decisioni solo se scientificamente fondate: è, perciò, tanto più allarmante che questo spesso non avvenga.

Nel Suo libro Lei scrive che il caso Di Bella è «l’esempio di scuola del ciarlatanismo contemporaneo»: come mai?
Di rado in tempi recenti si è dato un caso di ciarlatanismo così vistoso: la rivendicazione di un segreto terapeutico in polemica con la medicina “ufficiale” (come se un singolo professionista, isolato e nemmeno specialista di quel dato settore, potesse fare scoperte precluse a gruppi di studiosi specializzatissimi, forniti di mezzi abbondanti e in comunicazione continua fra loro), la pretesa che i metodi della medicina scientifica moderna siano inutili e possano essere sostituiti dal “fiuto” del medico o da una velleitaria “medicina del caso singolo”, il rodomontesco vanto di innumerevoli successi senza, però, la capacità di dimostrarli, l’anti-intellettualismo (non lo studio e gli esperimenti ma la “pratica” porta alle scoperte), la ricerca del favore del pubblico – c’è insomma tutto l’armamentario del ciarlatano classico. Però nel caso Di Bella (e poi anche in quello di Stamina) c’è anche una novità di grande portata: l’intervento di media e forze politiche che, con un fuorviante richiamo al diritto alla salute e alla “libertà di cura”, riescono a costringere le istituzioni democratiche ad assecondare una pretesa “cura” sprovvista di qualsiasi dignità scientifica, a spese del contribuente. Questa è una peculiarità tutta nuova e tutta italiana, ed è nata proprio con il medico modenese.

Quando e come nasce la teoria della relazione causale tra vaccinazioni e autismo?
La teoria in questione nasce con un articolo pubblicato dal dott. Andrew Wakefield e altri sulla prestigiosa rivista medica The Lancet nel 1998, che suggeriva un legame causale fra la vaccinazione trivalente e alcune malattie connesse a loro volta all’autismo. Successivamente si è scoperto che l’articolo presentava gravissimi difetti (per dirne solo alcuni: si basava su soli 12 soggetti; di questi, solo uno aveva una chiara diagnosi di autismo; 5 di essi avevano manifestato i sintomi  prima della vaccinazione, non dopo; e tutti e 12 erano figli di persone che si erano rivolte ad avvocati per ottenere risarcimenti dalle cause farmaceutiche) e ancora più tardi è emerso che Wakefield aveva ricevuto grosse somme di denaro dai legali che avevano agito in giudizio contro le cause farmaceutiche sulla base proprio del preteso nesso di causalità vaccini/autismo, nonché il fatto che Wakefield aveva, prima dell’articolo, brevettato un metodo di somministrazione monodose dei vaccini (a differenza del vaccino trivalente che, come dice il nome, consiste nella inoculazione contemporanea di tre vaccini): così da un lato i coautori ritirarono la firma e The Lancet ritirò l’articolo, e dall’altro lato Wakefield venne radiato dall’ordine dei medici inglese. Vi sono stati poi numerosissimi studi che hanno dimostrato l’assenza di ogni collegamento tra autismo e vaccinazioni (i rarissimi casi di danni da vaccinazione, che pure esistono, non sono casi di autismo).

Questo è un esempio da manuale di come la pseudoscienza attecchisca quando esiste un terreno favorevole (dato in parte dalla scomparsa o quasi scomparsa delle malattie contro cui sono stati inventati e praticati i vaccini di massa, e in parte dalla diffidenza della gente per le società farmaceutiche e per le autorità di vigilanza sanitaria) e di come le smentite, per quanto autorevoli e unanimi, abbiano una scarsa efficacia contro queste credenze, che si autoalimentano e ignorano ogni confutazione razionale.

D’altronde è vero che le credenze antivacciniste sono poco diffuse in Italia. Tuttavia, è bene non abbassare la guardia perché è sufficiente anche un numero ridotto di persone che rifiutano le vaccinazioni per ridurre l’immunità di gregge e mettere a rischio tutti quanti, come prova la crescita dei casi di morbillo che hanno indotto di recente il Governo a introdurre nuovi obblighi vaccinali.

Per questo è allarmante che tante sentenze italiane (di cui tratto nel libro) abbiano affermato l’esistenza di un nesso causale tra vaccini e autismo. In questi casi è importante ricordare che le sentenze non stabiliscono la “verità”, ma si limitano a risolvere una controversia: a volte lo fanno a ragion veduta, altre volte (ed è il caso di queste sentenze) no. La verità la stabilisce la scienza, non il tribunale.

Facciamo chiarezza sul caso Xylella.
Si tratta di un caso scoppiato nel 2013, quando sul territorio della provincia di Lecce si scopre la presenza di una malattia degli olivi associata con un temibile patogeno, Xylella fastidiosa. Si sospetta che il patogeno sia giunto in Puglia attraverso partite di piante infette dal Sudamerica. La Commissione UE dispone una serie di misure (successivamente inasprite) che prevedono la creazione di una “zona-cuscinetto” intorno al focolaio, entro la quale devono essere abbattuti tutti gli olivi, infetti o no. L’Italia, magari un po’ lentamente, si adopera per rispettare le prescrizioni comunitarie e nomina un Commissario (Silletti) per realizzare gli interventi necessari. A questo punto interviene la magistratura: prima il TAR delle Puglie blocca a più riprese gli ordini di abbattimento, ma viene in ultimo sconfessato dalla Corte di Giustizia UE che stabilisce (al principio del 2016) che le misure adottate dalla Commissione sono corrette e adeguate alla gravità del rischio di infezione. Poi, nel dicembre 2015, interviene la Procura di Lecce con un sequestro di tutti gli olivi già destinatari degli ordini di abbattimento; è un sequestro accessorio a un procedimento penale a carico di svariati soggetti – scienziati e funzionari – per diversi reati (falsità in atti, diffusione di malattie infettive, deturpamento e inquinamento dell’ambiente). Mediante questo sequestro, si rendeva impossibile abbattere gli alberi come previsto dal piano dell’UE, e così si rendeva impossibile anche impedire la diffusione dell’infezione da Xylella. Successivamente (nel luglio 2016) il sequestro è stato revocato, mentre il procedimento penale va ancora avanti a carico di alcuni degli imputati originali (gli altri sono stati scagionati): ma ormai il danno è fatto perché l’infezione si è estesa ben oltre il focolaio originario e così l’Italia si trova a dover abbattere molti più olivi di quanto sarebbe stato necessario a suo tempo, e a dover fronteggiare ingenti richieste di danni nonché le sanzioni UE per la mancata ottemperanza alle sue prescrizioni.

La cosa interessante è che l’intervento della Procura di Lecce si basava su due ordini di considerazioni, uno diciamo così scientifico e l’altro giuridico. Quello scientifico consisteva nella teoria che la Xylella presente nel Salento non fosse stata importata dall’estero ma fosse autoctona e che, inoltre, la Xylella non fosse la causa della malattia degli ulivi, ma che quest’ultima fosse invece causata da altre pratiche, non meglio precisate (come l’impiego di erbicidi e fitofarmaci che avrebbero “indebolito” il “sistema immunitario” degli olivi).  Entrambe queste teorie sono state immediatamente sconfessate dalla principale Agenzia tecnica europea del settore, l’EFSA, nonché da numerosi articoli di diversi esperti italiani (aggiungiamo, al riguardo, che la Procura ha verosimilmente equivocato anche le conclusioni a cui erano giunti i propri periti) e sono oggi completamente abbandonate.

Quello giuridico consisteva nella pretesa di sottoporre il giudizio di opportunità tecnico-politica, che nella fattispecie toccava alla Commissione UE e in subordine al Governo italiano, ad una sorta di “controllo” da parte del giudice ordinario, che ne dovrebbe sindacare i presupposti, l’efficacia e l’opportunità (ad esempio, nel decreto di sequestro la Procura accenna perfino alla necessità di seguire un determinato modello agricolo di suo gradimento). Ma sono tutte cose contrarie alla Costituzione: nel nostro ordinamento, le decisioni amministrative/tecniche/politiche vengono prese dall’amministrazione, che entro certi limiti è soggetta al controllo del giudice amministrativo, mentre il giudice ordinario non può farlo; e, in particolare, il giudice penale deve limitarsi a perseguire i reati, mentre non può contestare le decisioni prese dall’Esecutivo.

Lei dedica l’intera seconda parte del Suo libro al processo dell’Aquila in relazione alle morti e ai danni causati dal terremoto dell’aprile 2009: perché è emblematico quello che è successo a L’Aquila?
Nel processo davanti al Tribunale penale dell’Aquila, diciamo così, tutto quel che poteva andare storto lo ha fatto. Ma più ancora della scienza, a venire maltrattato in quel processo è stato il diritto: e questo ne fa uno dei casi di studio più interessanti per capire cosa non va nel nostro sistema giudiziario. La sentenza di primo grado ha praticamente sbagliato su ogni elemento cruciale: se a riunirsi il 31 marzo 2009 fosse stata davvero la Commissione Grandi Rischi, chi avesse detto cosa, se la discussione quel giorno fosse stata esauriente o superficiale, se le dichiarazioni degli esperti quel giorno fossero state diffuse tra la popolazione e in che modo, se la gente e in particolare le vittime fossero o meno state influenzate da quelle dichiarazioni, eccetera. In tutto questo, ovviamente la sentenza è riuscita anche a fare affermazioni scientificamente infondate: ad esempio, sull’esistenza di fenomeni precursori dei terremoti, o sul modo in cui certe affermazioni possono essere recepite dalla gente in situazioni di stress (la famosa “legge di copertura” ideata dal consulente della Procura Ciccozzi). Le successive sentenze di appello e cassazione (che hanno assolto sei dei sette condannati in primo grado) hanno posto rimedio a buona parte di questi gravi errori, ma purtroppo non a tutti. Credo che la vicenda dell’Aquila rappresenti un impressionante esempio di quel che può accadere quando la giustizia, che spesso mena vanto della propria indipendenza dal potere politico, dimentica di mantenersi indipendente anche dall’opinione pubblica: del resto, il procuratore capo dell’Aquila, all’inizio del processo, non aveva dichiarato pubblicamente: “Speriamo di arrivare a un risultato conforme a quello che la gente si aspetta”?

Il pensiero di noi tutti corre ai vari casi di cronaca in cui la scienza ha pesato in maniera importante sul verdetto finale, come ad esempio nel caso di Massimo Bossetti: possiamo fidarci della scienza in tribunale?
Faremmo bene a non fidarci di nulla, ma soprattutto non dovremmo fidarci di ciò che conferma le nostre convinzioni o i nostri pregiudizi.
In conclusione, tengo a precisare che scienza e diritto non danno luogo ai “cortocircuiti” di cui parla il mio libro solo in tribunale: disastri possono accadere, e accadono, anche quando a occuparsi di scienza è il Parlamento o l’amministrazione. In molti casi, anzi, i giudici sono intervenuti proprio per cercare di risolvere i problemi causati altrove, a livello legislativo o esecutivo. Non vorrei, insomma, far credere che il mio sia un libro contro la magistratura. La magistratura italiana soffre di molti mali, del resto ben noti: ma ci sbaglieremmo se ne facessimo, a nostra volta, un capro espiatorio.