La scienza doppia del linguaggio. Dopo Chomsky, Saussure e Hjelmslev, Cosimo CaputoProf. Cosimo Caputo, Lei è autore del libro La scienza doppia del linguaggio. Dopo Chomsky, Saussure e Hjelmslev edito da Carocci.
In questo libro parlo di dualità, e segnatamente della dualità del linguaggio e della sua scienza sulla base di due linguisti fra i più fini e profondi del Novecento: Ferdinand de Saussure e Louis Hjelmslev, portando così avanti il discorso intrapreso nel mio Tra Saussure e Hjelmslev (Carocci 2015).

La dualità è il tratto caratteristico di questi due grandi linguisti: il loro sguardo ci segue come guida nel tentativo di “guardare di nuovo” alla semiotica, in un momento, come quello attuale, in cui si avverte un’erosione disciplinare, o, ancora, una sua riduzione a mero esercizio applicativo, a “pratica tecnica” senza pensiero generale, mentre ritorna l’accusa di «risultati pratici molto modesti». Bisognosa «di credere di poter interpretare qualsiasi pratica linguistica», la semiotica ha «finito per interpretare solo se stessa», come ha scritto Aldo Grasso in una polemica con Tiziana Migliore sul “Corriere della sera-La Lettura” (4,12 dicembre 2018; http://corriere.it/lalettura).

Si tratta di proseguire la ricerca della semiotica, o della scienza del linguaggio ripartendo da Saussure dopo la “vulgata” e la  moda strutturalista, che ne hanno fatto il capofila di una linguistica incentrata esclusivamente sulla langue, e «Chomsky» (uso le virgolette per indicare anche un campo di ricerche che derivano dal pensiero del linguista americano, a lui non direttamente attribuibili, e che spesso ne rappresentano una versione vulgata); “ri-guardare” al suo “spirito scientifico” che si sviluppa e approfondisce nella glossematica hjelmsleviana; il che comporta un “ri-orientare” o un “ri-pensare” la linguistica e la semiotica.

La dualità della scienza del linguaggio saussuro-hjelmsleviana è scandita dalla doppia articolazione in forma e sostanza, sistema e processo, principio empirico e principio di partecipazione, topologia e fenomenologia, semiologia e semiotica sul piano epistemologico; significante/significato o espressione/contenuto, rapporti di confronto fra simili e rapporti di scambio fra dissimili nella sua espansione semiotica; linguistica generale/linguistica comparata, o semiologia/etimologia sul piano della linguistica delle lingue verbali o storico-naturali, opposizione che ha in Ferdinand de Saussure e Rasmus C. Rask le sue fonti autoriali.

Una dualità che non è una mera somma aritmetica (uno più uno uguale due) ma un uno formato da due, dunque una scienza morfologicamente doppia, che rinuncia ad ogni prospettiva unilaterale sul linguaggio, che predilige la dialettica aperta, la dialogica, dato che invece di impossibili sintesi è fatta di tensioni fra opposte polarità. Una scienza con precise basi epistemologiche, formale ma non formalista, che studia i sistemi e i processi di significazione, e i significati in quanto articolazioni formali del senso, nella quale il principio di formalità, o di organizzazione, si coniuga con il principio di empiricità, o di sostanzialità o fenomenologicità.

Questo è un filo teorico che tiene insieme Saussure e Hjelmslev e arriva fino a Umberto Eco, passando per le vicende della linguistica italiana del Novecento nei suoi rapporti con il Corso saussuriano e lo Strutturalismo.
Si profila una linguistica (e una epistemologia) di natura semiotica e una semiotica intrinseca alla vita del linguaggio e delle lingue, che in due miei libri precedenti, Hjelmslev e la semiotica (Carocci 2010, 1a rist. 2018) e Tra Saussure e Hjelmslev (Carocci 2015, 1a rist. 2016) ho chiamato semiotica glossematica.

In che modo Eco si è fatto lettore di Hjelmslev? 
Il dialogo di Umberto Eco con Hjelmslev va visto nell’ambito del suo incontro con lo Strutturalismo sin dagli esordi della sua riflessione semiotica, come emerge soprattutto nella sezione D della Struttura assente (1968). È qui che Eco auspica la dissoluzione dell’idea di una Struttura Ultima e Ipostatizzata e del conseguente strutturalismo ontologico per sottolineare la natura ipotetica e operativa dell’idea di struttura e il conseguente strutturalismo metodologico.
Eco intravede nella glossematica hjelmsleviana un importante strumento teorico che gli consente di superare qualsiasi approccio sostanzialista e assumere invece una prospettiva relazionale e nominalista.

L’aspetto epistemologico-formale che prevale nella Struttura assente, in particolare – come dicevo – nella sezione D, viene ripensato e ri-orientato verso la sostanzialità nelle Forme del contenuto (1971), titolo di chiara ispirazione hjelmsleviana. E cavalcando l’accusa di imperialismo rivolta in quegli anni alla semiotica sostiene che se si deve fare una semiotica essa dovrà occuparsi anche dell’universo del contenuto. Il punto di partenza è costituito dalla quadripartizione hjelmsleviana del segno in “forma dell’espressione”, “forma del contenuto”, “sostanza dell’espressione” e “sostanza del contenuto”. È la stratificazione del linguaggio (o del sistema semiotico) delineata da Hjelmslev nel  suo omonimo saggio del 1954.
Tutto ciò non significa che Eco abbandona Peirce, l’altro grande punto fermo della sua semiotica interpretativa, ma che completa e rafforza Peirce con Hjelmslev.

Eco riguarda ancora al linguista danese in Kant e l’ornitorinco (1997), opera in cui l’Oggetto Dinamico di Peirce, quel Qualcosa che costituisce il «bagno amniotico» in cui si muove naturalmente il nostro pensiero e ci spinge a parlare o a produrre segni, diventa il terminus a quo della semiosi, problema – egli dice – che la semiotica strutturale non si è mai posto, con l’eccezione di Hjelmslev. Questi chiama “materia” o “senso” l’Oggetto Dinamico.

Come si sviluppa la ricerca della forma linguistica nella tradizione italiana?
La tradizione linguistica italiana vede nella lingua non un sistema chiuso ma un’istituzione aperta e mobile, e all’astratto sincronismo contrappone la connessione con la storia, la società, la cultura, la geografia: una tradizione di ricerca che rivendica l’attenzione al piano del contenuto, alla semantica, il ruolo della sostanza e della funzionalità accanto a quello della forma pura. Nel mio libro rivolgo l’attenzione principalmente alla riflessione linguistica di Antonino Pagliaro e Mario Lucidi.

Nel contesto frammentato degli studi linguistici nell’Italia del primo Novecento, Pagliaro, congiungendo il philologeîn e il philosopheîn, crea le condizioni nelle quali matura la traduzione italiana del Corso di linguistica generale di Ferdinand de Saussure ad opera di Tullio De Mauro.
Mentre fuori d’Italia le scuole linguistiche, sotto la denominazione di Circoli, sorgono in rapporto alla linguistica di Saussure, gli studi linguistici italiani sono “a-saussuriani” fino agli anni Sessanta.
Probabilmente il Fascismo, di fronte al quale i linguisti italiani non hanno un atteggiamento comune (Pagliaro vi aderisce apertamente), impedisce a una scuola linguistica italiana di venire alla luce.

Con il suo commento filologico-critico De Mauro risale alle ragioni teoriche di fondo della “svolta” saussuriana, liberandola dai travisamenti dello Strutturalismo. Dalla lezione di Saussure proviene, secondo De Mauro, un’idea di lingua profondamente radicata nelle strutture conoscitive umane e ancorata alle determinazioni temporali e sociali della comunicazione.

Se oggi Saussure significa di più di quanto significava prima lo si deve al contributo determinante del milieu linguistico romano e di Tullio De Mauro in particolare, al suo commento al Corso con cui ne ha corredato la traduzione italiana, che è ormai quasi impossibile scindere dal testo edito da Bally e Sechehaye.

La “ricerca della forma linguistica” in Italia si sviluppa ri-orientando molti temi della linguistica storico-comparativa nel modello strutturale senza nessun adattamento al conformismo delle mode e nessun cedimento al marketing scientifico, ma assumendo un atteggiamento aperto e critico verso tutte le posizioni teoriche, poiché la straordinaria complessità della materia linguistica richiede l’apporto di discipline diverse insieme alle competenze specifiche del linguista: «non di sola linguistica vive la conoscenza del linguaggio», come ha scritto proprio Tullio De Mauro.