Dott. Marco Fioravanti, Lei è autore del libro La schiavitù pubblicato da Ediesse: quali basi giuridiche ha avuto, nel corso della storia, la schiavitù?
La schiavitù, Marco FioravantiLa schiavitù, a partire dal diritto romano e greco, ha sempre trovato solide fondamenta giuridiche. Ma la costruzione teorica che ha permesso la legittimazione di tale istituzione procede oltre le singole costruzioni legali e si basa anche su un apparato ideologico che rimanda a fonti religiose, filosofiche (soprattutto aristoteliche) ed economiche. Tuttavia non vanno confuse e sovrapposte le varie epoche e i diversi contesti. Secondo lo storico Moses I. Finley, sebbene lo sfruttamento degli schiavi sia un fenomeno comune a gran parte delle società antiche (dove lo schiavo era considerato come un mezzo economico), solo cinque possono considerarsi autentiche società schiaviste: il mondo ellenico e quello romano, per quanto riguarda le civiltà antiche, mentre nel Nuovo mondo gli Stati Uniti, i Caraibi e il Brasile. Le “società schiaviste” si differenziano dalle cosiddette “società con schiavi” in quanto nel primo caso vi è un numero considerevole di schiavi (tra il 20 e il 30 per cento della popolazione) che lavora prevalentemente nella produzione agricola o estrattiva (contadini o minatori), mentre nel secondo caso il numero di schiavi è ridotto (4 o 5 per cento della popolazione) e il loro impiego consiste soprattutto nei servizi domestici.

 Quali differenze di ordine giuridico esistevano tra la schiavitù di epoca classica, le servitù medievali, la schiavitù mediterranea e la tratta di esseri umani del commercio atlantico?
La “schiavitù degli antichi”, in particolare nella realtà ellenica e nei domini di Roma, aveva come peculiarità l’assenza di una connotazione legata al colore della pelle o alle caratteristiche razziali, che qualificheranno invece la “schiavitù dei moderni”. In Grecia le teorie aristoteliche avevano stabilito la condizione di schiavitù legata alla natura umana: il greco, cittadino della polis, è libero per natura, mentre il barbaro appartiene a un’umanità inferiore. A Roma, grazie alla scienza giuridica, si elaborò la teoria più compiuta sulla schiavitù, che avrebbe influenzato la sua disciplina per tutta l’età moderna, e che faceva derivare la schiavitù dal diritto di guerra e dalla nascita (come, del resto, in altri ordinamenti dell’antichità classica).

L’esaurirsi, dopo Traiano (98-117 d.C.), delle guerre di conquista comportò che l’Impero dal II secolo d.C. si chiudesse nei propri confini. Successivamente la trasformazione del mondo antico dalla metà del IV secolo, la cristianizzazione dell’impero e il collasso della sua parte occidentale comportarono una considerevole diminuzione del numero di schiavi, ma non la loro scomparsa. Sebbene in passato si sia sostenuto che negli ultimi secoli dell’impero il cristianesimo e, in misura minore, lo stoicismo, contribuirono al declino della schiavitù, veicolando il messaggio dell’eguaglianza tra gli uomini e della necessità di liberare e affrancare gli schiavi ai fini della loro redenzione, oggi si tende a ridimensionare questa interpretazione a vantaggio di una semplice attenuazione, in questi secoli, degli aspetti più cruenti della schiavitù. Di grande importanza nella critica alla legittimità della schiavitù nell’antichità fu soprattutto il pensiero stoico. Con gli stoici avvenne un netto cambio di prospettiva rispetto alla concezione aristotelica, in quanto essi, tra i quali in particolare Lucio Anneo Seneca (4 a.C. – 65), sostennero che la condizione materiale degli schiavi non intaccava la loro natura umana.

Durante il medioevo, quando la schiavitù iniziò lentamente a mutarsi in altre forme di asservimento, rappresentate principalmente dalla servitù della gleba, la connotazione “bianca” rimase preponderante ma si affiancò alla presenza di schiavi mori islamici. Nel corso del medioevo la figura giuridica dello schiavo ereditata dal diritto romano mutò progressivamente verso forme diverse di dipendenza che si inserirono in una realtà sociale caratterizzata da una molteplicità di situazioni personali non facilmente riconducibili a precise fattispecie giuridiche (manentes, homines alterius, servi glebae).

Sebbene l’attività economica dell’Africa precoloniale dipendesse in misura considerevole dal lavoro servile, prima dell’inizio della tratta atlantica, la schiavitù nel “continente nero” rappresentava un fenomeno abbastanza poco rilevante, proprio come era avvenuto nell’Europa cristiana medievale. Viceversa, con l’inizio della tratta atlantica gli Europei delegarono il compito di reperimento su larga scala della manodopera servile agli Africani stessi, alimentando e stravolgendo il mercato locale, e, soprattutto, favorendo una rimozione di responsabilità.

Negli ultimi anni è stata riscoperta dalla storiografia l’importanza della schiavitù mediterranea, la quale era rimasta ai margini degli studi scientifici che si erano soffermati maggiormente su quella classica e atlantica. La schiavitù mediterranea, che si diffuse a partire dalla prima età moderna e che interessò tra i 7 e i 9 milioni di individui, era basata principalmente sulla guerra di corsa che avveniva tra il versante meridionale e quello settentrionale del Mediterraneo. La peculiarità della schiavitù mediterranea era sia la reciprocità, ovvero la cattura di schiavi cristiani da parte di musulmani e di islamici da parte delle potenze europee, sia la reversibilità, cioè la possibilità del riscatto. La schiavitù ha interessato anche altre civiltà e società diverse rispetto a quelle mediterranee, europee e atlantiche, come quelle precolombiane o asiatiche. Il commercio di schiavi interafricano e orientale coinvolse, rispettivamente, 14 e 17 milioni di esseri umani.

Secondo la storiografia più recente il fenomeno del commercio triangolare degli schiavi – che contribuì alla costituzione di un capitalismo transatlantico – coinvolse, dal XVI al XIX secolo, un numero di individui che oscillava tra i 12 e i 16 milioni, dei quali solo due terzi sopravvissero al cosiddetto passaggio di mezzo.

La schiavitù degli Africani in età moderna si fondava su un apparato normativo, basato su una molteplicità di fonti del diritto, spesso tra loro eterogenee, emanate sia dal legislatore metropolitano che dalle istituzioni coloniali, e su una complessa giurisprudenza. I testi principali di riferimento erano nel mondo coloniale francese principalmente il Code noir, in quello spagnolo i Códigos negros e in quello anglosassone numerosi Black Codes. Tuttavia per capire la condizione degli schiavi è necessario andare oltre le disposizioni dei testi legislativi, che ci dicono molto sulla schiavitù, ma rischiano di insegnarci poco sulla situazione reale delle popolazioni servili, e volgere lo sguardo, nei limiti concessi dalle poche fonti a disposizione, verso gli schiavi stessi, alle resistenze esercitate contro la segregazione subita e al loro ruolo nella formazione del mondo moderno.

Come veniva conciliata l’antropologia cristiana con la schiavitù?
Sarà con l’affermazione del cristianesimo che la schiavitù subì una prima grande contestazione a livello teorico, in quanto il messaggio evangelico agì nel veicolare il discorso dell’eguaglianza tra gli uomini e della difesa dei più deboli, con la conseguente istanza di libertà e di redenzione per gli schiavi. Tuttavia la Chiesa non sempre fu coerente nel rispettare questo principio. Sebbene il messaggio cristiano affermasse l’appartenenza di tutti gli uomini alla comunità di Dio, la Chiesa contribuì alla legittimazione della schiavitù facendo a lungo uso di essa e le sue tendenze all’egalitarismo non comportarono necessariamente una battaglia per l’emancipazione. Anzi, nell’esercizio del suo potere temporale, fu una delle grandi potenze schiavistiche del mondo antico in quanto proprietaria di ingenti masse di schiavi, utilizzate prevalentemente in Gallia e in Spagna, nonché per lo sfruttamento del latifondo siciliano. Inoltre la ripresa del commercio a lunga distanza, in seguito alle prime crociate verso la fine dell’XI secolo, comportò il coinvolgimento attivo dell’Europa cristiana nel traffico di persone provenienti dalla Palestina, dalla Siria, dal Mar Nero, dai Balcani.

Il ruolo della Chiesa, fin dalle sue origini, non è stato univoco e ha avuto nei confronti della schiavitù una certa ambivalenza: da un lato il cristianesimo aveva contribuito alla teorizzazione della libertà degli schiavi, dall’altro la Chiesa, già dal medioevo aveva partecipato alla legittimazione della schiavitù e successivamente, con l’età moderna, della tratta, confermata da alcuni provvedimenti. Ad esempio, Niccolò V con le bolle Dum diversas, il 18 giugno 1452 e Romanus pontifex, l’8 gennaio 1454, legittimava il re del Portogallo alla conquista e alla riduzione in schiavitù degli infedeli, mentre Paolo III con la bolla Sublimis Deus del giugno 1537 riconosceva l’umanità degli indios e ribadiva la necessità della loro redenzione.

Gli  schiavi avevano diritti?
Sebbene la condizione giuridica dello schiavo cambi da epoca storica e collocazione geografica, si può senz’altro definire la schiavitù, sia per il mondo classico così per l’età moderna, per “sottrazione” rispetto alla cittadinanza, ovvero la schiavo era caratterizzato per assenza di diritti. La sua condizione giuridica era speculare alla cittadinanza e si definiva «via via che si precisa[va] quella di cittadino», in quanto gli schiavi rappresentavano «soggetti-non-soggetti», «non-persone giuridiche», «non-nati», «uomini senza diritti», accomunati allo status dei banditi, dei pirati e dei folli, «uomini-frontiera» la cui appartenenza alla società dipendeva dalla mediazione del padrone.

Quali  nuove forme di schiavitù caratterizzano in maniera più subdola, ma non meno drammatica, la realtà contemporanea?
Sebbene la tratta e la schiavitù, siano state formalmente abolite in tutto il mondo (da ultimo dalla Mauritania nel 1980), assistiamo a numerose tipologie contemporanee di neo-razzismo e neo-schiavitù: commercio di esseri umani (soprattutto donne e minori), sfruttamento estremo dei lavoratori senza tutele e diritti, servitù per debiti, prostituzione e lavoro minorile, matrimoni forzati, detenzione amministrativa, carcerazione a connotazione razziale.

Le cifre fornite dalle organizzazioni internazionali sui “nuovi schiavi” sono tra loro molto differenti vista proprio la mancanza di una precisa definizione che caratterizzi la cosiddetta schiavitù contemporanea. Secondo l’Onu vi sarebbero nel mondo circa 30 milioni di schiavi, mentre altre fonti parlano di 27 milioni e il numero sale a 45 milioni in base ai calcoli del Global Slavery Index del 2016. In base alle cifre fornite dall’Oil (Organizzazione internazionale del lavoro), oggi il lavoro forzato o “schiavitù effettiva”, riguarderebbe 21 milioni di persone (11 milioni e mezzo di donne e 9 milioni e mezzo di uomini), di cui 1 milione e mezzo nei paesi occidentali. Tra gli elementi che alimentano le nuove forme di schiavitù va annoverato anche il riciclaggio di denaro “sporco”.

Forme subdole di schiavitù esistono anche nel mondo occidentale, come in Europa, Canada e Stati Uniti dove lo sfruttamento del lavoro senza diritti e la prostituzione minorile, sono in aumento e si connotano sempre più come para-schiavismo. In Europa, è stato stimato dalla Cgil, sono 880 mila i lavoratori sotto il ricatto del lavoro forzato e del debito: in Francia nei contesti rurali, in Spagna e in Inghilterra con lo sfruttamento per la raccolta delle fragole. In particolare nell’Europa dell’Est, a causa della brutale liberalizzazione del mercato, il lavoro forzato è in costante aumento.

In Italia, il caporalato, ovvero l’intermediazione illecita di manodopera, rappresenta una forma di semi-schiavitù ed è divenuto reato in Italia solo in seguito al primo sciopero dei migranti contro lo sfruttamento nei campi, guidato dall’ingegnere camerunese Yvan Sagnet, con una legge del 2011 che tuttavia è rimasta largamente inefficace in quanto le sanzioni riguardavano solo i caporali e non le aziende, mentre un’altra più recente del 19 ottobre 2016 inasprisce le pene sia per i caporali che per chi commissiona il lavoro.

Nel continente americano, invece, i lavoratori provenienti dal Messico o dai paesi centroamericani più poveri, che tentano di raggiungere gli Stati Uniti sono centinaia di migliaia ogni anno, molti dei quali minori, definiti spregiativamente mojados o wetbacks, ovvero bagnati poiché cercano di attraversare a nuoto il Rio Grande che segna il confine con gli Stati Uniti: arrivati clandestinamente con treni merci o attraverso percorsi di fortuna si trovano privi dei documenti e senza diritti. Dal 1998 circa cinquemila persone hanno perso la vita nel tentativo di attraversare il confine tra Stati Uniti e Messico. E qualcuno pensa, non da oggi, che un muro possa fermare questo esodo dalla miseria.