La rivoluzione americana, Tiziano BonazziProf. Tiziano Bonazzi, Lei è autore del libro La rivoluzione americana edito dal Mulino: quali specificità caratterizzano la Rivoluzione americana?
La Rivoluzione americana ampliò il sistema degli stati europei al continente americano facendolo diventare un sistema euroamericano e aprì la strada al completamento di quest’ultimo con le rivoluzioni che fecero nascere gli stati latinoamericani. In questo modo la continuità con l’Europa istituitasi con la conquista europea del continente americano si rafforzò e se fino alla Rivoluzione americana gli storici parlano di una “storia atlantica” in cui si mescolano popolazioni, costumi, prodotti degli imperi atlantici e dell’Africa nonostante le politiche mercantiliste dei primi, dopo di essa nacque un sistema internazionale euroamericano.

Dal momento che un sistema è costituito da un insieme di entità che, legate da vincoli necessari di carattere politico, economico e culturale, sono tuttavia autonome, le specifiche condizioni del Nordamerica e della sua storia coloniale iniziata ai primi del Seicento diedero vita a torsioni rispetto all’Europa e in particolare alla Gran Bretagna che fecero degli Stati Uniti uno stato profondamente innovativo.

Un approccio sistemico che tenda a comprendere quali e quante novità politiche e sociali si sono date oltreatlantico con la rivoluzione americana nel contesto del sistema Europa consente, pertanto, di superare i dibattiti novecenteschi sul significato di rivoluzione e sulla definizione di ciò che costituisce una vera rivoluzione. Dibattiti che con la fine della Guerra fredda, la globalizzazione e la rivoluzione digitale hanno perso il loro spessore.

Come si è evoluta la riflessione storiografica e politologica sulla rivoluzione americana?
La storia della riflessione sulla Rivoluzione americana è una storia che coinvolge sia l’autocoscienza statunitense che la percezione degli Stati Uniti in Europa. Nel corso del Novecento, con la crescita esponenziale della potenza americana, quella riflessione si è divisa in due filoni che si intrecciano con le ideologie novecentesche. Da un lato abbiamo la rivoluzione americana interpretata come esplosione della libertà che si incarna in uno stato e nelle sue istituzioni. È questa l’interpretazione dominante negli Stati Uniti fino agli anni Settanta, accettata in Europa dalle correnti intellettuali e dai partiti liberali e cattolici sia nelle loro componenti progressiste che conservatrici. Dall’altra vi è l’interpretazione marxista che vede nella rivoluzione americana una sorta di non rivoluzione oppure una rivoluzione fallita per il predominio acquisito in essa e negli Stati Uniti dai gruppi sociali protoborghesi del commercio atlantico, della speculazione terriera sulla frontiera e dei nascenti mondi della finanza e delle manifatture.

Negli Stati Uniti la rivoluzione come evento che istituì la libertà in contrapposizione netta all’Europa ebbe il suo momento più alto negli anni Quaranta e Cinquanta con la cosiddetta “scuola del consenso”. Gli storici del consenso furono i portavoce dell’America impegnata nella guerra contro il fascismo prima e nella Guerra fredda poi, che si sentiva unico e necessario baluardo della libertà e della democrazia. Essi costruirono, quindi, il paradigma di una contrapposizione Stati Uniti Europa, già radicato nella coscienza americana, basata sull’inesistenza oltreatlantico, già in età coloniale, di feudalesimo o di esclusione sociale, sulla presenza di un ampio diritto di voto e su una struttura sociale fondamentalmente di classe media. Questa interpretazione prese a essere contestata negli anni Sessanta e Settanta da storici che diedero vita alla “storia dal basso”, la storia di chi non aveva voce, dagli operai, agli afroamericani, alle donne, ai marinai, mostrando che la storia statunitense è una storia di profondi e continui conflitti sociali. In questa chiave la rivoluzione prese a essere riletta come un evento in cui la libertà non fu libertà per tutti e in ogni caso diede vita a uno stato e a una società in cui il potere era molto stratificato.

In Europa la spaccatura fra marxisti e antimarxisti caratterizzò l’interpretazione della rivoluzione per tutta la Guerra fredda; ma al di là di questo un elemento accomunò entrambe le ideologie o, se si preferisce, visioni del mondo – con l’eccezione, pur non totale, della Gran Bretagna -, con il rifiuto di studiare gli Stati Uniti come autonomi creatori di storia. Per gli uni e per gli altri essi erano un prodotto dell’Europa che si comprendeva meglio a partire da quest’ultima, dalla rivoluzione industriale inglese per quanto riguardava il capitalismo e da quella francese per la libertà e la democrazia. In conseguenza la rivoluzione americana parve essere un evento significativo, ma isolato, senza importanti conseguenze sul Vecchio mondo e su quanto stava avvenendo là dove si faceva la storia, in Gran Bretagna e in Francia.

Quale giudizio ha maturato la storiografia contemporanea della rivoluzione americana?
La storiografia degli ultimi decenni ha mostrato, con un profluvio di approfondite ricerche, la complessità della storia rivoluzionaria esaminandone le estremamente differenziate dimensioni locali e quelle di razza, genere, etnia e rapporti sociali. Non più, quindi, la storia della nascita della libertà o del fallimento di quel tentativo, perché il termine era declinato in modi profondamente diversi nelle piccole, isolate comunità agricole del New England, in quelle che si aprivano al mercato in Pennsylvania o nel New York, nelle zone di frontiera, nei porti atlantici, nelle colonie di piantagione del sud, con il risultato di profondi conflitti fra le colonie e poi fra gli stati, nonché fra le loro differenti regioni.

La ricerca contemporanea ha pertanto evidenziato che la rivoluzione americana non fu la lotta di un popolo unito contro la tirannia britannica; ma il complesso, conflittuale comporsi di richieste e ideali in società che, in quanto britanniche, partecipavano degli inizi della modernità che si andava sviluppando nella madrepatria. Accanto a ciò oggi si ritiene che non fu una supposta volontà britannica di tiranneggiare i coloni a scatenare la rivoluzione; bensì lo scontro fra due diverse visioni dell’impero. Quella della madrepatria, che, dopo la vittoria nella Guerra dei sette anni, era tendenzialmente una potenza globale e si rendeva conto che l’impero non poteva essere più trattato come una semplice realtà commerciale come era stato fino ad allora e doveva essere governato politicamente dal centro pur nel rispetto di leggi e tradizioni, e quella delle colonie che erano diventate veri e propri corpi politici autogovernantisi e vedevano nell’impero un insieme di comunità autonome sotto uno stesso sovrano con il Parlamento di Londra che aveva poteri sulle colonie soltanto in campo di politica estera e commerciale. Erano due tipi diversi di modernità e di libertà quelli che si scontrarono nel 1776.

Oltre a ciò gli storici studiano la rivoluzione come una guerra civile, dal momento che i lealisti si appoggiavano almeno al 20% della popolazione e organizzarono reggimenti lealisti, soprattutto nelle regioni interne del sud, che combatterono duramente contro i patrioti. I lealisti non sono, quindi, dei nemici della libertà estranei alla rivoluzione, bensì sono un volto di essa. Allo stesso modo sono diventati attori e non comparse dell’evento rivoluzionario gli schiavi, molti dei quali vedevano nella richiesta americana di libertà una via di libertà per loro stessi, ovvero, più spesso e a migliaia, si rifugiarono presso le truppe britanniche che promettevano di renderli liberi. Attori sono oggi unanimemente riconosciuti i nativi, soprattutto nell’area dei Grandi Laghi, a volte alleati degli americani, più spesso degli inglesi e sempre attenti a difendere innanzi tutto la propria libertà. Gli studi di genere hanno inoltre mostrato il ruolo attivo, sia privato che pubblico, avuto dalle donne, che non portò a risultati tangibili di natura giuridica o politica; ma fece nascere l’idea di republican motherhood , dell’essenziale ruolo pubblico delle donne nel far crescere i figli negli ideali rivoluzionari. Un ruolo che per la prima volta assegnava loro una posizione autonoma ed essenziale nella società. Un ultimo punto riguarda il significato internazionale della rivoluzione, che la ricerca ha mostrato essere stato un importante evento europeo, che portò alla ripresa della contesa fra le grandi potenze sui mari, una continuazione della Guerra dei sette anni, alla quale presero parte Francia, Spagna, Olanda e che fu combattuta dal Mediterraneo, ai Caraibi, all’India. Gli Stati Uniti, pertanto, ben lungi dal rifiutare l’Europa, parte della sua politica fin dalla loro nascita.

Quali nuovi elementi ha evidenziato la ricerca storica sul processo costituente negli Stati Uniti?
Il processo costituente degli Stati Uniti non fu né trionfale, né piano perché dovette navigare fra Scilla del rapporto fra i nuovi stati e un nascente governo centrale e Cariddi dello scontro sociale fra le élite economiche e sociali e la middling sort degli agricoltori proprietari, degli artigiani, dei commercianti locali che, con la sua attiva partecipazione politica e militare alla rivoluzione, andava conquistando un ruolo via via crescente. Senza contare che, almeno a livello locale, si muoveva anche la lower sort dei salariati e dei lavoratori a giornata. Le stesse élite, inoltre, erano divise fra gruppi conservatori, intenti a difendere il proprio status sociale appoggiandosi soprattutto agli stati e ai governi statali, e gruppi modernizzanti che vedevano in un governo centrale forte e in una loro supremazia non conflittuale nella società la chiave per la sopravvivenza del nuovo stato.

In una prima fase, esemplata dagli Articoli di Confederazione, la bilancia del potere rimase negli stati e in questi si scontrarono middling sort ed élite conservatrici con risultati diversi, favorevoli alla prima in Pennsylvania, ad esempio, e alle seconde nelle due Caroline. Terminata la  guerra nel 1783, quando il problema divenne come far vivere gli Stati Uniti nel mondo feroce degli scontri fra gli imperi atlantici – cosa che mostra come gli Stati Uniti fossero parte del mondo europeo -, furono le élite modernizzanti della Virginia, del New York, della Pennsylvania, del Massachusetts a venire alla ribalta e a imporre la Convenzione che nel 1787 approvò la Costituzione e riuscirono a farla approvare con durissime battaglie per la sua ratifica negli stati. I vari Washington, Madison, Hamilton, Franklin vi riuscirono in quanto, invece di voler estirpare il conflitto, cosa impossibile in un paese tanto diversificato – non si possono dimenticare neppure gli scontri religiosi fra le tante chiese -, ne fecero il fulcro del nuovo stato sulla base del principio madisoniano che le fazioni sono espressione della libertà. Essi, quindi, crearono con la Costituzione un sistema in cui il governo centrale, nel quale le élite erano certe di essere politicamente dominanti, aveva poteri esclusivi nei campi essenziali per la vita della nazione, politica estera, guerra, commercio internazionale e interstatale, moneta e finanze. I campi in cui le élite avevano i loro principali interessi. Ai singoli stati restavano tutte le competenze non delegate al governo federale e quindi l’economia statale, il giudiziario civile e, in parte, penale, la legislazione agraria e, in genere, il governo della vita statale, e negli stati erano la middling sort e le élite tradizionali a far sentire il proprio peso.

Il federalismo, quindi, non fu l’applicazione di una teoria costituzionale, che non esisteva, né l’elaborazione di una tale teoria durante la Convenzione di Filadelfia. Fu, invece, un modo, senza dubbio estremamente innovativo, di trovare una soluzione sia al rapporto difficile fra governo centrale e stati, sia al conflitto sociale che bolliva nel paese. Col federalismo le élite modernizzanti si assicurarono un ruolo dominante nel paese limitando l’ascesa della middling sort senza schiacciarla e riconoscendole un ruolo politico e sociale molto rilevante.  Si era agli inizi non della democrazia – termine rifiutato da tutti in quegli anni perché ritenuto equivalente a un continuo scontro senza regole -, ma di una società aperta e, dopo la costituzionalizzazione dei diritti individuali con il Bill of rights del 1791, nonché attraverso la separazione dei poteri e l’autonomia data al giudiziario, di uno stato liberale.

In definitiva la Rivoluzione americana, la cui risonanza in Europa fu grandissima, diede vita a uno stato pienamente inserito nel sistema degli stati europei il cui richiamo alla libertà come stella polare non si realizzò e non poteva realizzarsi, però si dotò di istituzioni che ne fecero un iniziatore della modernità politica e sociale euroamericana.