Dott.ssa Mariacristina Sciannamblo, Lei è autrice del libro La rivincita delle nerd. Storie di donne, computer e sfida agli stereotipi edito da Mimesis: perché le donne sono poco attratte dall’informatica?
La rivincita delle nerd. Storie di donne, computer e sfida agli stereotipi, Mariacristina SciannambloRisponderei a questa domanda rovesciando la formulazione, e cioè: perché l’informatica è poco attrattiva per le donne? I dati statistici ci dicono infatti che i corsi di laurea in informatica e ingegneria informatica insieme al settore dell’hardware registrano uno dei divari di genere più ampi. Il rapporto She Figurespromosso dalla Commissione Europea è un’ottima fonte per osservare questi andamenti in Europa e, dunque, anche in Italia.

Se guardiamo a ricerche situate in contesti specifici, che hanno indagato le cause delle disparità di genere nel campo dell’informatica, provando ad attuare proposte di intervento, vediamo che le ragioni per le quali l’informatica si presenta come un mondo poco ospitale nei confronti delle donne sono molteplici e hanno generalmente a che fare con la scarsa socializzazione delle bambine alla tecnologia (a cominciare dai videogiochi), la resistenza, i pregiudizi di genere, il sessismo nel settore dell’Information Technology (IT), la divisione del lavoro di genere, e la pervasività degli stereotipi sulle presunte diverse attitudini degli uomini e delle donne rispetto alle materie scientifiche. Una delle indagini più conosciute in questo senso è raccolta in un libro che si intitola Unlocking the Clubhouse,di Jane Margolis e Allan Fisher. La ricerca indaga le dinamiche sottostanti all’assenza di donne nei corsi di informatica presso la Carnegie Mellon University, uno dei templi della computer science. Margolis e Fisher, entrambi professori alla Carnegie Mellon hanno condotto 230 interviste con oltre 100 studenti (maschi e femmine) di informatica dell’università, nel corso di quattro anni (dal 1995 al 1999), per capire come ragazzi e ragazze fanno esperienza dell’informatica e identificare, in questo modo, interventi capaci di rimodellare le politiche educative e rendere la scienza informatica un territorio più amichevole nei confronti delle ragazze. Tra i risultati più interessanti emersi dalla ricerca vi è la considerazione dell’informatica come “territorio maschile” già a partire dalla prima infanzia; secondo gli autori, tuttavia, il legame tra ragazzi e computer non è affatto un tratto ascrittivo, ma piuttosto una retorica alimentata da pratiche sociali e culturali. Secondo la stessa logica, le ragazze sono solite mostrare disinteresse e disaffezione verso la scienza informatica. Fisher e Margolis affermano che tali disposizioni non sono né genetiche né accidentali, ma si basano su fattori esterni multipli come l’incontro con una cultura tecnica che le donne percepiscono come distante da loro, nonché una varietà di esperienze scoraggianti con insegnanti, coetanei e programmi scolastici.

Il Suo libro raccoglie le motivazioni, le esperienze personali e professionali e i punti di vista di “quelle poche” che hanno sfidato gli stereotipi: chi sono e qual è stato il loro percorso?
La ricerca ha inteso dare voce alle donne professioniste che popolano il settore dell’informatica in vari ruoli: sviluppatrici, ingegnere, accademiche, studentesse, attiviste. Nonostante la diversità dei ruoli e dei punti di vista, il tratto che unisce le diverse voci riguarda l’aperta problematizzazione e contestazione delle disparità di genere che queste professioniste portano avanti attraverso la formazione di network, organizzazioni e iniziative di varia natura volte favorire una maggiore presenza femminile e la diffusione della cultura di genere nei campi tecnici, con particolare riferimento all’informatica. I percorsi che affrontano sono molteplici: ci sono docenti universitarie di ingegneria informatica che raccontano la decisione di intraprendere studi tecnico-scientifici come l’esito di un’innata passione per la matematica e poi ci sono professioniste impegnate nelle comunità open source che invece decidono di studiare e laurearsi in ingegneria informatica spinte dall’inclinazione verso le materie scientifiche, ma anche da motivazioni di convenienza legate alla maggiore facilità di trovare lavoro con una laurea tecnica; ci sono dottorande in informatica “smanettone” animate dal desiderio di smontare gli oggetti e ci sono le cosiddette “pioniere”, cioè donne che hanno aperto la strada a campi di studio e ricerca come, nel caso della storia presentata nel libro, l’intelligenza artificiale.

Quale bilancio ha tratto dalla Sua indagine circa il rapporto tra donne e tecnologia?
In diversi passaggi del libro affermo che tutte le esperienze incontrate nel corso della ricerca segnalano che le donne traggono piacere dal lavoro tecnico e riconoscono il valore sociale delle tecnologie digitali. Questo riscontro si pone in contrasto con alcune posizioni che sottolineano una presunta innata paura e la reticenza delle donne nei confronti della tecnologia. D’altro canto, è importante sottolineare che le donne, così come tutti gli altri individui, non sono una categoria omogenea, e dunque la ricerca non restituisce un presunto punto di vista femminile universale, ma esplora le posizioni molteplici e differenti sui percorsi educativi e sulle carriere da parte di alcune professioniste dell’informatica.

Quali iniziative sono state messe in campo per combattere lo squilibrio di genere nella scienza e nella tecnologia?
Nel corso della ricerca ho scoperto un arcipelago piuttosto ricco di netwiork internazionali e locali formati in gran parte da donne che dedicano il loro tempo e le loro energie all’organizzazione di seminari, hackathon, workshop, laboratori, bootcamp, corsi di apprendimento, con l’intento di introdurre e motivare le più giovani a prendere confidenza con l’informatica e i suoi strumenti.

In particolare, nel libro descrivo le attività delle comunità con cui sono entrata direttamente in contatto: Girls Geek DinnerRails Girls, Ubuntu Women, Girls in Tech, Wister, Microsoft Nuvola Rosa, Progetto NERD?. Alcune di queste organizzazioni nascono fuori dall’Italia, ma si diramano in tutto il mondo – Italia inclusa – attraverso sezioni locali; altre costituiscono iniziative nate e attive solo in Italia, mentre altre ancora – come Ubuntu Women – nascono come comunità online tra gruppi di diversi Paesi e che, di tanto in tanto, organizzano incontri offline. Si tratta di sei casi di network e iniziative che hanno l’obiettivo di incoraggiare la presenza femminile nei campi tecnici, in particolare nell’informatica e nell’ingegneria.

Come si possono contrastare, a Suo avviso, le disparità di genere nell’ambito dell’informatica?
Le strategie da mettere in campo per contrastare le disparità di genere nell’ambito dell’informatica riflettono una logica che, secondo me, non può focalizzarsi unicamente sulla compensazione quantitativa dei numeri. Questo perché la pervasività del carattere “genderizzato” della scienza e della tecnologia, e più nello specifico dell’informatica, non si manifesta solo nello squilibrio numerico tra uomini e donne, ma si inscrive nelle culture organizzative, nei criteri di selezione e promozione, negli stereotipi sociali, nelle pratiche sociomateriali ordinarie, e negli oggetti tecnici stessi. In questo contesto, le misure di intervento che vanno nella direzione semplicemente di includere “più donne” nelle carriere e nei percorsi di studio non hanno l’effetto di migliorare la consapevolezza di genere nella più ampia cultura tecnica. Faulkner e Lie hanno abilmente individuato tale problema affermando che l’inclusione non costituisce semplicemente l’immagine specchio dell’esclusione e che, dunque, ottenere una inclusione sostanziale e duratura è un obiettivo che richiede strategie diversificate e situate piuttosto che un intervento uguale per tutti e tutte. Un esempio interessante a tal riguardo è proprio lo studio di Fisher a Margolis alla Carnegie Mellon citato prima, al quale sono seguite una serie di riforme nei programmi di studio e nelle logiche di selezione degli studenti. Per esempio, uno degli interventi ha riguardato i criteri di ammissione al corso in computer science, prima ancorati alla conoscenza dell’informatica, e con la riforma orientati a includere studenti e studentesse con esperienze e conoscenze diverse; altri interventi di carattere pedagogico vertevano sull’attenzione particolare all’insegnamento e alla selezione degli insegnanti nonché sull’introduzione di un modulo sulla diversità di genere nei programmi di studio. Un’ultima azione importante che vale la pena di menzionare tra quelle citate da Margolis e Fisher riguarda la riforma dei programmi di studio improntata al lavoro di gruppo e interdisciplinare, e all’obiettivo di calare l’informatica dentro i contesti d’uso così da mettere in primo piano l’utilità pratica piuttosto che nozioni apparentemente astratte. Grazie a questi interventi la percentuale di donne iscritte al corso di Computer Science alla Carnegie Mellon è cresciuta gradualmente dal 7% registrato nel 1997 al 42% nel 2000.

Le disparità di genere vanno dunque contrastate a partire dalla constatazione dei numeri, ma i tentativi di intervento devono focalizzarsi sul cambiamento della cultura organizzativa e tecnica per risultare davvero efficaci.