“La ricchezza femminile e la ‘lex Voconia’” di Aglaia McClintock

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Prof.ssa Aglaia McClintock, Lei è autrice del libro La ricchezza femminile e la ‘lex Voconia’ edito da Jovene: qual era la condizione economica delle donne nella Roma antica e come la lex Voconia influì su di essa?
La ricchezza femminile e la ‘lex Voconia’, Aglaia McClintockLe donne romane non erano solo ricche, alcune erano immensamente ricche. Ereditavano dalla famiglia di origine nella successione legittima, ovvero in mancanza di un testamento; e attraverso il testamento ereditavano dal marito, dai genitori, anche da estranei. I loro ingenti patrimoni spesso servivano a foraggiare le carriere di mariti e dei figli nel cursus honorum ed erano capaci incidere sulle decisioni politiche. Ma nel 169 a.C. Catone il Censore fece passare una legge, la lex Voconia, che impediva ai cittadini ed anche alle cittadine di Roma di poter istituire eredi le donne. Le donne non poterono più avere accesso all’intero patrimonio del padre o della madre, e soprattutto alle forme di potere ad esso correlate: prestigio, clientele, casa avita, sacra, culto degli antenati. Si evitava fra l’altro che una donna ricca potesse preferire ad un figlio maschio una figlia femmina, sfuggendo attraverso lo strumento del testamento, alle antichissime norme della successione legittima che preferivano sempre i parenti in linea maschile.

Va detto però che, nonostante la lex Voconia le donne continuarono a ereditare e a essere ricche: lo attesta la ben documentata ricchezza femminile che non solo precede l’emanazione della legge, ma la segue. Possiamo dare per scontato che benché il plebiscitum avesse avuto l’intenzione di mettere un limite ad essa, non riuscì pienamente nel suo scopo. Basti pensare ai meravigliosi gioielli che l’antichità ci ha restituito e che sono la prova tangibile della ricchezza femminile e del ruolo autorevole che le donne potevano avere nella società romana.

Quale era il dettato normativo della legge?
Fino al 169 a.C. le donne potevano ricevere in teoria da chiunque. Al contrario il primo caput della lex Voconia vietò ai cittadini, uomini e donne, appartenenti alla prima classe di censo, di istituire una donna heres. A essere limitata non era solo la capacità delle donne di ricevere per testamento, ma anche quella di istituire in qualità di eredi altre donne.

Il secondo caput stabiliva che il legatum, un lascito a titolo particolare, non poteva superare più di quanto ricevesse l’erede. Dal combinato disposto delle due norme ne discende che le donne potevano ricevere da un cittadino o da una cittadina della prima classe al massimo metà del patrimonio e solo a titolo di legato, non in qualità di erede.

Ma c’è di più: la legge rendeva manifesta e riaffermava l’esclusione dal ‘dominio’ della donna che non poteva essere l’erede in senso pieno né del padre, né della madre e un’ eredità includeva non solo la ricchezza mobile, ma clientele, casa avita e culti familiari. La lex Voconia evitava che le donne potessero gestire, tramite essa, un’enorme rete di relazioni e di potere. In quanto ereditiere ed eredi, le donne avevano acquisito indipendenza e amministrato i patrimoni più prestigiosi di Roma. Ora, la legge inibiva loro questa possibilità. Non vi era certo la volontà di deprivarle completamente dei loro appannaggi, ma si stabiliva che l’heres dovesse essere un uomo. In altri termini la ‘ricchezza’ veniva disgiunta dal ‘potere’.

Poiché la legge colpiva di fatto le donne più abbienti, ci furono tentativi di elusione?
La legge fu molto elusa, ma ciò non può essere assunto di per sé come prova che essa non fosse in vigore o effettiva. Anzi le numerose elusioni dimostrano che quando la trasmissione del patrimonio, a una donna o da una donna, si verificava, ciò avveniva per vie traverse, quasi di nascosto.

Ciò non di meno la lex Voconia riuscì a orientare il modo di comportarsi della classe dirigente in maniera più che duratura. Il fatto che gli uomini finirono con il ricevere la parte più rilevante del patrimonio come le proprietà terriere evitò il frazionamento di beni che restavano significativi nella loro unitarietà. E la longue durée di tale principio è confermata dal fatto che la preferenza di un uomo nella successione sarebbe diventata una norma sociale interiorizzata e anche legislazione esplicita in contesti geografici e storici diversi. Basti pensare alla legge salica o al diritto di primogenitura.

Lei dedica nel libro un intero capitolo alla successione di Emilia moglie di Scipione Africano? Perché questa successione è così importante ai fini della comprensione della legge?
La successione di Emilia Terza, moglie di Scipione Africano, ha costituito un case study ideale per verificare le ipotesi di lavoro avanzate: sia per il momento temporale in cui avvenne, pochi anni dopo l’emanazione della legge, sia per le persone in essa a vario titolo coinvolte, tutte appartenenti alle famiglie repubblicane più in vista di Roma. Polibio dedica pagine minuziose (31.26-28) a quello che fu considerato un fatto da ricordare. Si tratta della prima successione storicamente attestata di una donna che, a causa della lex Voconia, non poteva istituire eredi le sue due figlie femmine. Inoltre Emilia era famosa in tutta Roma per il corredo che sfoggiava nelle sue uscite ufficiali: gioielli, vasi d’argento, carro e schiavi. A complicare la vicenda l’odio di Catone per l’Africano che si esplicitò nei processi promossi prima contro il fratello Lucio Scipione Asiatico e poi contro l’Africano stesso. Non è ipotesi peregrina, che tale odio fosse rivolto anche a Emilia che incarnava il lusso femminile e la sua ostentazione.

Emilia è l’esempio di tutto ciò che Catone detestava: era una donna ricca, influente, e dopo la morte dell’Africano era entrata in possesso di un patrimonio capace di mutare le sorti di Roma. La lex Voconia sembrava quasi cucita ad personam.

Emilia riuscì ad eludere la legge?
Emilia nel suo testamento istituì erede il suo nipote adottivo, Scipione Emiliano, di tendenza politica più affine al conservatorismo di Catone che alla liberalità del Circolo degli Scipioni. Dispose però che l’Emiliano pagasse alle sue figlie, le due Cornelie, le doti più gigantesche che il mondo romano ricordi. Scipione Emiliano pagò, ma donò il fastoso corredo di Emilia a sua madre Papiria, che fino allora era vissuta in miseria, e alla morte di quest’ultima, lo trasferì a due sue sorelle, una delle quali era sposata con il figlio di Catone il Censore. I gioielli di Emilia finirono in altri termini con l’essere indossati dalla nuora dell’acerrimo nemico di suo marito.

Dietro il famoso exemplum di Cornelia che, alla matrona campana che si vantava dei suoi gioielli pulcherrima illius saeculi, rispose “Questi sono i miei gioielli” mostrando i figli tornati da scuola, c’è forse più di un rimando a questa intricata successione.

Il riferimento ai gioielli sembra un’allusione all’anomala deviazione dall’asse ereditario dei gioielli di Emilia, ma la risposta di Cornelia esplicita con chiarezza il risvolto culturale della ratio della lex. Sarebbero stati i suoi due figli maschi a rinnovare il prestigio degli Scipioni. Le donne sono divenute le custodi della tradizione e dei valori su cui essa si fonda appaiono perlopiù nel ruolo di ‘custodi’ di beni che dovranno trasferire a figli maschi e mariti.

In effetti i Romani hanno rifondato il rapporto uomo-donna in Occidente, attribuendo alle donne il ruolo di educatrici dei figli e rendendole compartecipi dei valori maschili di cui assicurano la riproduzione. Le donne romane non furono però passive nello svolgere tale ruolo, anzi lo riuscirono a sfruttare fino in fondo. Come madri e come mogli hanno tessuto i fili del potere e della politica, hanno pilotato di nascosto l’ascesa di mariti e figli e avvelenato, se necessario, gli antagonisti dei loro protetti. Del resto lo Scipione Emiliano che aveva regalato i gioielli di Emilia fu forse ucciso dalla moglie Sempronia, figlia della nostra Cornelia. La definitiva consacrazione per la donna del prestigio di madre fu ribadita da Augusto che concesse speciali privilegi giuridici e patrimoniali alle donne che partorivano almeno tre figli. Ancora oggi, si usa regalare un gioiello da esibire in bella mostra per ciascun figlio nato.

Aglaia McClintock, giurista e storica, insegna Istituzioni e storia del diritto romano nell’Università del Sannio. I suoi studi si orientano anche verso l’antropologia del mondo antico, in particolare per quanto riguarda le interazioni fra questa disciplina e la storia del diritto romano. I suoi temi di ricerca includono la condizione giuridica dei condannati a pene capitali durante l’impero romano; la condizione giuridica delle donne con particolare riferimento al diritto successorio; le rappresentazioni iconografiche e religiose della giustizia romana; la follia in diritto romano. Della sua produzione ricordiamo le monografie Servi della pena. Condannati a morte nella Roma imperiale (Napoli, ESI, 2010), Contributi allo studio della follia in diritto romano I (Napoli, Jovene, 2020); e per il Mulino la cura di Giuristi nati (2016) e Storia mitica del diritto romano (2020).

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