“La ricchezza delle religioni. L’economia della fede e delle chiese” di Rachel McCleary e Robert J. Barro

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La ricchezza delle religioni. L'economia della fede e delle chiese, Rachel McCleary, Robert J. BarroLa ricchezza delle religioni. L’economia della fede e delle chiese
di Rachel McCleary e Robert J. Barro
traduzione di Chiara Beltrami e Sergio Noto
Università Bocconi Editore

«Per portare a termine la nostra analisi positiva della religione e la sua interazione con l’economia, abbiamo ritenuto di doverci occupare di teologia religiosa. Nello specifico, siamo partiti dal presupposto che le convinzioni religiose abbracciate dagli adepti siano fondamentali per fare previsioni positive su come la religione influenzi lo sviluppo economico e altri aspetti della società. Nella nostra interpretazione il concetto di credere è importante soprattutto quando lo si considera in rapporto all’appartenenza, che misuriamo tenendo conto della quantità di partecipazione alle funzioni religiose formali e delle quantità di risorse utilizzate dal settore religioso. Il che significa che abbiamo attribuito un enorme peso ai concetti di credere e appartenere.

La nostra opinione è che lo speciale contributo della religione alla società derivi dalle convinzioni spirituali. La religione possiede caratteristiche specifiche dato che comprende i concetti di salvezza, dannazione e aldilà. Queste convinzioni soprannaturali non verificabili possono essere grandi fattori motivanti rispetto al comportamento in questo mondo. Come sostenuto da Max Weber, la Riforma protestante mise in risalto le convinzioni religiose che rappresentavano le fondamenta di valori individuali quali l’etica del lavoro, la parsimonia e l’onestà. Probabilmente tali specificità supportarono la Rivoluzione industriale in Europa occidentale nel XVIII secolo incoraggiando in tal modo il successo del capitalismo moderno.

Secondo Weber, la dipendenza dell’accumulo di ricchezza e del capitalismo dai principi religiosi erano terminati qualche tempo prima della sua nascita, avvenuta nel 1864: «Il capitalismo moderno è diventato predominante e si è emancipato dai suoi vecchi supporti». Ciononostante, come dibattuto nei Capitoli 2 e 3, abbiamo studiato le idee di Weber sullo spirito del capitalismo alla luce di dati moderni. Siamo giunti alla conclusione che le convinzioni religiose – in particolar modo l’esistenza dell’inferno e del paradiso – continuano a essere elementi chiave per quanto concerne la crescita economica. Più specificatamente abbiamo rilevato che il concetto di credere in relazione a quello di appartenere (misurato dalla partecipazione a funzioni religiose formali) è stato un importante fattore di crescita. Abbiamo ipotizzato che sarebbe corretto dire che siamo diventati più weberiani di Weber stesso, poiché lui non avrebbe prefigurato questo genere di risultati per dati riguardanti i secoli XX e XXI.

Se è la fede, anziché l’appartenenza, a stimolare la crescita economica, per parte sua l’appartenenza è produttiva solo nel caso in cui il suo contributo alle convinzioni sia più che formale nell’uso delle risorse (compreso il tempo utilizzato in attività religiose, preghiera individuale e denaro speso per edifici religiosi e personale ecclesiastico). Gli aspetti socio-capitalistici della religione – servizi comunitari, riti, istruzione – sono produttivi in questo modello solo nella misura in cui alimentano le convinzioni religiose. Per quanto riguarda le convinzioni date, i nostri risultati dimostrano che maggiori risorse spese nella religione formale sono indicative di una minore produttività del settore religioso. Nello specifico, neghiamo l’idea che la religione sia un modo come tanti per costruire il capitale sociale, che è un fattore chiave dello sviluppo economico.

Nel Capitolo 6 ci siamo concentrati sull’applicazione del modello associativo agli aspetti economici della religione. Questo spiega come i gruppi religiosi possano utilizzare requisiti d’ammissione onerosi – sacrificio e stigma – per plasmare i membri zelanti. Tale approccio aiuta a comprendere anche certe forme religiose insolite e le confessioni religiose tradizionali, fornendo anche alcuni approfondimenti riguardanti le organizzazioni non religiose, comprese quelle che danno sostegno al terrorismo. Pertanto, il modello associativo è un importante passo avanti concettuale. Ciò nondimeno, calza a pennello con la nostra idea sulla religione e l’economia, solo perché aiuta a capire la parte relativa al concetto di appartenenza contenuta nel modello di credo-appartenenza. Dobbiamo così guardare altrove per apprezzare la teoria di Max Weber che l’etica protestante abbia incoraggiato la crescita economica attraverso le convinzioni religiose che hanno accresciuto alcune caratteristiche degli individui, come l’etica del lavoro e la parsimonia.

Abbiamo cercato di quantificare l’idea, collegata all’enfasi posta da Martin Lutero sulla lettura individuale della Bibbia, che il protestantesimo possa aver influenzato lo sviluppo economico promuovendo l’istruzione e il capitale umano. Le ricerche di Becker e Woessmann sulla Prussia del XIX secolo e di Boppart e altri per la Svizzera del medesimo periodo, hanno accertato tale filone di effetti. Tuttavia, queste scoperte non escludono l’etica protestante di Weber, che mette in evidenza l’etica del lavoro. Il sostegno all’ipotesi weberiana viene da Basten e Betz e da Spenkuch che partendo da dati moderni disponibili rispettivamente per Svizzera e Germania, hanno scoperto che parte dell’effetto favorevole del protestantesimo sui risultati economici ha comportato una connessione positiva tra questa confessione e l’etica del lavoro.

In futuro sarebbe bello poter separare alcuni effetti della religiosità da quelli che implicano l’istruzione; per esempio, aspetti individuali come lo sforzo lavorativo e la parsimonia. Potrebbe funzionare il fatto di misurare tali tratti individuali utilizzando le domande del sondaggio del World Values Survey, che in primo luogo si è interrogato su quanto sia importante il lavoro nella vita di ognuno di noi, e in secondo luogo se il duro lavoro e la parsimonia debbano essere inclusi in una lista di qualità che i bambini potrebbero essere spronati ad apprendere a casa. I dati di questo sondaggio possono essere posti in relazione con l’adesione religiosa individuale e con i risultati sull’istruzione e il reddito.

Riteniamo inoltre che valga la pena ampliare le esistenti analisi sull’influenza economica delle leggi e delle disposizioni fondate sulla religione. Nei Capitoli 3 e 5 abbiamo dibattuto le implicazioni economiche delle religioni di Stato e delle norme civili sul mercato religioso. Nel Capitolo 4 abbiamo sostenuto che la crescita economica nei paesi musulmani dopo la Rivoluzione industriale è stata frenata da un sistema giuridico debole e dalle istituzioni pubbliche. Gli aspetti problematici della storia dell’Islam comprendono leggi rigide in materia di successioni, restrizioni sul credito e sulle assicurazioni, deboli obblighi di adempimento forzoso dei contratti e forse, cosa ancora più importante, la mancanza di una base normativa a sostegno della creazione di strutture aziendali. Tuttavia, quest’analisi, più approssimativa che quantitativa, serviva per poter svolgere studi quantitativi più rigorosi. Si sono così potuti utilizzare i dati internazionali (disponibili dal 1991) di Jonathan Fox per valutare le leggi e le disposizioni basate sulla religione a livello di ogni singolo paese. Questo lavoro ha potuto esaminare le conseguenze economiche delle leggi e delle disposizioni fondate sulla religione su un campione transnazionale ampio.

Come accennato nel Capitolo 4, la ricerca sulle implicazioni economiche della religione è stata parziale ed esageratamente orientata verso il cristianesimo, probabilmente a causa del grande impatto del monumentale lavoro di Max Weber, che si è concentrato sulla distinzione post-riformista tra protestantesimo e cattolicesimo. Abbiamo dibattuto degli effetti economici derivanti dalle leggi e dalla normativa islamica. Abbiamo anche accennato brevemente al contenuto economico delle altre religioni, compresi induismo, buddismo ed ebraismo. Ma saranno utili ulteriori studi su altre religioni. Alcuni quesiti di cui tenere conto comprendono i seguenti aspetti: esiste un fondo di verità nell’idea che induismo e buddismo tendano a essere associati a una crescita economica né troppo elevata né troppo modesta che segua piuttosto un andamento medio? Esiste una qualche conseguenza economica tra gli ebrei che paiono aver perso l’idea di una vita nell’aldilà? È vero che una filosofia come il confucianesimo o un codice morale non religioso possono essere un surrogato soddisfacente per una religione formale? Al di là della crescita economica, quali sono le conseguenze della religione di Stato e della regolamentazione religiosa sulla libertà di credo e su un mantenimento più ampio delle libertà civili e della democrazia?

Un argomento poco studiato è la diffusione territoriale delle religioni. Storicamente, buona parte di questa era legata alle conseguenze delle conquiste militari e dei commerci. Ne è un esempio l’espansione geografica dell’Islam dai tempi di Maometto agli inizi del VI secolo fino al picco dell’Impero ottomano e di altri imperi di stampo musulmano nel tardo Cinquecento. Di solito gli abitanti dei territori conquistati si convertivano più o meno volontariamente all’Islam. Considerata la supremazia commerciale di molti musulmani, la conquista e l’espansione religiosa seguì spesso le rotte commerciali. […]

Gli effetti di questi sull’adesione islamica sono stati studiati in dettaglio da Stelios Michalopoulos, Alireza Naghavi e Giovanni Prarolo. Tali studiosi hanno rilevato che nel 1900 l’adesione all’Islam in 127 paesi in Europa, Asia e Africa era correlata negativamente rispetto alla distanza di una località dalla rete commerciale preesistente il VI secolo. Al contrario, tale distanza era correlata positivamente all’adesione cristiana. Ai fini dell’adesione all’Islam era importante, in senso negativo, anche la distanza dallo storico centro musulmano della Mecca, in Arabia Saudita. La distanza dalla Mecca è simile al discorso sulla distanza da Wittenberg, la variabile utilizzata da Becker e Woessmann per studiare l’espansione del protestantesimo in Germania dopo la Riforma nel Cinquecento. Come evidenziato nel Capitolo 3, la variabile Wittenberg possiede un effetto negativo rilevante sulla frazione di popolazione tedesca protestante piuttosto che su quella cattolica negli anni Settanta del XIX secolo. In modo simile, la variabile che misura la distanza dalla Mecca aiuta a spiegare la diffusione dell’Islam dai territori originari che gravitavano attorno alla città. […]

Le conquiste sotto forma di colonizzazione sono state fondamentali per la diffusione del cristianesimo dall’Europa alle Americhe, all’Africa e a certe parti dell’Asia. Per esempio, l’America Latina è diventata a maggioranza cattolica a seguito della colonizzazione di Spagna e Portogallo nel Cinquecento. Tuttavia, come dibattuto nel Capitolo 7, la competizione con i protestanti evangelici ha condotto a molte conversioni religiose che hanno portato, nel XX secolo, a una posizione di quasi equilibrio tra cattolicesimo e protestantesimo in molti paesi dell’America Latina. In Nord America la supremazia delle rappresentanze protestante e cattolica rispecchia in parte la colonizzazione d’Inghilterra e Francia, e in parte la composizione religiosa di ondate migratorie molto successive. […]

Si è discusso a lungo del rapporto tra religione e scienza. Quando la scienza confuta specifiche affermazioni religiose, come le storie sulla creazione nelle Scritture, ci si aspetterebbe un indebolimento dell’infallibilità e della legittimità della religione. Eppure, l’importanza della religione non dipende dall’interpretazione letterale della Bibbia o della teologia in senso più ampio. E le convinzioni religiose e l’immaginazione possono ampliare la gamma di domande significative su cui facciamo delle ipotesi. Perché è stato creato l’universo? Che cos’ha di speciale il nostro pianeta in questo universo? Le domande su altre forme di vita intelligente nell’universo scaturiscono ovviamente dal credere in entità soprannaturali come gli angeli e i demoni. […]

L’ipotesi della secolarizzazione afferma che man mano che le società si arricchiscono diventano meno religiose, in termini di convinzioni e partecipazione. Coerentemente con tale ragionamento, abbiamo scoperto che un livello più elevato di sviluppo economico transnazionale nel corso del tempo tende ad accompagnarsi a una religiosità inferiore. Tuttavia, come dibattuto in tutto questo libro, la secolarizzazione non è una verità universale. In diverse società si sta verificando un brusco declino nella partecipazione religiosa – soprattutto in Gran Bretagna, Germania, Francia e Italia – ma non in altre – come Polonia, Irlanda, Filippine, Stati Uniti, nel mondo musulmano e nella maggior parte dei paesi dell’Africa sub-sahariana. Tali esempi illustrano il contesto specifico della secolarizzazione e della religiosità. Inoltre, proseguono le discussioni sul fatto se la secolarizzazione sia la morte della religione o solo una fase di transizione come tante.

Abbiamo inoltre scoperto che il rapporto inverso tra lo sviluppo economico e la religiosità non si è manifestato perché la gente aveva un’istruzione migliore nei paesi più ricchi e dunque era più incline a un approccio scientifico. Esiste una prova evidente degli effetti negativi sulla religiosità derivante dall’urbanizzazione ma non dall’istruzione. Questi schemi non suggeriscono un’incompatibilità di base tra religione e conoscenza o scienza.»

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