La resilienza dell’antico. La storia alla prova del presente, Giovanni B. Magnoli BocchiDott. Giovanni Battista Magnoli Bocchi, Lei è autore del libro La resilienza dell’antico. La storia alla prova del presente edito da Mimesis: come si manifesta la resilienza negli studi sull’antichità?
Il termine resilienza è tornato di moda di recente e oggi è fin abusato, ma porta in sé proprio le tracce del suo calco antico. Noi pensiamo sia qualcosa che riguarda i materiali, qualcosa di tornato all’italiano attraverso il gergo tecnico inglese. In realtà resiliente è un aggettivo usato dagli scrittori latini ed ha un bel significato, spesso frainteso: rappresenta cioè la capacità di risalire su una barca che si è rovesciata. Non c’è bisogno di averlo provato, per capire il genere di sforzo e di abilità necessarie. Ecco, il libro analizza la capacità di tornare a galla della nostra cultura antica, il suo essere sempre presente, anche quando non lo immaginiamo neppure. Una citazione in un film, un discorso di un politico, una soluzione architettonica, è difficile che non ci sia un richiamo, implicito o esplicito, alla nostra antichità. Del resto, noi siamo il prodotto del nostro passato, non solo biologicamente ma soprattutto culturalmente: siamo un riassunto, una spremitura, del nostro remoto.

Poi, dal momento che quando guardiamo al passato, alla nostra storia, lo facciamo ponendo interrogativi che ci turbano nel presente, questo antico viene via via risollecitato, e alla fine rispecchia anche la nostra attualità.

Stiamo parlando della nostra storia, ma anche di come la riscriviamo a seconda di quello che ci interessa indagare e, più spesso, a quello che ci interessa sentirci dire. Alcuni si saranno accorti, ad esempio, che si stanno moltiplicando gli studi sull’ecologia nel mondo antico: questo è un ottimo marcatore della circolarità costante che esiste fra presente e passato, spesso in vista di un futuro che non riusciamo nemmeno a immaginare. Abbiamo paura per il pianeta, aumentiamo la nostra sensibilità ecologica e cerchiamo di capire come vivevano, sotto questo profilo, nel passato.

Oggi, nel momento in cui anche alcuni politici mettono in discussione la valenza della storia, dovremmo preoccuparci, non tanto del fatto che la storia non serva, o vada difesa a priori: quello è il dito. La luna che indica è che forse, in questa stagione di passioni spente, non troviamo più domande sensate da rivolgere al nostro passato per capire il futuro. Chi nega la storia, nega il futuro, non solo l’importanza del passato.

Nel libro Lei adopera la nozione di antico piuttosto che quella di classico: per quale ragione?
Questa è una differenza che può fare sorridere, ma è sostanziale. Noi siamo abituati a immaginare l’antichità come il luogo dei templi candidi, delle statue perfette, del teatro sublime. Tutto parzialmente vero, ma solo parzialmente. Quella è l’idea classica, settecentesca o borghese-gentiliana – come si amava dire in altre temperie -, della grecità e romanità. Così facendo non riflettiamo sul fatto che noi abbiamo tenuto solo il meglio, forse, di quella esperienza, il frutto di una selezione millenaria.

Parliamo di democrazia greca, ma ragioniamo di qualcosa che è poco più di un mito reinventato; definiamo le città “stato”, quando di statuale nel sistema antico c’era ben poco, e così via. Preferisco quindi considerare il nostro passato come una complessità di situazioni, alte e basse, cercando di non guardare solo alle eccellenze: quello è l’antico per me, il prodotto grezzo di una serie di usi e costumi di uomini in carne ed ossa, che alla fine sono i nostri progenitori.

Spesso ci stupiamo della nostra provenienza comune con le scimmie (se non siamo creazionisti), e non pensiamo a quanto sangue di Pericle o Giulio Cesare può scorrere nelle nostre vene, e, più significativamente, nelle nostre idee.

Preferisco pensare alla Grecia nel suo complesso: certo le orazioni di Pericle, raccontate da Tucidide, o l’Edipo Re o l’Antigone rappresentano vette insuperate, ma il nostro antico è fatto anche dei decreti che proibivano ai conciatori di pelli di lavorare vicino alle città e di usare le acque dei fiumi per le loro fetide attività. Sono forse meno attuali questi usi civici, del rapporto che abbiamo con nostra madre, rispetto a nostro padre?

Quali meccanismi stanno alla base della continua reinvenzione dell’antico?
I meccanismi li vediamo nelle tracce che lasciamo nella ricerca dei temi e dei soggetti. L’editoria ha una grandissima responsabilità in questo, così come la hanno le scuole accademiche. È difficile pubblicare una monografia sulle vicende del 1917 nel 2019; dovrà essere in libreria per il centenario, se no è inutile. Così per l’antico la continua reinvenzione segue i dibattiti politici: amo citare un caso limite che esplica alla perfezione il tutto. Alla fine degli anni Ottanta, quando si affacciavano nelle università americane le masse di neri ed immigrati in generale, Martin Bernal scrisse Atena Nera, un testo sulle radici afroasiatiche della civiltà classica (notare classica e non antica). Si tratta di un libro, irriso dalla comunità scientifica, in cui l’autore sostiene che le origini della grecità non sono né nordiche, né indiane (tesi per altro non campata per aria), ma egiziane (per cui nere) e fenicie (per cui semitiche).

Il libro ebbe una fortuna incredibile ed è ripubblicato ancora oggi: è privo di fondamenta ma risponde ad una esigenza fondamentale, quella di dare un legame identitario a strati sociali esclusi. E la storia in questa operazione risulta fondamentale, basti pensare che la rivista Nature, di tutt’altro approccio scientifico, nell’agosto 2017 ha pubblicato una ricerca condotta sul Dna di 19 scheletri antichi di Creta, della Grecia continentale e della Turchia.

Le nuove tecnologie hanno consentito di stabilire, nel raffronto con più di duemila campioni di Dna di soggetti greci contemporanei, che essi discendono in buona parte dai micenei e solo in piccola parte dai minoici e che entrambe questi popoli infine provenivano dalla Anatolia Occidentale. Trentaquattro scienziati hanno lavorato per dimostrare, ancora nel 2017, che le tesi di Atena nera sono sbagliate e dichiarano questo risultato esplicitamente. Trovo questo esempio paradigmatico del nostro tormentato rapporto con l’antico e con quello che cerchiamo di trovarvi, volta per volta.

In che modo le grandi ideologie che hanno segnato il Novecento – fascismo, comunismo, psicanalisi, fino al dibattito contemporaneo – si sono nutrite, per costruire i propri presupposti, dell’antico?
Questo inquieto rapporto con il passato ha influenzato le grandi ideologie, le quali, prima di usare esse stesse l’antico, se ne sono nutrite a sazietà. È ovviamente facile usare il rapporto fra psicanalisi e miti antichi per capire come il valore dei simboli sia stato cercato nel profondo della nostra cultura occidentale. Edipo, Medea, Antigone, Fedra, ognuno di questi personaggi mitici svolge una funzione simbolica in questa disciplina: basti pensare che oggi, grazie a Massimo Recalcati, lo smarrimento dei giovani di fronte a padri inerti, e quindi inutili, lo chiamiamo complesso di Telemaco, il figlio del padre assente per eccellenza, l’Ulisse di Omero.

Sul fascismo non ci sarebbe quasi da dire nulla: la monumentalità romana, la retorica dell’Impero, il fascio come segno di unità, sono solo alcune risposte, a tratti anche goffe se viste col senno di poi, a un paese malmesso, male assemblato dal Risorgimento. Mussolini inizia a riflettere fin dal 1918 su questi temi, sulla romanità come unico “antico” plausibile sul quale costruire il nuovo regime: amo ricordare che siamo l’unico paese che ha nell’inno nazionale, luogo di massimo orgoglio patrio, il verso “noi fummo da secoli calpesti e derisi”. E quindi occorreva una risposta forte a tanta depressione…

Il comunismo poi è l’esito finale di un processo di immaginazione di una società perfetta che nasce con Platone e Aristotele: incarna l’ossessione antica di livellare le differenze sociali, di mettere in discussione i ricchi, di trovare una medietà sociale che i sistemi capitalistici rifuggiranno selvaggiamente.

Ma anche Thomas Hobbes, il più grande teorico dell’assolutismo, traduce in inglese Tucidide, o Michel Foucault, per scrivere la storia della sessualità torna all’antico, levando i pregiudizi secolari che si sono incrostati sul tema, non solo a causa della morale cristiana.

Nell’era di internet, quale futuro per l’antico?
La domanda contiene la risposta: quanto passato ci sarà nel nostro futuro. Perché internet è solo un mezzo, che ha amplificato grandemente le nostre possibilità di accesso al sapere. Ma sappiamo usarlo tutto questo sapere? Oggi, se voglio consultare un documento dell’Archivio della Corte spagnola del Cinquecento mi bastano tre click. Così come per leggere i rotoli del Mar Morto; se non mi ricordo come sia fatto il sito di Pompei, mi bastano pochi minuti su Google Maps. Internet Achive (https://archive.org), una delle più grandi banche dati di documentazione libera contiene, ad oggi, 330 miliardi di web pages, 20 milioni di libri e testi, 4.5 milioni di file audio, 4 milioni di video, 3 milioni di immagini.

Il vero tema è se sappiamo utilizzare tutta questa ricchezza, che ci evita mesi di richieste e attese per documenti che dormono da secoli in archivi remoti. Aumentano le risposte, ma lo studio della storia è fatto di domande, e su questo sembra che ci siamo un po’ arenati. Cosa vogliamo sapere del nostro futuro, questa è la domanda che ci indicherà su come interrogheremo il nostro antico, il quale ci sarà sempre, volenti o non volenti. È passato, quindi esistito, per cui dobbiamo solo capire come vogliamo raccontarlo.

Giovanni B. Magnoli Bocchi, nato nel 1972 a Cremona, è laureato in Lettere classiche, in Filosofia medievale e in Scienze politiche ed ha conseguito un dottorato in Storia. Si è da sempre occupato di storiografia, retorica e comunicazione politica, cioè del racconto della realtà a fini politici. Collabora con le università di Pavia e di Strasburgo. Nel 2019 ha insegnato Forme di potere e comunicazione nel mondo greco presso l’ateneo pavese. Le sue ultime pubblicazioni: Politica e storia nella Retorica di Aristotele (Carocci, 2019) e La resilienza dell’antico. La storia alla prova del presente (Mimesis 2020).

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