“La Repubblica particolare. Pratiche politiche e prassi di governo nella Genova della prima età moderna” di Diego Pizzorno

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Dott. Diego Pizzorno, Lei è autore del libro La Repubblica particolare. Pratiche politiche e prassi di governo nella Genova della prima età moderna, edito da Città del silenzio. Come scrive nell’Introduzione al volume, «Genova “città di cospiratori”, Repubblica sui generis sotto protettorato spagnolo nonostante l’intraprendenza dei suoi banchieri, anzi in parte grazie ad essa: capitale di un piccolo-grande Stato europeo, centro di potere non soltanto sul piano finanziario, ma pure su quello dell’informazione e della diplomazia»: quali peculiarità caratterizzarono il repubblicanesimo genovese?
La Repubblica particolare. Pratiche politiche e prassi di governo nella Genova della prima età moderna, Diego PizzornoForse è bene partire da alcune considerazioni generali, piuttosto che peculiari, magari aggiungendo qualcosa a quanto già si trova nel libro. Il repubblicanesimo di Antico Regime era un concetto, prima ancora che un sistema istituzionale, in via di definizione: come del resto ancora incerta era l’idea di Stato, che nella sua declinazione moderna si andava caratterizzando, fra le altre cose, per un crescente accentramento dei poteri. Questa tendenza centrifuga mise in qualche difficoltà le antiche Repubbliche, che avevano poco da spartire con le odierne, ma che comunque prevedevano una partecipazione collegiale alla pratica di governo. Un rovesciamento istituzionale era una possibilità che non si dava, dal momento che – sino alla Rivoluzione francese – nessuno Stato cambiò radicalmente i propri ordinamenti, pur a fronte di notevoli riforme. Nel caso delle Repubbliche, una certa restrizione dell’accesso alle cariche di potere fu attuata imboccando la via di una organizzazione oligarchica, che tuttavia conteneva il problema della formulazione di criteri di appartenenza al ceto nobiliare da dove sarebbero provenuti gli uomini di governo. È in questo quadro che emergono le peculiarità del repubblicanesimo genovese, la cui classe dirigente spiccava per un certo riottoso individualismo che, nella tarda Età medievale, aveva contribuito al susseguirsi di diverse dominazioni straniere. L’abbandono del Dogato a vita in luogo di quello biennale, e l’apertura – seppur cauta, e non esente da contestazioni e boicottaggi – a nuovi ingressi nella nobiltà cittadina, segnarono due punti di diametrale divergenza rispetto alla Repubblica di Venezia, dove invece i dogi restarono in carica fino alla morte, e la possibilità di entrare nell’aristocrazia fu negata. Scelte che s’attagliavano a un contesto sociale più coeso, e alle esigenze di una Repubblica in stato di pressoché costante belligeranza con il Turco: condizione che rendeva necessaria una guida politica più stabile e duratura. A Genova, dove s’arrivò a redigere una prima costituzione moderna, fu invece possibile mitigare l’accentramento dei poteri; e non soltanto perché, mentre la spada e il cannone venivano progressivamente riposti, o messi al servizio di Madrid, il patriziato locale si stava costituendo in lobby finanziaria fra le più potenti d’Europa. L’instaurazione di un regime oligarchico meno rigido nella sua strutturazione era anche il prezzo da pagare alla signoria “sventata” di Andrea Doria, che pure non doveva aver covato propositi di imporre un principato. Nessuna risultanza archivistica giustifica una simile constatazione: anzi, l’Ammiraglio cercò sempre la via repubblicana, coinvolgendo consorterie d’affari genovesi nel suo progetto oligarchico. Tuttavia, garante dell’alleanza con Madrid, Doria aveva posto la Repubblica di Genova sotto il protettorato spagnolo, facendone uno Stato libero ma a sovranità limitata. Il patriziato genovese cercò sempre di ribellarsi a questo stato di cose, che però dovette presto e sempre accettare, negoziandone le condizioni anche con la signoria sui generis – come infine si configurò – dei discendenti di Andrea Doria, i quali si mantennero vistosamente in disparte dalla vita politica della Repubblica, andando a risiedere fuori Genova, nelle dimore di Pegli e Loano, dove esercitavano la funzione di fiduciari della Corona spagnola per le faccende italiane. Fra questi elementi indubbiamente complessi ma tutt’altro che incomprensibili, con il passare del tempo e per apparente paradosso, la Repubblica di Genova mosse verso una “stretta” propria di tutti gli Stati oligarchici, là dove non tutti i pochi chiamati a esercitare il potere riescono a incidere nell’azione di governo: vuoi per disinteresse, minor rilievo aristocratico, oppure per semplice incapacità. Constatazione empirica, e tuttavia imprescindibile per comprendere la storia della Repubblica di Genova, il cui governo era esercitato da alcuni “pochi fra i pochi” che andavano a comporre un’oligarchia interna all’oligarchia. In altri termini, mentre le cariche istituzionali venivano occupate a rotazione da una parte consistente della nobiltà cittadina, il governo dello Stato era nelle mani di una ristretta cerchia di primi inter pares, secondo una prassi che richiama la paretiana dicotomia tra volpi e leoni. Nel cuore dell’oligarchia genovese, accanto a personalità di eminente legittimazione gentilizia, agivano infatti uomini la cui autorevolezza era giustificata da comprovate capacità decisionali. Si potrebbe perciò parlare di una oligarchia meritocratica, se non fosse che la logica dell’alternanza, con inevitabile frequente ricambio dei primi inter pares, complicava quei bilanciamenti, andando inoltre a compromettere il raggiungimento di un percorso politico condiviso, com’era negli auspici di quanti intendevano garantire alla Repubblica la maggiore stabilità e indipendenza possibili. Del resto, la questione delle nuove nobilitazioni rimase sempre spinosa, perché condizionata dalla contrapposizione fra aristocratici di vecchio e nuovo lignaggio. E i malumori continuarono così ad agitare le acque, facilitando la circolazione di Discorsi, Dialoghi e carte di simile fatta polemica che offrivano materiale eversivo al nemico per antonomasia, il Ducato di Savoia. Tuttavia, spesso sconclusionati e sgangherati, quei dibattiti saranno sempre più facilmente tacitati, e proprio con la misurata astuzia delle volpi paretiane. È il caso del leone Matteo Senarega: un oligarca dalle indiscusse doti politiche, e perciò protagonista di un brillante cursus honorum, culminato nell’elezione dogale, che gli fu consentito soltanto in seguito all’abbandono di certe sue speculazioni politologiche sulle forme di potere repubblicano. L’uomo si vide infatti attribuita la paternità di uno scritto polemico che gli fece pendere sul capo l’accusa di attività sediziosa: imputazione mai formalizzata, e del resto presto fatta cadere, probabilmente quando Senarega si adeguò a una politica di realtà. Quello genovese era insomma un repubblicanesimo quanto mai empirico, continuamente sottoposto alle necessità di uno Stato alle prese con le ingerenze di Madrid, e in complicati rapporti con l’ingombrante presenza dei discendenti di Andrea Doria. In questo, i particolari uomini di governo che andavano a comporre la descritta oligarchia interna all’oligarchia mostrarono mirabili capacità di sopravvivenza politica, specialmente nel corso del Settecento, quando i sistemi repubblicani diventeranno una singolare “eccezione” negli assetti di potere europei.

Quale potere politico avevano i banchieri genovesi?
A Genova molto forte, non foss’altro perché la nobiltà locale era composta in larga misura da banchieri. In sede internazionale, però, il potere politico dei banchieri genovesi non deve essere esagerato. È vero che la distanza fra il negozio degli affari privati e pubblici è spesso minima, e che, nel caso specifico, gli uomini d’affari della Repubblica si rivelarono anche degli abili mediatori politici. Questo, però, avveniva quasi esclusivamente presso la corte di Madrid, dove quei finanzieri erano ben inseriti per via dei noti prestiti concessi ai re cattolici, i quali però – forti della condizione di protettorato sulla Repubblica – non si facevano scrupoli nel dichiarare bancarotta, profittando anche di momenti di crisi interna allo Stato genovese che mettevano ancor più in difficoltà i banchieri. La tracotanza dei sovrani spagnoli evidenzia una situazione di minorità politica e finanziaria che fa vacillare l’assunto storiografico della “simbiosi” fra Genova e Madrid. Del resto, di là dalle bancarotte, la Corona spagnola non mancava occasione per mostrare quali fossero i reali rapporti di forza. Alcune vicende poco studiate, o forse debitamente marginalizzate, lo testimoniano abbondantemente. Basta prendere in esame le vicende dell’annessione di Pontremoli ai territori della Repubblica. In pieno Seicento, l’oligarchia genovese s’era assicurata il possesso di quello strategico dominio dietro lo sborso di una ingente somma di denaro che servì a rimpinguare le casse della Corona spagnola, in quel momento alle prese con un importante sforzo bellico nella Penisola. Ma, cessata in breve tempo l’emergenza militare, Madrid tornò presto sui suoi passi, togliendo Pontremoli alla Repubblica per rivenderla al Granducato di Toscana per una somma talmente irrisoria da risultare insultante, se non spregiativa. Vicissitudini che mettono in luce le debolezze politiche dei banchieri genovesi, i quali avevano finanziato quell’operazione per rafforzare il peso della Repubblica negli equilibri di potere italiani, secondo una logica per cui il buon andamento degli affari dipendeva anche dall’appartenenza allo Stato genovese e alla sua natio, come conviene chiamare le comunità nazionali di Antico Regime. Essere finanzieri di grande levatura internazionale, e nel contempo governanti di uno Stato, consentiva di disporre di qualche margine negoziale di cui s’avvantaggiavano tanto i banchieri quanto la Repubblica. Era, però, un potere piuttosto limitato. Del resto, com’è nell’ordine delle cose, gli uomini d’affari genovesi speculavano anche presso la corte francese: cosa di cui le autorità spagnole erano bene al corrente; tanto che, nella seconda metà del Seicento, avviarono un’indagine sui libri contabili del patriziato genovese. Un atto d’ingerenza tutt’altro che rispettoso delle libertà della Repubblica, ma del tutto aderente alle logiche del protettorato, considerata la sua sostanziale natura di minaccioso avvertimento nei confronti dei finanzieri genovesi, i quali, dal canto loro, è ben difficile ritenere che riportassero nella contabilità ufficiale anche gli investimenti che non rientravano nel sistema di poteri spagnolo. Le sole eccezioni di un qualche rilievo riguardavano li esponenti del patriziato finanziario che facevano brillanti carriere presso la Curia romana; ma, com’è facile intuire, il loro potere politico e diplomatico non dipendeva dalla legittimazione di cittadini della Repubblica. Il protettorato, la minorità politica e anche finanziaria della Repubblica, i problemi della sua organizzazione statuale: elementi che vanno a sfumare il Siglo de los genoveses, un’etichetta storiografica imposta da molteplici operazioni di marketing culturale alle quali gli studiosi si sono prestati con troppa acritica facilità.

Che peso ebbero le cospirazioni nella storia genovese?
Mi spingo a dire decisivo. Per serietà ed effettiva pericolosità, i tentativi insurrezionali di metà Cinquecento – e cioè il golpe di Gian Luigi Fieschi, ma anche il meno studiato piano eversivo di Giulio Cybo – furono episodi di particolare importanza nel consolidamento del sistema oligarchico. Caratterizzati dal proposito di restaurare un assetto di poteri feudale, la natura anacronistica – del resto tale ai nostri occhi – di quei falliti golpe favorì infatti la gestazione della nuova Repubblica di Genova, che difatti ne uscì rafforzata, come spesso accade in questi casi. Ma non meno significative furono le successive cospirazioni che facevano leva sui dissidi interni: sia quando si trattava di congiure “popolari” come quella di Vachero, sia quando le ragioni sono da ricercare nelle insofferenze nobiliari, magari nei confronti della sudditanza della Repubblica a Madrid; anche se la soluzione era poi quella di affidarsi alla dedizione ad altri Stati, come quello francese o sabaudo. Distruzioni, targhe e colonne infamanti: un armamentario propagandistico piuttosto diffuso, e rispondente a una reale e viva preoccupazione nei confronti di un rovesciamento del regime oligarchico. Del resto, i presupposti per una sua riuscita vi erano: almeno sino alla vicenda di Vachero del 1625, che non a caso ricevette il più brusco e pesante trattamento repressivo, convincendo inoltre gli oligarchi a introdurre gli Inquisitori di Stato, i quali contribuirono non poco a far fallire tutti i successivi golpe. Tuttavia, la consuetudine con il fenomeno eversivo, che portava i governi genovesi a dover convivere con una serpeggiante atmosfera sediziosa, portò anche ad utilizzi strumentali delle cospirazioni, in specie quando avevano poco più del chiacchiericcio o dell’accusa mal fondata. Il problema di quella che ho definito “la congiura sempre sventata” fu rovesciato in favore dell’oligarchia genovese, che se ne servì per enfatizzare una certa diffusa e poco edificante immagine di Genova quale “città di cospiratori”: il che sembra avere dell’assurdo, dal momento che una simile nomea gettava discredito sulla Repubblica e sui suoi uomini di governo. In verità, tenere a bada una situazione da “golpe imminente” significava far passare il messaggio che soltanto chi conosceva bene il complicato – e per molti versi realmente incomprensibile – contesto sociale della Repubblica vi potesse mantenere l’ordine. La Genova “città di cospiratori” era insomma una città che sarebbe stato difficile governare, se occupata: tacita argomentazione che probabilmente non dissuase i propositi d’invasione covati dalle corti di Parigi e di Torino, ma che riuscì a silenziare il dissenso interno, anche quando non aveva sfumature insurrezionali. Lo abbiamo visto nel caso di Senarega, ma è possibile constatare l’utilizzo strumentale della minaccia cospirativa in episodi rimasti piuttosto oscuri, come la vicenda del medico Leveratto. Non posso dilungarmi in dettagli; ma quanto affermato trova conforto anche nell’attitudine genovese a rendere gli arcana imperii della Repubblica più arcani che altrove. Del resto, erano i fatti stessi a irrobustire l’immagine della “città dei cospiratori”. Basti pensare alle vicende dei due Raffaele Della Torre: il primo uomo di Stato di un certo spessore, e perciò posto a capo dell’istruttoria che portò a processo Vachero e i suoi accoliti; il secondo – nipote del primo – artefice di una congiura genovese sfociata in burletta. La strategia della Genova “città di cospiratori” sembra confermare la bontà delle politiche portate avanti dalle volpi della ristretta oligarchia oligarchica, incoraggiando inoltre la possibilità di condurre una più vasta e articolata attività di ricerca sul tema.

Diego Pizzorno (Genova, 1982) è autore di numerosi articoli apparsi su importanti riviste storiografiche. La sua attività di ricerca lo ha portato a pubblicare tre monografie, l’ultima delle quali di recente uscita (Una ragione di Stato cattolica. Genova e i papi della controriforma, Tab edizioni, 2022). Impegnato sullo spionaggio e la circolazione di notizie in Antico regime, predilige la storia politica, diplomatica e istituzionale, con particolare riferimento all’antica Repubblica di Genova. Scrive recensioni per la rivista «Società e storia».

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