Il dibattito sul colonialismo russo-sovietico è ancora oggi un tema complesso e controverso. Lo stesso termine “coloniale”, quando applicato all’esperienza sovietica, solleva interrogativi sia di natura storica che interpretativa. Da un lato, ci sono argomentazioni solide per inquadrare la dominazione sovietica delle periferie, incluse le repubbliche dell’Asia Centrale, come una forma di colonialismo, soprattutto se ci riferiamo alle dinamiche economiche, sociali e culturali che hanno caratterizzato l’esperienza sovietica. Dall’altro, questa lettura rischia di essere riduttiva o persino fuorviante, soprattutto se non si tiene conto del livello di inclusione – almeno formale – che queste regioni godevano all’interno dell’URSS. In Asia Centrale, e in particolare in Uzbekistan, il rapporto con il potere centrale di Mosca è stato ambivalente. Da un lato, il regime sovietico ha mantenuto e spesso reiterato molte delle dinamiche tipiche dei regimi coloniali precedenti: lo sfruttamento delle risorse naturali e la costruzione di un’economia estrattiva, l’imposizione di modelli culturali e linguistici, e una gerarchia di potere che poneva la periferia in una posizione subordinata rispetto al centro. Dall’altro, però, il sistema sovietico ha anche offerto spazi di inclusione politica ed economica che possono essere riscontrati in altri “imperi” (altro termine molto controverso) ma che non sono riconducibili a una tipica relazione coloniale. La partecipazione formale delle élite centroasiatiche alle strutture del potere sovietico e il ruolo delle repubbliche come entità dotate di una propria soggettività istituzionale sono elementi che distinguono il colonialismo sovietico da quello classico europeo. Proprio questa ambiguità ha reso il dibattito ancora più acceso dopo il crollo dell’Unione Sovietica. In Russia, la società e il discorso pubblico hanno sviluppato una sorta di allergia verso l’idea che il periodo sovietico possa essere definito “coloniale”. La narrazione dominante in Russia sottolinea piuttosto l’internazionalismo sovietico e l’ideologia di uguaglianza tra i popoli come tratti distintivi, minimizzando o negando il carattere imperialista del progetto sovietico. In Uzbekistan, invece, il discorso post-sovietico ha assunto un tono più articolato e, per certi aspetti, contraddittorio. Da un lato, l’opinione pubblica conserva spesso una valutazione positiva dell’epoca sovietica. Questa percezione è legata in parte al ricordo dello status di superpotenza e alla sensazione di appartenere a una modernità alternativa, distinta da quella occidentale, che includeva i “popoli orientali”. L’industrializzazione, l’alfabetizzazione di massa e le infrastrutture modernizzate sono viste da molti come conquiste tangibili di quell’era. Dall’altro lato, il discorso politico ufficiale dopo il 1991 si è concentrato sulla costruzione di una narrativa post-coloniale. Le élite uzbeke hanno cercato di vittimizzare il proprio passato all’interno dell’URSS, descrivendo il periodo sovietico come un trauma collettivo e insistendo sulla perdita di sovranità e autonomia. Questa rilettura ha avuto lo scopo di legittimare il progetto di costruzione nazionale e rafforzare l’identità uzbeka in contrapposizione alla Russia post-sovietica (con cui la diplomazia ha continuato ad avere rapporti più che cordiali). Questa complessità continua a influenzare il dibattito sia nella regione che al di fuori, contribuendo a rendere l’interpretazione del passato sovietico un argomento vivo e contestato.Quali vicende hanno maggiormente segnato la storia della “repubblica del cotone”?
La storia dell’Uzbekistan sovietico è stata profondamente influenzata da una serie di vicende che hanno segnato non solo il destino della “Repubblica del Cotone,” ma anche il rapporto tra centro e periferia. Un primo evento cruciale è stata la guerra civile in Turkestan, durante la quale il potere bolscevico si impose sulla regione. La lotta per il controllo del Turkestan fu segnata da una forte resistenza locale. Come ha evidenziato Marco Buttino ne “La Rivoluzione capovolta,” l’imposizione del potere sovietico in Asia Centrale non si tradusse in un’autentica emancipazione per la maggioranza autoctona, ma nel ristabilimento del dominio della minoranza russa. In questa prospettiva, la Rivoluzione d’Ottobre non rappresentò una liberazione, bensì una ristrutturazione del controllo imperiale sotto una nuova veste ideologica. Un secondo momento fondamentale fu la creazione della Repubblica Socialista Sovietica dell’Uzbekistan nel 1924, come parte del processo di delimitazione nazionale, e il riconoscimento degli uzbeki come “nazionalità titolare” (ciò comportò alcuni vantaggi, e finì per cooptare e formare le élite politiche locali). Tuttavia, l’autonomia della repubblica era più simbolica che reale, poiché Mosca manteneva un controllo stretto sulla regione e sulla gestione delle sue risorse. Negli anni Venti, le riforme idriche e fondiarie e la collettivizzazione rappresentarono un altro punto di svolta che trasformò radicalmente le campagne uzbeke, distruggendo i tradizionali sistemi di proprietà e organizzazione agricola. Le terre furono confiscate e riorganizzate in fattorie collettive, spingendo inoltre per una maggiore specializzazione produttiva del cotone fino a definire gli estremi della monocoltura. La Seconda Guerra Mondiale segnò un’altra fase di trasformazione. Durante il conflitto, l’Uzbekistan offrì il proprio tributo di sangue e divenne un “fronte interno”, una retrovia strategica per l’Unione Sovietica che accolse fabbriche evacuate dalle regioni occidentali, così come milioni di evacuati. Questo portò a un temporaneo sviluppo industriale e urbano, e favorì un’ulteriore integrazione della repubblica nell’economia sovietica. Dopo la guerra, molte di queste fabbriche rimasero in Uzbekistan, contribuendo a un processo di industrializzazione che, seppur limitato, rafforzò l’immagine della repubblica come una parte vitale dell’URSS. Un altro evento iconico fu il terremoto che colpì Tashkent nel 1966. La distruzione della capitale offrì al regime sovietico l’opportunità di ricostruirla come una vetrina internazionalista del socialismo. Tashkent divenne simbolo della modernità sovietica in Asia Centrale, con nuovi quartieri, monumenti e infrastrutture che proiettavano l’immagine di una città moderna e multiculturale anche all’esterno. Infine, lo scandalo del cotone degli anni Ottanta, una sorta di “Tangentopoli uzbeka” legata alla distorsione nei dati sulla produzione di cotone e la corruzione che serviva a coprirla, rappresentò uno degli episodi più emblematici nella storia della repubblica e un punto di non ritorno che avrebbe accelerato la crisi del sistema.
Cosa rappresentò, per l’Uzbekistan, il cosiddetto “scandalo del cotone”?
Lo scandalo del cotone, la più grande epurazione dell’Unione Sovietica post-staliniana, offre una chiave di lettura per interpretare il crollo sovietico e vedere come la perestrojka abbia cambiato il sistema sovietico nella periferia e nei sui rapporti con Mosca. Nel secondo dopoguerra i pianificatori di Mosca avevano continuamente aumentato la domanda di una risorsa strategica come il cotone, trasformando l’Uzbekistan nel suo principale produttore (comportando gravissime conseguenze sul piano sociale e ambientale). Per il decimo piano quinquennale (1976-1980) era stata stabilita una quota annua produttiva di 6 milioni di tonnellate di cotone grezzo. Soddisfare la crescente domanda di cotone da parte del centro era così una questione vitale per la sopravvivenza delle elite locali e per questo spinse molti funzionari (a qualsiasi livello) a gonfiare i dati produttivi e a coprire queste distorsioni con la corruzione. Queste falsificazioni erano diffuse in tutto il paese e con Brežnev Mosca aveva adottato un approccio morbido che spesso finiva per chiudere più di un occhio. Con Andropov, e successivamente con Gorbačëv, le cose andarono diversamente. La richiesta di moralizzare il sistema e combattere la corruzione, abusi di potere e altri “fenomeni negativi” esasperò una caccia alle streghe a livello locale, finendo per coinvolgere 58.000 funzionari di partito e di Stato – 20.000 dei quali furono incriminati. Questo lungo periodo di epurazioni e di processi penali appare come un episodio relativamente oscuro ma di grande rilevanza storica in quanto rappresenta un momento di forte crisi, e alla fine di rottura, nelle relazioni tra un centro sovietico che pretende risultati irrealizzabili in termini di produzione (e di moralizzazione) e una periferia uzbeka che dopo tanti sacrifici pagati alla causa del cotone si era poi vista negare quel compromesso di autonomia che aveva tenuto in piedi l’URSS. Successivamente, lo scandalo del cotone venne rappresentato in Uzbekistan alla stregua di una repressione ordinata dal centro con un chiaro intento punitivo, Questa narrazione alimentava un sentimento di alienazione e di risentimento verso Mosca ma trascurava spesso il ruolo che le stesse classi dirigenti locali hanno avuto in questo drammatico periodo. Pertanto era stata creata ex post per legittimare una separazione che fino ad allora era stata inauspicata.
Quali dinamiche hanno caratterizzato l’affermazione di un discorso postcoloniale in quella che era una delle repubbliche più fedeli, e dipendenti, del sistema sovietico?
La promozione di un discorso postcoloniale in Uzbekistan è stato un fenomeno prevalentemente post-sovietico con cui Islam Karimov ha distratto l’opinione pubblica da una crisi politico-economica che ha creato insoddisfazione e dissenso nei confronti del nuovo regime. Questa nuova narrazione serviva invece a legittimare il nuovo corso politico del presidente e le sue relazioni con le reti di potere locali e l’opposizione. Il passaggio da comunismo a “Mustaqillik” ha portato alla creazione di una nuova ideologia nazionale basata sui valori dell’indipendenza, che ridefiniva in termini di vendetta e resistenza i rapporti contro gli ex governanti, e legittimava le mitologie nazionali, uzbekizzando il (glorioso) passato e i simboli del “rinascimento dell’Asia centrale”, riscrivendo la narrazione storica – attraverso storiografia, discorso politico, letteratura, libri di testo, monumenti e musei – e rimodellando la memoria per operare una netta rottura con quello che veniva ora presentato come un passato scomodo e con una pesante eredità. In sostanza, si combinava un folklore nazionalista morbido (e non ortodosso) sostenuto dalla retorica del vittimismo uzbeko per mano dei colonizzatori sovietici, per giustificare la rottura con un mondo che aveva dato la forma moderna alla repubblica e per il quale esisteva ancora una profonda nostalgia nella società. In questa narrazione, l’Uzbekistan è stato presentato come una vittima di una serie di politiche sovietiche: in particolare, il sistema di pianificazione economica veniva accusato di aver scatenato la penuria di cibo e di beni di consumo nella repubblica dopo il 1989; la divisione del lavoro che aveva istituito la monocoltura del cotone e la totale dipendenza economica dell’Uzbekistan da essa; le politiche idriche e agricole che avevano prodotto disastri ecologici come la salinizzazione e l’inquinamento del suolo, nonché il prosciugamento del Mare d’Aral. Inoltre, la divisione nazionale veniva indicata come la causa degli scontri interetnici nella valle di Ferghana nel 1989 e negli anni Novanta; le imprudenti aperture verso l’Islam durante la perestrojka come motivo di radicalizzazione di una parte malata della società; la “repressione del popolo uzbeko” durante lo stalinismo e negli anni Ottanta, quando lo scandalo del cotone divenne l’ultima di una serie di repressioni che caratterizzavano un sistema sovietico dipinto come un continuum dal bolscevismo alla perestrojka. Karimov ha costruito un mito anticoloniale attorno al recente trauma dello scandalo del cotone, raccontando l’episodio in termini come “coloniale”, “repressione”, “epurazione”, “terrore”, “nuovo 1937” e persino “genocidio”, in una repubblica che era considerata una delle più fedeli alla causa sovietica e che fino alla fine aveva confermato l’impegno a rimanere in un’Unione rinnovata.
Riccardo Mario Cucciolla è ricercatore presso l’Università di Napoli L’Orientale dove insegna Storia della Russia e dell’Europa Orientale e La Russia nella politica internazionale. Ha curato, con Niccolò Pianciola, Le trasformazioni della Russia putiniana. Stato, società, opposizione (Viella, 2024).




