Dott. Giorgio Zanchini, Lei è autore del libro La radio nella rete. La conversazione e l’arte dell’ascolto nel tempo della disattenzione edito da Donzelli: quali sfide pone alla radio la rivoluzione digitale?
La radio nella rete. La conversazione e l'arte dell'ascolto nel tempo della disattenzione, Giorgio ZanchiniÈ quasi inutile credo soffermarmi sulle conseguenze della rivoluzione digitale, tanto è evidente la sua forza, la sua penetrazione nelle nostre vite. Una persona della mia età, 50 anni, mai avrebbe pensato quando ne aveva venti di poter avere il mondo in tasca, con uno strumento che permette di essere connessi con tutto e tutti 24 ore al giorno, e accedere, piu o meno gratuitamente, ad una quantità di saperi e informazioni difficilmente perimetrabile. Il mondo dell’informazione e della comunicazione è uscito profondamente trasformato dalla rivoluzione digitale, tutti i media sono cambiati in modo radicale, si sono dovuti adattare, e in ultima analisi credo che si siano arricchiti. La radio è pienamente parte della rivoluzione, il digitale ha cambiato il modo in cui si trasmette, si riceve e sono cambiati anche i contenuti. Oggi ascoltiamo la radio attraverso gli strumenti più diversi, ovunque, senza limiti temporali grazie al podcast e allo streaming. I contenuti, siano essi in simulcast o in podcast, sono viralizzabili, si frammentano e vengono distribuiti sui social media, sui social network, hanno quindi una vita più lunga e ramificata che nel XX secolo. Il digitale ha insomma esaltato alcune caratteristiche per cosi dire sempiterne della radio: la prossimità, l’interstizialità, la leggerezza. E la dimensione partecipativa. Intuita, anticipata dai grandi filosofi tedeschi negli anni ’30, e realtà oggi. La radio oggi conosce una socializzazione fortissima, grazie ai social media la partecipazione è cresciuta, si è fatta molto più facile e articolata. Di nuovo, la radio si è arricchita.

Possiamo affermare che la radio si sta dimostrando un mezzo non soltanto resistente, ma persino il più adatto all’età dei social media?
Io credo proprio di si, per le ragioni che provavo a spiegare nella risposta precedente. Tutti i media sono oggi partecipativi, debbono presidiare i nuovi territori, devono stare dove sta il pubblico, i lettori, gli spettatori, gli ascoltatori. E la radio in questo senso ha vita facile, perché è quasi strutturalmente un social network, lo è stata ante litteram, ha anticipato quella dimensione di conversazione collettiva che oggi viene incarnata dai social network.

La conversazione e l’ascolto sono gli elementi centrali del medium più antico dell’era moderna: in che modo ne possono divenire gli elementi di forza?
Questo è un po il nodo centrale del mio saggio. La domanda che c’è dietro è la seguente: è possibile nell’epoca della distrazione, della disattenzione, della connessione costante, la sopravvivenza di una radio di parola, di parlato serio, di ascolto non distratto da troppe notifiche? Non lo so, ci sono ricerche sempre più impressionanti sulla riduzione del nostro tempo di concentrazione e attenzione, però conservo l’illusione che la sfera dell’ascolto, così primaria, così legata all’affabulazione, all’immaginazione, possa resistere. Forse perché ne abbiamo bisogno. Nell’inflazione di informazioni, comunicazioni, notifiche, abbiamo bisogno di mediatori, di conversazione adulta, basata sul raziocinio e la pacatezza? Io credo di si, spero di si, e la radio questa offerta continua a darcela, e deve continuare a farlo.

Il sottotitolo del Suo libro pone l’accento sulla disattenzione: è l’information overload il male del nostro tempo?
Ne accennavo nella risposta precedente. Un saggio recente che ha provocato molte discussioni ha un titolo significativo: I mercanti dell’attenzione. Il nostro tempo libero è oggi quasi aggredito dalle offerte, dalle seduzioni più diverse, e lo smartphone in questo è lo strumento principe. Abbiamo davvero troppe informazioni, troppe notizie, ed è un bene. Io rispetto a quando ero ragazzo ho infinite possibilità di informarmi, approfondire, dalle fonti piuù diverse, in modo molto meno elitario di trent’anni fa. È un bene ma occorre essere all’altezza della sfida, e per esserlo bisogna avere una sorta di information literacy, che può essere costruita a scuola, e la capacità di individuare i filtri giusti, le mediazioni e i mediatori che ti aiutano a orientarti nell’oceano di impulsi, informazioni, pagine, video, audio. Per come la vedo io, i giornali tradizionali, alcune radio, alcuni canali televisivi, e naturalmente tante voci autorevoli sulla rete, sono più che mai necessari per individuare i filtri migliori.

Quali esempi virtuosi di stili e programmi della radio dei giorni nostri propone nel Suo libro?
Cerco di dirlo sin dall’inizio, io ho un bias, una distorsione, forse generazionale, forse di formazione culturale. Fatico ad ascoltare radio commerciali, so che ci sono programmi di buona originalità, fantasia, innovazione, humour, ma troppo spesso è chiacchiera futile e mi sembra di perdere tempo. Parli come una radio privata, è una battuta di radio days di Allen…Anche musicalmente si scopre poco. Altra cosa le radio comunitarie, quelle politiche, quelle universitarie. E quelle pubbliche. Io teorizzo la superiorità delle radio pubbliche, quelle europee ma anche la mitica Npr statunitense. Le radio pubbliche europee sono miniere. Se poi volete che vi racconti io cosa ascolto rispondo: radio1 e radio3, frammenti di radio2, le rassegne di radio Radicale, e poi radio Popolare, radio Vaticana, radio Rock. Il week end faccio una scorpacciata della BBC, la mia radio dei sogni in ultima analisi è radio4. Non so se sia corretto, come fanno alcuni studiosi, definirle radio di contenuto (versus le radio di accompagnamento), di ascolto serio, ma tendo ad ascoltare quei canali dove imparo, mi sorprendo, scopro, o mi diverto in modo non becero.

Quale futuro per la radio?
Luminoso. Scherzo, non lo so. Credo buono. La rivoluzione digitale e in particolare i social network pongono sfide forti alla radio, ne cito due: la funzione identitaria, comunitaria, che tanto importante è stata per la radio – pensiamo alle radio di movimento degli anni ’70 -, è ben assolta dai social. Cosi come l’ascolto della musica, la radio come luogo della scoperta musicale è oggi svolto molto efficacemente da servizi come Spotify, Deaver e potrei citarne decine, che sono audio ma non sono radio. E ancora, la macchian senza pilota, che permetterà al guidatore di fare mille altre cose in macchina. Ma non voglio pensarci. In ultima analisi sono ottimista, perché la radio risponde a bisogni primari, forse quando qualcuno parla alla radio, lo ascoltiamo parlare – la frase non suoni ridicola, l’ho sentita in vari convegni, e si ritrova nelle pagine di molti dei maggiori, a cominciare da McLuhan – risuona la storia universale dell’umanità, risuonano le nostre radici, donne e uomini attorno a un fuoco. E i numeri, i dati d’ascolto sono dalla parte nostra, sembrerebbero dar linfa al mio ottimismo.