La radice del sole. Dieci parole per conoscere meglio il Giappone e noi stessi, Marcello GhilardiProf. Marcello Ghilardi, Lei è autore del libro La radice del sole. Dieci parole per conoscere meglio il Giappone e noi stessi edito da Longanesi: cosa rappresenta per noi occidentali il Giappone?
Il Giappone ha rappresentato per il mondo occidentale (Europa e Americhe) molte cose, almeno dai tempi di Marco Polo, che lo chiamava Cipango e lo immaginava come l’estrema propaggine del mondo abitato oltre il Catai, cioè la Cina. Esso è stato di volta in volta il luogo più esotico da mitizzare; una cultura affascinante e del tutto estetizzata; una terra da evangelizzare; l’insieme contraddittorio di tradizioni spesso stereotipate – come quella dei samurai, delle geisha o dei manga – e dell’estrema modernità; o ancora, specie negli anni Ottanta, il grande concorrente economico degli Stati Uniti per la supremazia globale. In generale, il Giappone è stato incontrato il più delle volte secondo le proiezioni che l’osservatore, il missionario, il viaggiatore, il politico o l’antropologo occidentale portava su di esso. In questo libro ho cercato di elaborare delle tracce in cui l’incontro col Giappone, con l’“altrove” che esso costituisce per noi, non esprima una banale volontà di erudizione, ma sia un’occasione di scoperta, di sorpresa e di riflessione. Il Giappone non è l’orizzonte esotico dell’assolutamente altro, non è neppure un enigma che va risolto, un mistero che attende di essere dipanato. Forse esso esprime in modo inconsapevole il nome di un desiderio: quello che vi siano ancora penombre, riserve di senso mai interamente traducibili, perché è nel tessuto di questi spazi d’incertezza che si dipana una vita non del tutto calcolabile.

Quali sono gli aspetti fondativi della mentalità e cultura giapponesi?
In questo libro, come in altri studi più accademici, ho cercato di mostrare come non sia pienamente corretto pensare a una “mentalità giapponese”, se con questa espressione si intende un insieme di concezioni e atteggiamenti ingessati e fissi nel tempo, che contraddistinguono allo stesso modo tutti i cittadini giapponesi di ogni epoca e luogo. Sarebbe una forma di essenzialismo, eccessiva e indebita. Tuttavia è vero che ci sono delle “linee di tendenza”, dei comportamenti o dei modi di fare che statisticamente e in senso generale contraddistinguono quel popolo in modo marcato e lo distinguono da altri. Per citarne solo alcuni a titolo di esempio: la pluralizzazione dei pronomi personali (ci sono almeno sei modi diversi per dire “io” comunemente usati), a seconda dei contesti e delle persone a cui ci si rivolge; ciò indica come la dimensione relazionale prevalga su quella sostanziale, rispetto a come viene intesa la soggettività. L’assenza di un verbo “essere” che possa venire sostantivato; questo aspetto apparentemente poco importante è stato in realtà decisivo per lo sviluppo di un pensiero non ontologico, a differenza di quanto è accaduto in Europa. Ancora: la visione di una natura come spontaneità processiva, in cui Cielo e Terra si coordinano senza la presenza di un Dio che crea il mondo ex nihilo; ciò significa un tipo di esperienza e di concezione religiosa ben diversa da quelle sviluppatesi nei contesti medio-orientali e occidentali. Infine, l’idea che la globalità sia più importante della singolarità: sia a livello logico (più che tra verità e falsità, l’opposizione è tra globalità e parzialità), sia a livello etico-politico (l’insieme è più importante dei singoli).

Quali comportamenti, oggetti e relazioni sono radicalmente diversi dai nostri?
Uno degli atteggiamenti giapponesi che a un primo sguardo più lasciano attoniti noi europei è la semplicità con cui nella vita dei singoli si intersecano diversi itinerari religiosi: un adagio dice che i giapponesi nascono shintoisti, si sposano cristiani e muoiono buddhisti… In altre parole, e al di là delle mode che certo influiscono per organizzare certi riti di passaggio, in Giappone conta l’ortoprassi (il corretto comportamento) più dell’ortodossia (la corretta opinione, l’adesione a un definito percorso spirituale): si può aderire a più tradizioni religiose senza imbarazzo e senza temere scomuniche o accuse di sincretismo. Diverso è anche il modo di relazionarsi tra colleghi o tra superiori e inferiori sul posto di lavoro: è quasi inconcepibile che un sottoposto parli liberamente ed esprima in pubblico le sue idee – in special modo se dissente su alcune decisioni – ma ci si aspetta che aderisca senza gravi dissensi alle strategie impostate da chi è gerarchicamente superiore. Al tempo stesso, esistono momenti in cui colleghi di diverso “grado” e anzianità si ubriacano insieme, la sera, e in quei momenti a chiunque è lecito dire apertamente ciò che pensa, senza temere in seguito critiche o punizioni.

Quale concetto tra quelli da Lei raccontati esprime meglio a Suo avviso l’alterità giapponese?
Tra i tanti, quello di “natura” (shizen) è senz’altro emblematico. Noi siamo abituati a pensare la natura come l’insieme di esseri viventi o non viventi che non sono creati dall’uomo, e come lo strato di base su cui si costruisce ciò che chiamiamo cultura o arte (anche se questa visione schematica è stata da tempo messa in crisi dalla filosofia e dall’antropologia culturale). In giapponese, shizen significa “ciò che accade da sé”, spontaneità assoluta, ma la si può ritrovare anche in un manufatto artigianale o in un’opera d’arte. Anzi, il capolavoro autentico è proprio ciò che supera la “regola d’arte”, come diremmo noi, e diventa infine davvero naturale. Questo aggettivo supera nella classificazione delle opere anche quello di meraviglioso, di superiore o di divino: il bambino non è mai tanto naturali quanto il maestro di un’arte che raggiunge la piena maturità e l’eccellenza nella propria disciplina. Paradossalmente, per noi europei, nella cultura giapponese si impara a diventare naturali. La natura è quindi al tempo stesso l’origine e l’esito di un percorso, è la grande maestra e il punto di riferimento a cui ispirarsi anche per tutte le faccende umane (questo ovviamente vale per il pensiero tradizionale nipponico: altro discorso andrebbe fatto per ciò che concerne la contemporaneità tecnologica e le politiche energetiche del paese).

Come la cultura giapponese affronta e risolve la dialettica tra Tradizione/Modernità e Singolo/Società?
Ogni cultura presenta sempre una pluralità di stratificazioni simboliche, stratificazioni che spesso entrano in conflitto tra loro. Come tutte le altre, anche la cultura giapponese deve essere intesa come un insieme dinamico di forze che muovono in direzione talvolta simile, talvolta invece molto diversa o addirittura contrapposta. Le coppie polari tradizione/modernità e singolo/società si inscrivono in questa logica: la loro dialettica non si chiude, ma si mantiene in tensione, in modo tale che una tradizione si scopre e si prolunga in quanto la modernità la rinnova e la discute, così come una modernità si scopre soltanto in rapporto a un passato da conservare o viceversa da cui prendere le distanze. In modo analogo, il singolo si scopre tale non in modo originario ma derivato, in relazione al contesto sociale, ai rapporti familiari e di comunità (scolastiche, professionali, politiche, urbane); e la società è organismo di individui, non semplice somma di singolarità. Queste caratteristiche, che in generale possono valere per ogni cultura e ogni latitudine, in Giappone assumono una tonalità peculiare, per il fatto che la modernità, o meglio l’attualità dell’epoca contemporanea (gendai) è una nozione emersa a partire dall’incontro con il mondo occidentale; e nei decenni della grande apertura all’Occidente, tra il 1860 e il 1920, uno dei motti era “tecnica occidentale, spirito giapponese”, a testimonianza di un tentativo – spesso difficoltoso e avversato – di coniugare lo spirito della tradizione con le innovazioni provenienti dal procedere incalzante della Storia mondiale. Per ciò che riguarda il rapporto tra singolo e società, spesso la tensione non si risolve, nel senso che alcuni individui sentono in modo estremo il peso dei dettami sociali e faticano a reggere la pressione. Nella maggior parte dei casi, per fortuna, resta un equilibrio dinamico tra esigenze soggettive e riconoscimento della priorità da dare alla società, specialmente nella fase “produttiva” della vita, tra i 25 e i 65 anni.

Come ha scelto i termini che costituiscono il Suo lessico?
Tra l’ampia gamma di nozioni che ho studiato e che si potevano portare come esempi, o che si potevano prestare a illustrare alcuni caratteri del complesso e variegato mondo giapponese, ho scelto quelli che a mio giudizio ne mostrano la complessità e la dinamicità interna, quelli cioè che presentandosi come coppie polari – e non contraddittorie – possono aiutare il lettore a non incorrere da subito in una visione piatta e monocroma del Giappone. Diritto e rovescio, tradizione e modernità, singolo e società, naturale e artificiale, forma e sostanza sono termini che né si escludono a vicenda, né si dispongono su un unico piano uniforme. Mi interessava infatti far capire già dall’indice le tensioni interne di una cultura come quella giapponese, che non è affatto lo stereotipo con cui viene identificata, ma che è plurale e dinamica, luogo di contrasti e composizioni.

Quali rischi sono insiti nelle categorie che adottiamo per avvicinare il mondo giapponese?
Questo avvicinamento deve affrontare un duplice rischio: da un lato, un’assimilazione forzata ai concetti occidentali – anche da parte degli intellettuali giapponesi, per esempio, che riformulano le intuizioni della propria tradizione secondo le categorie europee – e, dall’altro, l’illusione che tali intuizioni, incasellate entro una cornice europea, possano portare al superamento immediato delle difficoltà o di certi dualismi (spirito-materia, soggetto-oggetto, autore-pubblico) propri del pensiero occidentale. Bisogna tenere presente che solo in contatto con la speculazione europea alcune questioni hanno assunto consistenza anche in seno al pensiero giapponese e hanno iniziato a esercitare la loro seduzione teorica. D’altra parte, come insegnava il grande antropologo francese Claude Lévi-Strauss, l’umano non si realizza in modo neutro o astratto, ma avviene nella varietà di culture, lingue, credenze, abitudini che ricordano come non sia possibile osservare e comprendere il mondo attraverso un unico punto di vista. Ogni identità culturale è un fenomeno di ibridazione, è un movimento relazionale e interculturale, che vive in un ritmo alternato di apertura e chiusura. Una cultura può riflettersi e scoprirsi in virtù di un’esteriorità con cui si confronta, che le rimanda un’immagine di sé.

Bisogna quindi guardarsi sia da ogni assimilazione forzata a sé, alle proprie categorie, che diventano l’unico criterio di significanza anche per l’altro, ovvero da ogni forma più o meno velata di eurocentrismo; sia dall’estremo opposto dell’esotismo, una forma mentale spesso più subdola e ammantata di buoni sentimenti, che vede dell’altro (il Giappone, in questo caso) solo aspetti positivi, idealizzati, sganciati dalla realtà concreta delle sue trasformazioni e delle sue pluralità interne. Anche le categorie che impieghiamo per accostare una cultura altra, per quando scelte in modo responsabile ed oculato, possono risultare ingannevoli se si ergono a criteri ultimi e definitivi che “incasellano” l’alterità in griglie concettuali. Bisogna saper tradurre esperienze e nozioni, senza la pretesa della perfetta aderenza o della definizione priva di residui e di sfumature o adombramenti. Mi piace ricordare il modo in cui Umberto Eco terminava il suo libro sulla traduzione (Dire quasi la stessa cosa, 2003): “Se consultate qualsiasi dizionario vedrete che tra i sinonimi di fedeltà non c’è la parola esattezza. Ci sono piuttosto lealtà, onestà, rispetto, pietà”.

Marcello Ghilardi (Milano 1975) è professore associato di Estetica all’Università di Padova. È membro fondatore del gruppo di ricerca internazionale Mushin’en, che unisce docenti e ricercatori di università europee e giapponesi impegnati nell’elaborazione di un pensiero interculturale. Tra i suoi libri più recenti: Il vuoto, le forme, l’altro (2014, nuova ed. 2017); L’estetica giapponese moderna (2016); La filosofia giapponese (2018); La radice del sole (2019).