Dott.ssa Benedetta Saglietti, Lei è autrice del libro La quinta sinfonia di Beethoven recensita da E.T.A. Hoffmann. Nel regno dell’infinito edito da Donzelli: quali vicende compositive accompagnarono la nascita della Quinta sinfonia?
La quinta sinfonia di Beethoven recensita da E.T.A. Hoffmann. Nel regno dell’infinito, Benedetta SagliettiLe opere di Beethoven nascevano di solito con una lunga gestazione e attraverso un lavoro simultaneo su più opere. Sul finire dell’estate 1808 la Quinta Sinfonia era sostanzialmente pronta. Beethoven rivedette numerosi dettagli (continuando nelle revisioni anche dopo la prima esecuzione), contrattandone la vendita con Breitkopf & Härtel. I suoi editori dovevano estrarre dal manoscritto le singole parti per renderla eseguibile dall’orchestra.

Iniziarono però anche i problemi. Dal marzo precedente di quell’anno Beethoven attendeva da Joseph Hartl, consigliere di corte e direttore del Theater an der Wien, il permesso per dare un concerto pubblico a proprio beneficio, permesso che tardava ad arrivare. Ottenne finalmente la data del 22 dicembre 1808.

Giorno infelice: durante l’Avvento le opere liriche erano vietate e la concorrenza si faceva particolarmente agguerrita. Preso dal desiderio di fare una bella figura, Beethoven aveva poi aggiunto un brano all’ultimo minuto e, ciliegina sulla torta, i musicisti non avevano provato abbastanza.

Insomma, nella grande accademia (questo il nome dei concerti all’epoca) durante la quale fu eseguita per la prima volta la Quinta Sinfonia, tutto, ma proprio tutto, sembrava fosse destinato ad andare per il verso sbagliato.

Come venne accolta dal pubblico?
Nonostante fossero già stati “vaccinati” dalla Terza, né il pubblico né i critici erano preparati a una novità dirompente come quella della Quinta Sinfonia. L’orizzonte di ascolto di chi era in sala da concerto era calibrato su composizioni ben più semplici. Gli studi sulla recezione musicale provano attraverso dei resoconti scritti a ricostruire come critica e pubblico ascoltassero la musica in una data epoca e quali fossero le loro attese. L’attenzione nei confronti dell’evento però ci fu, e molta, com’era consuetudine nel frizzante e vivacissimo ambiente concertistico viennese dell’epoca. Elementi non musicali, come il freddo di quella sera, contribuirono a rendere ancora più tiepida la ricezione.

I critici, specie quelli più esigenti, non negarono una certa delusione per l’accademia nel suo complesso. In particolare, per via di un errore degli interpreti, Beethoven li costrinse a ricominciare da capo la Fantasia corale e questo infastidì chi era lì per giudicare l’esecuzione. All’epoca la critica musicale non dava largo spazio a un’esecuzione dal vivo: a un evento effimero non veniva data molta importanza. Prediligeva, invece, la recensione della partitura (o, come in questo caso, della trascrizione) destinata a restare nelle librerie degli appassionati e nei cuori di chi a casa poteva eseguirla per il proprio e altrui diletto. (Il mio libro contiene la traduzione dal tedesco di entrambe le recensioni: quella sintetica del concerto e quella dettagliata della partitura). In passato, in assenza della riproduzione meccanica della musica, le composizioni non si potevano che conoscere ed amare in questo modo…

Quale ruolo ebbe Ernst Theodor Amadeus Hoffmann nel determinare le sorti di quest’opera?
Il primo recensore (anonimo) dell’esecuzione dal vivo era abbastanza perplesso e aveva messo le mani avanti. Si riservava in seguito la possibilità di cambiar idea in merito a quanto aveva ascoltato: gli pareva chiaro che fosse stata soprattutto una serata storta. Il direttore della Rivista generale di musica, Rochlitz diede quindi una seconda possibilità alla Quinta Sinfonia chiedendo a E.T.A. Hoffmann, a quel tempo praticamente ancora sconosciuto, di recensirla. Hoffmann ricevette le parti orchestrali e la trascrizione per pianoforte a quattro mani, se la lesse allo strumento e dopo qualche mese consegnò la celebre recensione (mai tradotta prima in italiano nella sua veste integrale) gridando, letteralmente, al capolavoro. Da quel giorno si può ben dire che la Quinta Sinfonia non smette di conquistare i cuori e le orecchie degli ascoltatori.

Chissà come sarebbe stata la vita e la carriera di Hoffmann se non avesse mai avuto modo di recensire questo capolavoro…

Cosa rende straordinaria la Quinta sinfonia di Beethoven e cosa la differenzia dalle precedenti?
Sintetizzato in pochissime parole: la Quinta Sinfonia si stampa nella memoria degli ascoltatori soprattutto grazie al suo motto incisivo iniziale. C’erano stati inizi così eclatanti, prima? Ci sarebbero molti esempi da fare. Ne ho scelti due: l’attacco della Sinfonia “rullo di timpani” (n. 103) di Haydn (risalente al 1795).

Magnifico, no?

Oppure all’inizio della Sinfonia KV 183 (anno 1773) di Mozart e forse, non a caso, citata da Beethoven in una sua opera.

Niente di così icastico come la Quinta. Una Sinfonia, poi, che comincia su una pausa (di croma)?

La musica è il frutto dell’ingegno dell’uomo o della donna e del loro spirito, quindi non la chiamerei “prodotto”, neanche in senso lato. Tuttavia, la Quinta Sinfonia è iconica: è riconoscibile come un logo o un marchio di fabbrica: è come l’ex libris che messo sul frontespizio di un’opera identifica univocamente il proprietario con quell’immagine (sonora, in questo caso). Se domani scomparisse tutta l’opera di Beethoven e restasse solo quel motto iniziale della Quinta, troveremmo la sua essenza condensata in quelle tre note (e nella pausa iniziale). E continuerebbe a rendere riconoscibile il suo creatore.

Il libro contiene anche un dialogo tra Lei e Riccardo Muti: in che modo il Maestro ha legato il suo nome a Beethoven?
Sin dalla prima esecuzione integrale delle Sinfonie beethoveniane con la Philadelphia Orchestra fino a quella con la Chicago Symphony Orchestra, di cui è direttore musicale (la magnifica Nona registrata nel 2015 ha ormai totalizzato più di ventitré milioni di visualizzazioni nel momento in cui stiamo scrivendo), il Maestro Riccardo Muti ha voluto legare il suo nome a Beethoven. Se l’inizio del Novecento, complice il centenario della morte (1927), aveva segnato un picco della fama del compositore di Bonn (anche con voci contrarie e discordanti, ovviamente, non dimentichiamo l’odio dei futuristi, ad esempio, per i quali Beethoven era la tradizione da smantellare), sul finire di quel secolo le esecuzioni delle sue opere erano, almeno in Italia, in calo. Per darvi il polso della situazione: il celebre Gianandrea Gavazzeni, direttore d’orchestra, compositore, musicologo e critico musicale mandava in libreria una raccolta di saggi intitolata Non eseguire Beethoven (Milano: Il saggiatore, 1974).

Sorprendentemente, infatti, tutte le Nove Sinfonie erano risuonate al Teatro alla Scala per l’ultima volta nel 1952: le aveva dirette Victor de Sabata (Carlo Maria Giulini si era invece fermato negli anni ’80 all’Ottava) e, ancor prima, bisognava risalire fino agli anni ’40 e a Toscanini. Nella stagione sinfonica 1997/1998 Riccardo Muti riportò alla Scala tutte le Nove Sinfonie in un ciclo memorabile, trasmesso ovviamente anche in televisione (cfr. Enrico Regazzoni, la Repubblica, Beethoven l’immenso). Il palinsesto televisivo fu modificato per dare il giusto rilievo a quest’esecuzione integrale che fece certamente epoca. È così che Beethoven è entrato nella mia vita.

Benedetta Saglietti (https://benedettasaglietti.com/) è dottoressa di ricerca in storia moderna, storica della musica, esperta di iconografia musicale. Il suo primo libro Beethoven, ritratti e immagini (EDT-De Sono 2010) ha riscosso un grande successo di critica. Sul versante beethoveniano in seguito ha curato Una visita a Beethoven di De Vienney (La Scuola di Pitagora, 2014) e ha poi contribuito al catalogo della grande mostra Ludwig van. Le mythe Beethoven (Gallimard 2016) organizzata alla Cité de la musique, Philharmonie de Paris. A quattro mani ha co-curato con Giangiorgio Satragni, la nuova edizione dello Strawinski, di Alfredo Casella (Castelvecchi, 2016), prima biografia del compositore russo. Il suo progetto multimediale sul Pierrot lunaire di Schönberg, concepito assieme a Valentina Manchia e basato sul lavoro del graphic designer francese Massin, ha debuttato a Verbania, nell’ambito del rinomato Stresa Festival. Si è interessata, inoltre, della relazione tra musica e colore e dei radiodrammi di Glenn Gould e ha condotto, tra Germania e Italia, uno studio sulla rappresentazione autobiografica e sui viaggi dei musicisti di lingua e cultura tedesca. È attiva come critica musicale e lavora come digital strategist.

NON PERDERTI LE NOVITÀ!
Iscriviti alla newsletter
Iscriviti
Niente spam, promesso! Potrai comunque cancellarti in qualsiasi momento.
close-link