La punteggiatura italiana contemporanea. Un'analisi comunicativo-testuale, Angela FerrariProf.ssa Angela Ferrari, Lei è autrice del libro La punteggiatura italiana contemporanea. Un’analisi comunicativo-testuale edito da Carocci: qual è lo stato di salute della punteggiatura nella lingua italiana contemporanea?
Tengo a precisare prima di tutto che La punteggiatura italiana contemporanea è un libro collettivo, scritto in collaborazione con Letizia Lala, Fiammetta Longo, Filippo Pecorari, Benedetta Rosi, Roska Stojmenova. Non per questo è però una miscellanea eterogenea; si tratta di un volume molto compatto, che sviluppa una concezione unitaria della punteggiatura elaborata da tutti noi per ben tre anni nel quadro di un progetto di ricerca finanziato dal Fondo Nazionale Svizzero per la Ricerca Scientifica.

Ma veniamo alla domanda sulla salute dell’interpunzione odierna. La risposta è facile: la punteggiatura italiana non è mai stata così bene. I sintomi della sua vitalità sono tanti e diversi. Va detto anzitutto che – anche nelle sue realizzazioni standard, vale a dire nelle manifestazioni considerate come corrette dagli scriventi colti – ha avuto la capacità di cambiare e trasformarsi nel tempo, il che è un grande segno di solidità. In secondo luogo, e in prospettiva sincronica, ha mostrato di sapersi adattare alle diverse varietà linguistiche: un conto è la punteggiatura dei testi scientifici; un altro conto è quella dei giornali; ancora diversa è la punteggiatura del linguaggio normativo; senza parlare, poi, dei suoi usi nella comunicazione mediata dalla rete. Un altro segno della sua vitalità è il fatto che si sta guadagnando grandi spazi di autonomia. Non è oramai più – com’era nel Settecento, e prima – un’ancella della sintassi, destinata solo a chiarire e a disambiguare. Ha finalmente acquisito una grande potenza semantica, anche fuori dal campo della letteratura.

Come si sviluppa l’approccio comunicativo-testuale del Vostro studio?
Come è noto – anche sull’onda della pratica quotidiana della scrittura mediata dalla rete – è oramai una quindicina di anni che tutti parlano e scrivono di punteggiatura: alcuni a proposito, molti a sproposito. Sullo sfondo di questo dato, e forti di una ventina d’anni di riflessione sulla scrittura contemporanea, ci siamo prefissi l’obiettivo di fare chiarezza, chiedendoci quale fosse la vera funzione della punteggiatura. Il primo passo fondamentale è stato quello di smontare quanto dicevano le grammatiche: basandoci su un ampio corpus di testi reali, e grazie a una serie di prove e controprove, abbiamo mostrato che in italiano la funzione primaria della punteggiatura non sta né nell’introdurre pause e intonazioni nel testo né nel mettere in scena la struttura sintattica delle frasi. La correlazione che a volte è dato riscontrare tra punteggiatura e prosodia di lettura, le regolarità sintattiche che a volte si possono osservare sono in realtà effetti secondari di una funzione primaria che è altra. Le nostre ricerche hanno mostrato che il vero obiettivo della punteggiatura consiste nell’offrire al lettore istruzioni su come costruire l’architettura semantica del testo. La punteggiatura partecipa pienamente a costruire il significato del testo: a volte lo fa in collaborazione con il lessico, a volte intrecciandosi con la sintassi, a volte da sola. Comunque sia, il suo ruolo nella comunicazione non è cosmetico, è sostanziale.

Quali funzioni assolve la punteggiatura contemporanea?
Come ho detto, la punteggiatura ha una funzione propriamente comunicativa: essa contribuisce a definire il significato del testo e la sua organizzazione. Ci sono più precisamente due tipi di punteggiatura. Da una parte c’è la punteggiatura che segmenta il testo nelle sue unità costitutive e le gerarchizza: appartengono a questo tipo il punto, il punto e virgola, la virgola, i due punti, le lineette, le parentesi, la lineetta singola; dall’altra parte vi è la punteggiatura che arricchisce le unità del testo, introducendo contenuti impliciti, segnalando cambiamenti di voci o veicolando valori illocutivi come la domanda, l’ordine: fanno parte di questa classe di segni interpuntivi i puntini di sospensione, il punto interrogativo, il punto esclamativo, le virgolette.

Nel nostro volume abbiamo passato in rassegna tutti i segni interpuntivi più importanti, definendo le loro funzioni fondamentali, funzioni che abbiamo sempre riccamente illustrato con esempi rappresentativi. Il tipo di prosa su cui abbiamo ragionato è essenzialmente la prosa cosiddetta funzionale: la scrittura letteraria richiede infatti un tutt’altro approccio, e può essere affrontata, nella sua creatività, solo quando si sia chiarita la funzione standard della punteggiatura. Detto questo, è difficile resistere alla seduzione del bello… e a volte ci siamo permessi di pescare nel mare della letteratura, sempre però denunciando lo scarto qualora ci fosse.

Quali interazioni esistono tra sintassi e punteggiatura?
Nella nostra prospettiva comunicativo-testuale, la sintassi e la punteggiatura sono due dispositivi linguistici che concorrono a costruire il significato del testo. Nel fare questo, essi possono lavorare in sintonia, come quando il punto chiude una frase autonoma o la virgola marca la coordinazione, oppure in modo contrapposto: ciò succede per esempio quando il punto fermo o i due punti spezzano la struttura sintattica di una frase coesa, come in La vidi arrivare elegante. E bellissima.

È proprio negli spazi in cui la punteggiatura “lavora” da sola che se ne misura tutta la sua potenza semantica. Un punto può mettere in rilievo denunciando un’emozione; può creare ironia; può invertire l’argomentazione (Il presidente finalmente ha parlato. Troppo); può fare tantissimo. Il limite è il buon gusto e la non esagerazione. Come tutti i meccanismi stilistici, se li si ripete troppo, finiscono per svuotarsi di senso.

Alla luce di questa concezione della punteggiatura e del suo inter-gioco con la sintassi, diventa più chiaro anche il concetto di errore interpuntivo. È sbagliata solo la punteggiatura che crea valori testuali che non sono in sintonia con l’obiettivo del discorso. Altro non si può dire. Si può mettere una virgola tra soggetto e verbo? Dipende se il soggetto precede o segue il verbo; se è semanticamente pesante o no; se costituisce o meno il tema della frase ecc. Dipende, insomma, se ci sono o meno ragioni testuali che conducono a trattarlo come un’unità informativa autonoma rispetto al resto della frase: se questo è il caso, la virgola è benvenuta.

Quali usi si sono imposti per la virgola?
Come ci insegna Raffaele Simone, ci sono due tipi di virgole: la virgola seriale – quella delle coordinazioni e delle enumerazioni – e la virgola che apre e chiude – quella degli incisi, delle relative appositive, delle apposizioni, degli elementi circostanziali ecc. –. La loro concentrazione quantitativa dipende dallo stile: ce ne sono poche nello style coupé, quello stile costituito da frasi brevi; ce ne sono molte negli stili sintatticamente più distesi, costruiti con periodi lunghi. In quest’ultimo caso emerge, negli ultimi anni, un fenomeno molto interessante, che non riguarda solo l’italiano: la virgola tende a occupare quegli spazi che spetterebbero a segni interpuntivi di livello superiore, punto, punto e virgola, due punti. Gli inglesi hanno parlato di virgola splice; in Italia, con Elisa Tonani, si è parlato di virgola passepartout. L’effetto è quello di una prosa che si costruisce per aggiunte locali, un comunicare a cascata, che non tira mai il fiato. È uno stile particolarmente adeguato quando si tratta di riportare la parola altrui, come nelle interviste o nel discorso diretto. Ma pian piano cominciamo a trovarlo anche in scritture non polifoniche come quella della saggistica umanistica e dell’articolo di fondo giornalistico. Ne esce uno stile ampio, legato, che fa da controcanto allo stile spezzato a cui ci hanno abituati i giornali sin dagli anni Ottanta.

Il punto e virgola sta lentamente scomparendo dall’uso quotidiano: quali le ragioni e quale invece l’importanza di questo segno?
La sfortuna del punto e virgola è che sta nel mezzo. Non, però, nel senso che delimita unità testuali intermedie rispetto a quelle marcate dal punto o dalla virgola – nel qual caso difficilmente potremmo rinunciarvi –, ma nella misura in cui può fare sia il lavoro del punto sia il lavoro della virgola. Sostituirlo è dunque facile.

Non so quale sarà, a lungo termine, il suo destino. Una cosa è tuttavia certa: nella scrittura controllata, poniamo quella dei saggi, il punto e virgola è una importante risorsa, perché aiuta a mettere in scena la testualità in modo più trasparente, in particolare nei luoghi in cui vi è forte complessità logica e tematica. È inutile fondare, come hanno fatto in Francia, dei comitati per la salvaguardia del punto e virgola; non si può sostenere il punto e virgola in astratto: quello che bisogna fare è continuare a frequentare una scrittura di ampio respiro sintattico. Scegliendo questa, si salverà quello.

Come vengono gestiti gli incisi del discorso?
Dicevo, in precedenza, dell’opposizione tra uno stile spezzato, costruito per giustapposizione di frasi brevi, e uno stile sintatticamente più disteso, che fa ricorso a periodi ampi. Questo secondo stile negli ultimi decenni è cambiato: non siamo più di fronte a periodi zeppi di subordinate incassate le une nelle altre fin a raggiungere gradi elevati; il nuovo periodare ampio tende piuttosto a essere costruito grazie alla paratassi e alla presenza di incisi. Gli incisi sono dunque dispositivi sintattico-testuali in forte espansione. Questo spiega il successo che hanno oggigiorno le parentesi e le lineette.

Come mostriamo nel libro, parentesi e lineette doppie non stanno tuttavia in un vero rapporto di sinonimia: le lineette possono fare il lavoro delle parentesi – creare un testo nel testo – oppure il lavoro delle virgole che aprono e chiudono, cioè semplicemente segnalare un’informazione non particolarmente dinamica dal punto di vista informativo. E qui sta tutta la difficoltà. Quando è sintatticamente complessa, la scrittura contemporanea è caratterizzata da un intreccio di gerarchie di portata e di profondità diversa. Scrivere bene vuol dire gestirle in due modi: gestirne la sostanza, sapendo quando esse sono veri e propri incisi o semplicemente informazioni poco dinamiche dal punto di vista comunicativo; e gestirne la forma linguistica, riuscendo a capire se è meglio una coppia di parentesi, una coppia di lineette o una coppia di semplici virgole.

In che modo l’avvento del web e delle tecnologie digitali sta modificando l’uso della punteggiatura?
Difficile dire quando e quanto la punteggiatura della rete modificherà la punteggiatura standard: quello che è certo è che la scrittura mediata dal computer ha un’interpunzione tutta sua. Prima di tutto, ha dei concorrenti pericolosissimi, e cioè le emoticon e gli emoji: in interventi e enunciati che finiscono con questi due segni la punteggiatura è infatti inutile. In secondo luogo, si riscontrano parecchi stravolgimenti. In questo tipo di scrittura è fortemente in crisi la punteggiatura segmentante, quella che articola il testo nelle sue unità costitutive: punti, punti e virgola e due punti sono davvero scarsi; sopravvive la virgola ma negli usi indeterminati di cui parlavo sopra. Va invece a gonfie vele la punteggiatura interattiva, come i puntini di sospensione, il punto interrogativo e il punto esclamativo: si pensi sia alla loro frequenza sia alla loro moltiplicazione. Questa contrapposizione non è casuale: più che alla testualità – alle sue unità e alle loro gerarchie – la scrittura mediata dalla rete è attenta al rapporto immediato con l’interlocutore: non ci stupisce dunque che sia ignorata la punteggiatura segmentante e che siano al contrario prediletti i puntini di sospensione, che ammiccano al destinatario, e i punti interrogativo ed esclamativo, i quali sollecitano direttamente la reazione dell’interlocutore, chiedendogli di dire, di fare o di partecipare emotivamente.