La procreazione assistita nel paradigma costituzionale, Lorenzo ChieffiProf. Lorenzo Chieffi, Lei è autore del libro La procreazione assistita nel paradigma costituzionale edito da Giappichelli: quale rilevanza costituzionale assumono il desiderio di maternità e di genitorialità da parte delle coppie?
L’impiego delle pratiche di fecondazione assistita coinvolge una pluralità di valori costituzionali che caratterizzano una Costituzione di impostazione personalista. Il desiderio di appagare il bisogno di genitorialità, da parte di chi si rivolge alla medicina, dovrà quindi essere bilanciato con i molteplici interessi che coinvolgono i vari protagonisti della relazione terapeutica: dal diritto alla salute della donna, al diritto alla riservatezza del donatore di seme (in caso di fecondazione eterologa), al diritto del nascituro ad acquisire uno status familiare stabile. L’esercizio della libertà di scienza, nelle sue concrete prassi applicative, che apre oggi ad opportunità un tempo sconosciute, dovrà pertanto essere svolto in coerenza all’impostazione garantistica del nostro disposto costituzionale che pone l’uomo, la sua autonomia, la sua dignità, al centro della sua attenzione, soprattutto se, come, il minore, ha diritto ad una particolare protezione in considerazione della sua fragilità.

Quali questioni eticamente sensibili sono richiamati dalla procreazione medicalmente assistita?
Il ricorso alla medicina della riproduzione induce ad affrontare numerose questioni eticamente sensibili in grado di incidere sugli ambiti di tutela della vita nascente e sugli sviluppi del rapporto relazionale tra gestante e nascituro, indipendentemente dalla possibile affinità genetica con entrambi i componenti, eterosessuali od omosessuali, della coppia interessata.

Per quanto riguarda il primo profilo della questione è indubbio che l’affermazione, secondo talune dogmatiche religiose, come quella cattolica, della soggettività dell’embrione, sin dal momento della sua fecondazione, al punto da essere equiparato ad una persona, metterebbe in discussione la legittimità di una pratica riproduttiva che implica la produzione di più embrioni, taluni dei quali verrebbero ad essere inevitabilmente scartati, perché soprannumerari, dopo che la coppia abbia soddisfatto l’obiettivo di genitorialità. Da qui, l’altro dilemma etico, relativo all’utilizzabilità di questi embrioni eccedentari e precedentemente crioconservati, per realizzare una sperimentazione, attraverso il prelievo di loro cellule, per avviare protocolli terapeutici utili alla cura di malattie degenerative di cui fossero affetti altri pazienti.

Non meno rilevante, sotto il profilo etico, è il ricorso, per ora proibito in Italia, alla pratica della gestazione per altri. Ad un possibile sfruttamento del corpo femminile, con riguardo a colei che decidesse di offrire il proprio utero per consentire ad altri di soddisfare il desiderio di genitorialità, verrebbe ad aggiungersi anche un probabile danno psicologico del minore che, dopo essersi relazionato per nove mesi con la madre portatrice, verrebbe da questa separato per essere affidato a genitori committenti. Il ricorso da parte delle coppie, eterosessuali o omossessuali maschili, al cd. turismo procreativo, nei Paesi ove tale pratica è possibile (ad es. Canada, India, Ucraina, Portogallo, USA, ecc.), pone l’ulteriore tema della sorte dei bambini, di cui si chiede la trascrizione del loro (regolare) certificato di nascita nei registri italiani dello stato civile.

Quali vicende hanno contrassegnato l’elaborazione di una regolamentazione legislativa per la medicina della riproduzione?
Il pericolo di una caotico incedere dell’applicazione di questa pratica medica, che aveva condotto ad una sorta di Far West, ove avevano la meglio gli straordinari interessi economici di laboratori che si erano dedicati al suo impiego, con tutte le conseguenze per la salute della donna e lo status familiare del nascituro, è stata certamente la molla che ha indotto il legislatore italiano, con grande ritardo rispetto agli altri Parlamenti europei, a regolamentare finalmente il suo impiego. Tale disciplina introdotta nel 2004, con la legge n. 40, nonostante i molteplici limiti immediatamente evidenziati, ha consentito di assicurare un ambito di protezione a tutti i soggetti coinvolti dall’impiego di questo rimedio medico alla sterilità e infertilità di uno dei componenti della coppia.

In che modo la giurisprudenza ha colmato tale situazione di vuoto legislativo?
Fondamentale è stato l’impegno profuso dalla giurisprudenza, di ogni ordine e grado, per rimediare al vuoto legislativo e, in seguito all’approvazione della legge, risultata immediatamente eccessivamente pervasiva e limitativa delle opportunità offerte dalla scienza medica, per disapplicarne o annullarle alcune sue parti. Per quanto riguarda i giudici di merito, mi riferisco alle molteplici ordinanze con le quali, pure sospendendo l’applicazione di parti della legge (con riguardo al divieto di selezione preimpiantatoria), si consentiva l’accesso alla fecondazione assistita anche alle coppie fertili, ma portatrici di gravi malattie genetiche trasmissibili alla progenie. Non meno significative sono state anche le pronunce di quei giudici che, in presenza di una maternità surrogata svolta all’estero, hanno posto attenzione al best interest of the child, per consentire la prosecuzione della loro relazionalità con i genitori committenti, così da consolidare lo status familiaris ormai acquisito grazie alla legge straniera, evitando di aggiungere, con l’affidamento ad altra coppia affidataria, ulteriori traumi a quello già determinato dalla separazione, alla nascita, dalla madre portatrice.

Quali diversi interventi censori da parte del giudice costituzionale hanno sancito l’inadeguatezza dell’elaborazione normativa vigente?
Proprio grazie alle sollecitazioni provenienti dai giudici di merito, che avevano rilevato evidenti profili di incostituzionalità della legge n. 40, la Consulta è giunta ad adottare le diverse sentenze di accoglimento (151/2009; 162/2014; 96 e 229/2015) con le quali sono stati annullati i divieti: di procedere alla creazione di non più di tre embrioni (tutti da impiantare, in un’unica soluzione, nell’utero materno); di fecondazione eterologa; di selezione preimpiantatoria per evitare un successivo, e inevitabile, ricorso alla interruzione volontaria della gravidanza. Il ripetuto intervento del giudice costituzionale costituisce conferma di una incapacità del nostro legislatore ordinario di intervenire su materie particolarmente tecniche che avrebbero richiesto una regolamentazione più duttile, facoltizzante, mite, per principi, dando così spazio al soft law (D.M., Linee guida, Protocolli, Buone pratiche cliniche, norme deontologiche) certamente più adatto ad assecondare il veloce incedere delle conoscenze scientifiche, in questo comparto della ricerca biomedica.