“La prefettura di Antemio e l’Oriente romano” di Simone Rendina

Dott. Simone Rendina, Lei è autore del libro La prefettura di Antemio e l’Oriente romano pubblicato dalle Edizioni ETS: quali vicende segnarono la vita e la carriera di Antemio?
La prefettura di Antemio e l’Oriente romano, Simone RendinaLa vita di Antemio fu quella di un grande e potente amministratore del tardo impero romano. Il suo luogo di nascita non è noto con certezza, anche se si suppone che si sia trattato dell’Egitto. Quando era ancora relativamente giovane, tra gli anni Settanta e Ottanta del quarto secolo d.C., prese parte a un’ambasceria in Persia, dove testimoniò anche la sua devozione cristiana visitando un importante eremita. In seguito, rimase stabilmente a Costantinopoli, la capitale dell’impero romano d’Oriente, dove esercitò e ampliò sempre più il suo potere. La sua carriera fu brillante: in un primo momento fu responsabile delle finanze pubbliche (comes sacrarum largitionum) in Oriente, in seguito divenne la figura più importante alla corte dell’imperatore Arcadio (magister officiorum). Il 405 fu l’anno della consacrazione: oltre a essere nominato console, diventò prefetto del pretorio d’Oriente, ottenne cioè la massima carica del sistema amministrativo tardoromano. Avrebbe mantenuto quella funzione per dieci anni, fino al 414: una durata eccezionale per quella carica.

Egli esercitò e ampliò il suo potere anche assegnando a suo figlio Isidoro una serie di cariche in Oriente: proconsole della provincia d’Asia, e in seguito prefetto della città di Costantinopoli. L’importanza della dinastia di Antemio, il quale già aveva avuto un nonno molto potente nell’amministrazione imperale, era destinata a crescere. Suo nipote, Procopio Antemio, sarebbe diventato imperatore romano d’Occidente nel quinto secolo avanzato.

La carriera di Antemio, iniziata con una nota esotica (la missione diplomatica in Persia) e continuata nelle vesti del potente amministratore dell’impero romano d’Oriente, si conclude in maniera misteriosa. Antemio scompare dalle fonti nel 414 senza lasciare traccia. C’è chi sostiene che sia stata Pulcheria, la pia e ambiziosa sorella del giovane imperatore Teodosio II, a eliminarlo. È anche vero che, un paio di anni prima, Antemio era stato molto malato: il pessimo stato di salute di Antemio era noto a Sinesio di Cirene, che ne parlò in una sua lettera del 412 circa. Antemio non guarì del tutto e quella malattia lo portò alla morte intorno al 414? Questa è un’ipotesi da non scartare, ma non abbiamo nessuna certezza.

Quali circostanze storiche permisero ad Antemio di detenere un ruolo politico eccezionale?
Il quarto e il quinto secolo furono caratterizzati dal fenomeno dei principes clausi, ossia gli imperatori che lasciavano raramente la corte, e dei principes pueri, cioè personaggi che per ragioni dinastiche ottenevano l’impero quando erano ancora bambini, dunque non erano in grado di prendere decisioni politiche di grande rilievo, o tanto meno di prendere parte a spedizioni militari. Questo fenomeno lasciò ampio spazio di manovra ad ambiziosi uomini militari, eunuchi e alti funzionari, ed è questo il contesto in cui si inserisce l’azione di Antemio. Si potrebbe dunque osservare che fenomeni di “reggenza” esercitata da individui di alto profilo fossero abbastanza frequenti nel tardo impero. Tuttavia, nel caso di Antemio abbiamo alcuni elementi che permettono di sostenere che il suo potere fosse più vasto di quello della maggior parte dei funzionari e generali che svolsero il compito di reggenti. Egli ottenne la tutela su Teodosio II, un imperatore dell’età di otto anni, mentre deteneva già da tre anni la massima carica amministrativa dell’impero, cioè la prefettura del pretorio. La morte dell’imperatore Arcadio, padre di Teodosio II, gli fornì così la possibilità di confermare e ampliare il suo spazio di manovra. Inoltre, come detto già sopra, detenne quella carica per ben dieci anni, un fatto quasi inaudito, che gli diede anche il tempo e il modo per consolidare la propria dinastia. Forse questa durata eccezionale fu dovuta proprio alle doti politiche e diplomatiche che Antemio mostrò nel delicato frangente della morte di Arcadio. Considerando la debolezza del nuovo imperatore, si poteva temere il peggio. Si usciva infatti da anni critici, carichi di problemi cui i colleghi occidentali di Antemio finirono per soccombere. Una cattiva gestione, per esempio, del problema costituito dai popoli germanici alle porte avrebbe portato al tracollo di Costantinopoli. Al contrario, da quando Antemio consolidò la propria posizione non abbiamo più notizia di situazioni di crisi particolarmente gravi nell’impero romano d’Oriente. Sappiamo anche che Antemio fu in quegli anni uno dei protagonisti della costruzione delle mura teodosiane di Costantinopoli, un’opera straordinaria in gran parte ancora visibile. Probabilmente non fu Antemio a risolvere tutti i problemi del vasto impero romano d’Oriente, ma fu certamente tra gli individui di spicco in questa rinascenza.

Come si sviluppò l’azione politica del grande dignitario?
Antemio esercitò una grande autorità presso la corte imperiale, prima quella di Arcadio, poi quella di Teodosio II. In qualità di magister officiorum nel 404, egli fu la figura più eminente alla corte di Arcadio. L’anno successivo ottenne la prefettura del pretorio, che continuò a detenere al tempo di Teodosio II: con questa carica, Antemio non aveva formalmente nessun ruolo nel consiglio ristretto dell’imperatore, cioè il consistorium. Tuttavia, poiché era il personaggio più importante dell’apparato amministrativo dell’impero romano d’Oriente, mi sembra molto probabile che gli sia stato chiesto spesso di prendere parte alle riunioni di quel consiglio.

Questa presenza di Antemio a corte si manifesta specialmente nella legislazione imperiale. Bisogna tenere presente che esisteva un complesso fenomeno per cui le leggi emanate dall’imperatore derivavano spesso da suggerimenti forniti da alti funzionari come Antemio. Le leggi, una volta stilate, erano frequentemente inviate agli stessi funzionari che avevano inviato il “suggerimento” affinché essi potessero diffonderle e farle applicare.

Molte delle leggi inviate ad Antemio sono, a mio modo di vedere, un’espressione di questo fenomeno. Esse sembrano dunque manifestare una volontà dello stesso Antemio, le cui preoccupazioni convergono a mio avviso sul benessere della popolazione dell’Egitto (provincia da cui Antemio forse proveniva) e sul mantenimento dell’ordine pubblico in occasione di scontri dovuti a questioni religiose.

A proposito di questioni religiose, credo che Antemio abbia cercato di ostacolare il ritorno a Costantinopoli di Giovanni Crisostomo, grande vescovo e figura carismatica, predicatore amato dal popolo ma esiliato nel 404 per l’ostilità creatasi a corte contro di lui. Diversamente da alcuni studiosi, ritengo che Antemio non avesse alcuna simpatia per Giovanni; penso invece che vedesse in lui un provocatore di disordini. Non trovo nessuna contraddizione nel fatto che Antemio fosse un cristiano devoto: la mancata reintegrazione del vescovo esiliato fu una decisione politica, volta a evitare ulteriori scontri nella capitale orientale.

Allontanandoci dalla corte, vediamo che il grande potere di Antemio si manifestava anche nelle province. Egli era molto noto a Sinesio di Cirene, il quale dalla Libia inviava lettere a Costantinopoli per chiedere l’aiuto di Antemio in questioni di ordine amministrativo e giudiziario. Nell’epigrafia greca d’Asia Minore, inoltre, Antemio è menzionato una volta per aver salvato una comunità da una crisi non meglio specificata. Suo figlio Isidoro è citato molte più volte nelle iscrizioni greche trovate in Asia Minore, ma è significativo che spesso in tali testi epigrafici si ricordi che Isidoro era figlio di Antemio – quasi a sottolineare che il potere di Isidoro era un’emanazione di quello del padre.

Cosa rivela l’analisi della documentazione su Antemio e l’Oriente romano negli anni della sua prefettura?
Da questa documentazione emergono l’ascesa e il prestigio di una classe di alti funzionari di cui Antemio è il massimo rappresentante. Nel quinto secolo si alternarono in Oriente imperatori più o meno energici, che ebbero interesse maggiore o minore per questioni politiche e militari. Vi fu sempre, tuttavia, un’amministrazione solida, dall’organizzazione complessa e chiaramente strutturata. Fu a mio avviso un’amministrazione competente ed efficiente, se consideriamo i molti secoli di vita che l’impero romano d’Oriente avrebbe ancora vissuto.

Si trattava di una classe di funzionari che, pur essendo cristiani, non avevano nessuna intenzione di lasciare che scontri di ordine religioso e teologico prendessero il sopravvento sull’ordine pubblico. Forse fu anche grazie a loro che non si verificarono in Oriente fenomeni di controllo assoluto esercitato da vescovi su imperatori, diversamente da quanto accadde nella storia dell’Occidente medievale.

Le fonti letterarie ci mostrano inoltre che, finché Antemio rimase al potere, i rapporti con l’eterno nemico persiano non furono ostili. La pace, tuttavia, fu effimera, in quanto già sotto Pulcheria (sorella di Teodosio II e reggente dell’imperatore dopo la fine della prefettura di Antemio) i rapporti degenerarono. Siamo in effetti al corrente di guerre avvenute pochi anni dopo, e di persecuzioni di cristiani che ebbero luogo in Persia dopo la fine di questo equilibrio.

Il “documento” più importante dell’età di Antemio sono le mura teodosiane, costruite in gran parte durante la sua prefettura, e destinate a circondare e proteggere Costantinopoli per molti secoli, fino a quando nel 1453 Maometto II riuscì ad aprirsi un varco in esse.

Nel quinto secolo, mentre l’impero romano d’Occidente si avviava a cadere, quello d’Oriente si preparava a sopravvivergli per un millennio. Antemio fu uno degli individui che riuscirono a garantire all’Oriente, almeno per il quinto secolo, quella che il grande storico Peter Brown ha definito pax Byzantina.

Simone Rendina (Roma, 1989) è docente a contratto di storia romana presso l’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale. Ha conseguito laurea triennale e laurea magistrale presso l’Università di Pisa ed è stato allievo del corso ordinario presso la Scuola Normale Superiore, dove ha conseguito anche il dottorato. Ha trascorso periodi di ricerca e studio negli Stati Uniti e in Germania, si occupa principalmente di tardo impero ed è autore di articoli di storia antica come “La ‘malattia sacra’ di Cambise”, “Felix Dahn e il mito tedesco dell’Italia gotica” e “Inviting the Barbarians”.

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