La porta della fantasia, Carola BarberoProf.ssa Carola Barbero, Lei è autrice del libro La porta della fantasia edito dal Mulino. La fantasia è «un posto dove ci piove dentro», diceva Italo Calvino: quale definizione è possibile dare della fantasia?
Una, nessuna e centomila, perché la fantasia è anche ciò che può strapparci dalla necessità del reale e spalancarci il regno libero delle visioni. E oggi – che ci ritroviamo continuamente bombardati da immagini e da slogan – è un tema quanto mai importante, perché corriamo seriamente il rischio di perdere la capacità di vedere cose con gli occhi chiusi, di dare forma a quello che vediamo scritto nero su bianco, di plasmare mondi e volti che non abbiamo mai avuto davanti e mai avremo.

Che rapporto c’è tra fantasia e immaginazione?
Tradizionalmente, l’immaginazione è ciò che conserva traccia dell’assente, mentre la fantasia rielabora quanto immaginato: l’immaginazione fornisce il cavallo e il corno mentre la fantasia offre l’unicorno. Ciononostante, come ben osserva Maurizio Ferraris nel suo L’immaginazione (Il Mulino 1996), per quanto l’immaginazione sia associata al vincolo della ritenzione e la fantasia alla libertà della rielaborazione, la sovrapposizione tra le due nella storia della filosofia è stata spesso inevitabile.

La fantasia è libera o vincolata?
È liberamente vincolata: per quanto si tenda ad associare la creatività e la capacità di inventare alla libertà, è indubbio che si tratti di una forma di libertà perennemente contenuta, limitata e messa in discussione dalla costrizione. Banalmente, senza le sbarre della cella, non penseremmo a sempre nuove strategie per evadere. Non dimentichiamo che Honoré de Balzac viveva i suoi periodi di creatività inchiodato alla scrivania! Il modo migliore per ottenere libere fantasie sembra pertanto essere non solo quello di non cercare di averle, bensì all’opposto, quello di imporsi e imporre regole rigide, studio, imitazione e talvolta anche repressione. Detto in altri termini: la creatività, se mai arriva, arriva dopo avere copiato e imitato il più possibile. Come spiega Oliver Sacks nel libro uscito postumo Il fiume della coscienza, soltanto dopo aver molto archiviato ed essere stati a lungo non creativi si può sperare di diventarlo davvero.

Che cosa impariamo dalla fantasia?
Impariamo a fare funzionare quei meccanismi, quelle leggi che sono alla base di qualsivoglia invenzione e che, lungi dall’essere appannaggio di pochi eletti, sono tipiche della natura umana e quindi, in linea di principio, alla portata di tutti. Su questa stessa linea si pone Einstein quando spiega che la fantasia è alla base di ogni conoscenza e che senza fantasia non può esserci progresso nella scienza. Essere capaci di passare, ad esempio, dalle stringhe di parole ai mondi raffigurati, fa sì che si possa accedere a quelle opere che, senza l’utilizzo di questa speciale facoltà, sarebbero mute. Senza la fantasia non potremmo comprendere le opere letterarie e cinematografiche o imparare da esse. Su questo punto insiste molto Roman Ingarden nel suo L’opera d’arte letteraria.

Quanta finzione c’è nella fantasia?
La fantasia è al centro di quelli che Kendall Walton chiama giochi di fare finta che fanno i bambini e che consistono nel lasciarsi assorbire dal mondo della finzione senza perdere il senso della realtà. A fare finta, cioè a intrattenersi in giochi simbolici utilizzando alcuni oggetti all’interno di un contesto di finzione, i bambini imparano poco alla volta. Si tratta di giochi che possono avere a che fare con la sostituzione di un oggetto con un altro simile, con l’attribuzione di proprietà nuove a un oggetto reale, o con l’ammettere oggetti ed eventi invisibili. Talvolta gli adulti, e i bambini cresciuti troppo in fretta, perdono la capacità di fare questi giochi di fantasia e vedono la realtà in tutta la sua impermeabilità, oggettività e durezza, ritrovandosi così completamente incapaci di creare, a partire da quelle stesse cose che hanno davanti agli occhi, mondi diversi in cui immergersi, con cui confrontarsi, in cui trovare rifugio e consolazione. Forse Giacomo Leopardi aveva in mente qualcosa del genere quando nel suo Zibaldone di pensieri scriveva che i «fanciulli trovano il tutto nel nulla, gli uomini il nulla nel tutto».


In che modo la fantasia ci aiuta a riflettere sul nesso tra possibilità e concepibilità?
È difficile capire chi siamo, chi saremmo potuti essere, quali situazioni potrebbero capitarci e quali invece possono essere soltanto pensate. Questa capacità di rappresentarci scenari che non sono reali, fa sì che consideriamo possibile ciò che siamo in grado di concepire e impossibile tutto ciò che non riusciamo a concepire. Questo è quanto si capisce leggendo quel famoso passo del Trattato sulla natura umana in cui David Hume scrive che ciò che la nostra mente può concepire contiene l’idea della possibilità di esistenza. Dovremmo allora concluderne, come recita il titolo di un famoso articolo di David Chalmers, che la concepibilità implichi la possibilità, ossia che ciò che riusciamo a immaginare sia possibile e che ciò che non riusciamo a immaginare non lo sia? E poi, davvero riusciamo a immaginare una montagna d’oro mentre non riusciamo a immaginare un quadrato rotondo? Proviamoci, in ogni caso, forti dell’idea che ne valga la pena. Basta munirsi di biglietto, portare con sé (dal mondo reale) l’indispensabile e, soprattutto, mettersi nella condizione di apprezzare tutto ciò che i nostri occhi e la nostra mente avranno la fortuna di incontrare durante il viaggio.

Carola Barbero insegna Filosofia del linguaggio e Filosofia della letteratura all’Università di Torino. Fra i suoi libri: Filosofia della letteratura (Carocci, 2013), L’arte di nuotare. Meditazioni sul nuoto (Il melangolo, 2016) e Significato (con S. Caputo, Carocci, 2018). Per il Mulino ha curato Ermeneutica, estetica, ontologia (con T. Andina, 2016).