“La polvere sotto al tappeto. Il discorso pubblico sulle droghe tra evidenze scientifiche e ipocrisie” di Anna Paola Lacatena

Dott.ssa Anna Paola Lacatena, Lei è autrice del libro La polvere sotto al tappeto. Il discorso pubblico sulle droghe tra evidenze scientifiche e ipocrisie edito da Carocci: quali pregiudizi ed errate convinzioni si addensano sul fenomeno del consumo di sostanze psicotrope?
La polvere sotto al tappeto. Il discorso pubblico sulle droghe tra evidenze scientifiche e ipocrisie, Anna Paola LacatenaSono tante le errate convinzioni che accompagno, da sempre, la lettura di un fenomeno estremamente complesso. Già l’idea di poter fare a meno di una visione sistemica è un errore che si continua a perpetuare sulla pelle delle persone. Il libro vuole essere un modesto contributo alla possibilità di sollecitare la ripresa del dibattito politico sulle droghe in Italia. L’estrema complessità del fenomeno chiede il coinvolgimento di tutte le parti in causa: dalla politica alla rete dei Servizi pubblici e del Privato sociale, i consumatori e i dipendenti, nessuno escluso. Troppo spesso, infatti, nelle conferenze, nei convegni, nella stessa formazione manca la voce di chi è il vero portatore d’interesse, lasciando il dibattito alle ideologie e alle posizioni preconcette.

Da più di dodici anni attendiamo che il Governo organizzi la Conferenza Nazionale sulle Droghe, nonostante la norma imponga una cadenza triennale e questo non può che dirci quanta poca attenzione la politica continui a riservare ad una questione invece da un punto di vista economico e socio-sanitario cruciale.

Cosa rivelano le evidenze scientifiche al riguardo?
Intanto che tossicodipendenti non si nasce, si diventa. E anche lì dove potrebbero esserci delle condizioni biologiche favorenti l’insorgenza della dipendenza patologica – tutto ancora da dimostrare – questa si verifica comunque per una concomitanza multifattoriale, difficile da dirimere e classificare con certezza.

Se il consumatore è ancora in grado di decidere, nonostante il piacere dell’assunzione lo induca a perpetuare la condotta, il dipendente patologico è affetto da una malattia cronica e recidivante come da definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Il craving – comportamento incontrollato, focalizzato all’ottenimento della sostanza che ha prodotto e mantiene la dipendenza, qualunque sia il prezzo da pagare (A. Tagliamonte e D. Meloni, Le basi biologiche della tossicodipendenza) – non è un meccanismo da riportare unicamente alla volontà del soggetto.

La condanna e il biasimo non inducono a modificare la condotta (mi sembra percettibile anche ai più distratti il peso della letteratura internazionale in proposito), anzi…

I quattro pilastri indicati per le politiche sulle droghe sanciti dai documenti dell’Unione Europea (vedi Strategia dell’UE in materia di droga 2013-20209) sono: Contrasto al narcotraffico, Prevenzione, Cura e Riduzione del Danno (RdD).

Quest’ultima è contemplata dal 2017 nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) ma ad oggi mai finanziata.

Si calcola, inoltre che nel 2013 solo il Comune di Roma abbia chiuso una trentina di progetti di RdD tra quelli già finanziati.

Inoltre, la regola aurea del proibizionismo dovrebbe essere intesa ormai come inequivocabile, ossia più la repressione manifesta il suo lato severo più le droghe diventano potenti.

Su quali argomentazioni si combatte lo scontro tra proibizionisti e antiproibizionisti?
Libertà o divieto. Malattia o vizio. Innocenza o colpa. Riduzione del danno o tolleranza zero. Manieristica e sempre più asfittica continua ad essere la discussione attuale sul consumo di sostanze psicotrope.

Credo che nel discorso di entrambe le parti manchi qualcosa prima di ogni possibile susseguente considerazione. Se i proibizionisti non vedono il piacere e gli antiproibizionisti evitano di confrontarsi con la possibilità della malattia. Ci sono entrambi e chi opera direttamente nei servizi della cura ne ha quotidianamente riscontri. Nell’ascolto quotidiano di consumatori/dipendenti patologici di sostanze psicoattive, alla domanda “perché?”, la risposta più frequente è: per ricavarne piacere.

Alla necessità di far collimare sintomi e diagnosi bisognerebbe, infatti, aggiungere un sapere problem, setting and pleasure oriented per rispondere più efficacemente ad un indubbio e diffuso bisogno di strumenti curativi e trasformativi, oltreché meramente descrittivi.

Il piacere agisce a livello psicologico con evidenti ricadute fisiche e la persona, chiunque essa sia, prova a ripetere esperienze piacevoli, piuttosto che esperienze noiose e insignificanti.

Piacere e dipendenza, dunque, sono due concetti estremamente collegati tra loro ma quando la ricerca del piacere diventa ossessiva, l’uomo finisce per diventarne dipendente.

Dalla prima si passa alla seconda quando il desiderio, trasformatosi in un bisogno assoluto di assumere una particolare sostanza o di compiere una determinata azione, diventa prioritario e centrale, relativizzando tutti gli altri interessi nella vita della persona.

Nella dipendenza, poi, il piacere non scompare si trasforma più prosaicamente in assenza di dolore.

La stragrande maggioranza dei dipendenti patologici vorrebbe smettere di farsi o di perpetuare un comportamento (vedi gioco ludopatia) ma non ce la fa. Nella dipendenza il sistema della gratificazione non riesce a darsi una sorta di gradualità e di persistenza.

Nel tempo, l’impossibilità di riprodurre analogo piacere a quello derivato dalle prime assunzioni e l’alterazione del normale processo della gratificazione, sconfinano spesso in veri e propri danni tra i quali – e quasi paradossalmente più determinati da sostanze che non inducono alla dipendenza (vedi cannabis) – le sindromi depressive.

E lei chiederebbe ad una persona malata di provare a risolvere la malattia attraverso un mero atto di volontà?

Per contro, altrettanto irresponsabile sarebbe ridurre un fenomeno così articolato ad una questione esclusivamente neurologica. È ormai un dato di fatto che il cervello non sia un’entità con una vita propria al di fuori della sua costruzione culturale e sociale. Negando questo assunto il sapere fondato sul neuro-imaging rischierebbe di prestarsi post hoc (ergo propter hoc), nel caso di uso di sostanza/dipendenza patologica, a rinvenire un fondamento unicamente empirico e medico a concetti ben più complessi.

Come si articola il mercato della droga?
Le organizzazioni criminali fiutano la ricchezza e la perseguono verso ogni possibile crescita; in molti casi determinano cambiamenti, orientano tendenze, solleticano bisogni. In nessun caso contemplano l’immobilismo, al più auspicano quello delle istituzioni.

Possiamo definirli criminali, immorali ma certamente non possiamo sottovalutarne scaltrezza e capacità di visione.

Le narcomafie sono sistemi moderni e strutturati che influenzano l’economia, la finanza, la politica, le istituzioni, la cultura. Sono radicate nel “locale” ma aperte alla globalizzazione: qualificate come corpo estraneo rispetto al tessuto sociale ne sono invece parte integrante.

Sono aziende che producono merci, e tra queste le “merci” più ricercate: le droghe. Guardano al nuovo affinché l’offerta sia sempre attuale e la domanda non si affievolisca, alimentando il desiderio in maniera che lo stesso non sia mai veramente pago.

La piena soddisfazione, infatti, rischierebbe di sfociare nella stagnazione economica e del business delle droghe.

Il mercato delle droghe è democratico, va bene tutto dagli insiders agli outsiders. È trasversale per età, estrazione sociale, livello d’istruzione, ecc.

Non se ne potranno mai comprendere le prerogative, senza una lettura multidisciplinare che raccolga il contributo di quanti e a vario titolo ne sono coinvolti o se ne sono fatti interpreti.

Per assurdo: molto più attenta a questa molteplicità di fattori ed elementi appare la criminalità rispetto alla società civile. Verrebbe da dire che non voler (o non essere in grado o disponibili a farlo) cogliere la complessità è quanto di più desiderabile le mafie possano attendersi da parte dei decisori politici.

Cosa ci insegna il modello portoghese?
Nel 2001 il Portogallo ha depenalizzato l’acquisto, il possesso e il consumo di droghe ricreative per uso personale: una scorta sino a dieci giorni, ossia circa un grammo di eroina, due di cocaina e venticinque grammi di marijuana o cinque di hashish. Da allora ai consumatori in possesso di sostanze stupefacenti fermati dalle forze dell’ordine viene comminata una multa.

Questa prevede che gli stessi si presentino dinanzi alla Commissione per la dissuasione dalla dipendenza dalla droga (o Comitati di dissuasione), solitamente costituita da un medico specialista, uno psicologo (o assistente sociale, o sociologo) e da un avvocato. Evidentemente non ci sono nella specifica Commissione rappresentanti delle forze dell’ordine, proprio a rimarcare la posizione di una risposta sociosanitaria, invogliando i fermati a riflettere su salute e benessere.

Offerta
La polvere sotto al tappeto. Il discorso pubblico sulle droghe tra evidenze scientifiche e ipocrisie
  • Editore: Carocci
  • Autore: Anna Paola Lacatena
  • Collana: Biblioteca di testi e studi
  • Formato: Libro in brossura
  • Anno: 2021

Nel nostro Paese consumare droga per uso personale è considerato un illecito. La persona deve presentarsi (ex art.75 del D.P.R. 309/90) in Prefettura e se inviato (perché non sempre avviene) presso il Ser.D (Servizio per le Dipendenze in capo all’Azienda Sanitaria Locale territorialmente competente) dove è chiamato a seguire un programma, attraverso il quale dimostrare di non utilizzare sostanze, pena una serie di possibili sanzioni amministrative (sospensione patente, carta d’identità, passaporto, ecc.). In Portogallo la valutazione può sfociare nel solo pagamento dell’ammenda (unicamente in circa il 15% dei casi) o nel perorare l’adesione a uno specifico programma di recupero da effettuarsi presso servizi di cura specialistici.

Appare evidente come l’impostazione sia quella della decriminalizzazione sul piano socio-culturale e della depenalizzazione sul piano giuridico.

Il trattamento consigliato, infatti, non implica nessun obbligo per il consumatore, solo a fronte di situazioni recidivanti scattano sanzioni amministrative come la sospensione della patente di guida o il divieto all’ingresso e alla frequentazione di aree conosciute per lo spaccio.

L’indubbia “normalizzazione” del consumo di alcune sostanze (convenzionalmente definite “leggere”), evidente anche solo analizzando il linguaggio adottato nell’interazione quotidiana e nel virtuale dei social unitamente a un approccio ben più tollerante a vari si scontra con una visione ancora repressiva.

Il libro non entra nel merito della possibile legalizzazione di alcune sostanze, perora la decriminalizzazione e la depenalizzazione reale, visione ancora parziale nel nostro Paese.

In questa schizofrenia antropologico-giuridica il rischio dello smarrimento è concreto.

Il libro raccoglie le voci di alcuni protagonisti del mondo della cultura e dello spettacolo: qual è il loro messaggio?
Invitati a esprimersi su questioni come la droga nel Palazzo della politica italiana, la fiction televisiva e il mito del crimine, la musica rap e trap e il consumo di sostanze, con generosità hanno espresso le proprie idee con Filippo Ceccarelli (giornalista, editorialista della “Repubblica” e del “Venerdì di Repubblica”), Francesca Comencini (regista), Giancarlo De Cataldo (magistrato e scrittore), Kento (rapper), Antonio Nicaso (scrittore e esperto di criminalità organizzata), Nina Zilli (musicista e cantautrice). Manoocher Deghati, fotoreporter di guerra irano-francese-italiano, due volte vincitore del premio World press photo, ha realizzato e concesso la fotografia che appare in copertina.

Le loro idee, sollecitate dalla formula “diglielo tu…” offrono al lettore materiale utilissimo a un processo di conoscenza e di sviluppo della propria capacità critica in merito agli argomenti trattati, rivedendo la responsabilità dell’arte, in tanti suoi aspetti, a proposito della possibilità di influenzare i comportamenti.

La capacità di radicamento di certi modelli, infatti, non può rappresentare l’opportunità di (auto)assoluzione per il vuoto lasciato da quanti sono deputati alla formazione e alla costruzione della personalità e del pensiero critico del singolo. Da parte del presunto mondo degli adulti tutto ciò sarebbe sì comodo ciò nondimeno parziale e deresponsabilizzante.

Nella politica, poi, la droga occupa e ha occupato spazio nella storia recente. C’è e c’è stata più di quanto se ne occupi nel dibattito pubblico.

Quali scenari ha aperto la pandemia?
È indubbio come i gruppi criminali organizzati reagiscano in modo adattivo ai cambiamenti del mercato. L’esperienza ha dimostrato come uno shock, una crisi o il delinearsi di nuove opportunità determinino delle trasformazioni repentine nel modus operandi dei gruppi criminali.

Le misure di lockdown hanno creato difficoltà conducendo ad un iniziale innalzamento dei prezzi al dettaglio e alla caduta della purezza per alcune sostanze, ma non hanno bloccato il mercato degli stupefacenti di strada, sia pur con metodi di occultamento differenti rispetto al passato. Gli spacciatori, spesso, si sono organizzati con certificati falsi, veicoli commerciali e divise fake (soprattutto del settore della food delivery), fornendo il servizio a domicilio con prenotazione tramite social media o grazie all’utilizzo di app che consentono comunicazioni crittografate.

Se si è registrato, dunque, un contenimento dell’uso di sostanze, almeno nelle prime settimane di confinamento sociale, dettato dalle misure imposte dalla necessità di fronteggiare la diffusione del virus, innegabilmente ad esso ha corrisposto un adattamento (ancora in evoluzione) da parte del sistema globale del narcotraffico e del consumatore. Questo, però, non significa che non permangano a livello sociale e sanitario importanti e irrisolte questioni, che potrebbero ulteriormente accentuarsi nel medio e lungo termine come conseguenza dell’adattamento del traffico globale, della maggiore immissione sul mercato nel post-covid-19, della maggiore domanda da parte di una società traumatizzata e dalle condizioni di vita peggiorate per una consistente fascia di popolazione. A quelle vulnerabilità presenti già nel pre-virus si uniranno nuove fragilità post-pandemia.

Quali conclusioni dovrebbe trarne la politica?
Non è mia intenzione prendere posizioni in merito alla possibilità della legalizzazione di alcune sostanze.

Lavorando da anni nei Ser.D. (Servizi per le Dipendenze) ogni giorno mi confronto con le persone, entrando in conversazione con loro (pazienti, familiari, educatori), provando a comprendere come le loro vicende umane vissute singolarmente si riflettano, in contesti sociali più ampi, in un flusso continuo dove non c’è più una partenza né un arrivo. È faticoso ma lo considero il lavoro più bello che potesse capitarmi.

Provando a mettere a frutto il mio bagaglio cognitivo e esperienziale, ricercando le evidenze scientifiche, fuori da ideologie e posizioni preconcette, ho cercato di affrontare l’argomento addivenendo alla necessità di una nuova e più attuale visione sistemica.

100 copie del volume sono state inviate ai componenti della Commissione Igiene e Sanità del Senato e della Commissione Affari Sociali e Sanità della Camera dei Deputati, ai Presidenti dei Gruppi Parlamentari al Senato e alla Camera e al Senatore Giuseppe Lumia-autore della Legge n.45 del 18 febbraio 1999, “Disposizioni per il Fondo nazionale di intervento per la lotta alla droga e in materia di personale dei Servizi per le tossicodipendenze”.

La distribuzione dei volumi è stata promossa per sollecitare l’attenzione della politica sull’urgenza droghe nel nostro Paese.

L’iniziativa si ispira, con il massimo riguardo e le debite proporzioni – me ne accosto con grande rispetto e soggezione – a un precedente storico. Nel 1969, Franco Basaglia aveva già avviato la sua battaglia per la chiusura dei manicomi in Italia e per la demedicalizzazione della psichiatria del tempo e il libro fotografico “Morire di classe”, realizzato da Gianni Berengo Gardin insieme a Carla Cerati e pubblicato da Einaudi, diede un contributo fondamentale alla costruzione del movimento d’opinione che avrebbe portato, circa dieci anni dopo, all’approvazione della legge 180/78. Il testo fu distribuito a tutti i parlamentari per sensibilizzare alla rivisitazione della materia e legiferare sulla scorta di una conoscenza più completa della problematica.

Ho sentito il bisogno di informare Gianni Berengo Gardin prima di avviare l’iniziativa, la sua risposta mi ha convinta che questa potesse essere una strada utile.

“La polvere sotto il tappeto” pur restando un modesto tentativo di sensibilizzare a quella che deve essere declinata come una non più prorogabile urgenza… comunque, confida e attende un cenno da parte di chi nel nostro Paese rappresenta il potere legislativo.

Anna Paola Lacatena, sociologa e giornalista, è dirigente presso il Dipartimento Dipendenze Patologiche dell’ASL di Taranto e coordinatrice del Gruppo “Questioni di genere e legalità” per la Società Italiana delle Tossicodipendenze

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