La morte di Nerone nel giugno del 68 d.C. determinò la fine dei Giulio-Claudi: il venir meno della successione dinastica fece sì che il principe potesse essere scelto ed eletto dalle legioni lontano da Roma. Come è noto, l’anno 69 vide avvicendarsi quattro imperatori (Galba, Otone, Vitellio e Vespasiano) ma solo l’ultimo riuscì a dare continuità al suo potere trasmettendolo ai figli. La religione tradizionale romana assume un’importanza centrale nell’azione di governo del primo dei Flavi per diversi aspetti. Vespasiano si trovava in Oriente, impegnato per volontà di Nerone a sedare la rivolta scoppiata in Giudea nel 66, quando venne acclamato imperatore. Il suo ritorno nell’Urbe fu preceduto dalla creazione e dalla diffusione di omina imperii legati al richiamo delle origini di Roma, alle divinità ancestrali romane e alle credenze popolari italiche. Questi presagi avevano l’obiettivo di dimostrare al popolo di Roma – che si preparava ad accogliere un principe lontano dalla Città da quasi quattro anni – che l’ascesa e la conquista del trono da parte di Vespasiano erano volute dagli dei ed erano da porre in continuità con l’azione politica neroniana che riscosse vari consensi presso la plebe urbana, la principale destinataria degli omina imperii. L’arrivo di Vespasiano a Roma assunse i toni di una supplicatio, cerimonie religiose istituite per ringraziare gli dei a seguito della vittoria di un generale. Quando Vespasiano assunse il potere Roma era una città in rovine dal punto di vista materiale e morale. In occasione dei tragici eventi che si erano verificati nell’Urbe nel dicembre del 69 durante la battaglia per il controllo della città tra Flaviani e Vitelliani il Campidoglio venne distrutto: la rifondazione del sacro edificio divenne per Vespasiano lo strumento per legittimare dal punto di vista religioso al popolo di Roma la posizione di preminenza acquisita dalla dinastia flavia. La valorizzazione della religione tradizionale consentì a Vespasiano di richiamare il precedente di Augusto: in questo senso devono essere intesi la centralità data alla Pace, accentuata dalla costruzione di un templum a lei dedicato e dalla chiusura del tempio di Giano, e il restauro dei templi di Apollo e di Vesta sul Palatino, il colle augusteo per eccellenza. Il recupero del Colosso voluto da Nerone e la sua dedica al Sole diventò l’emblema di un nuovo saeculum aureum garantito grazie alla pax deorum. Infine l’ampliamento del pomerium, il confine sacro di Roma, celebrazione di una nuova estensione territoriale dell’impero, si configurò come una simbolica rifondazione di Roma. In definitiva Vespasiano, attribuendo grande importanza alla religione ancestrale romana, intese definire il carattere nazionale, autenticamente romano del suo programma politico: il primo dei Flavi indicò così che il ritorno alle tradizioni del passato era l’unico principio a cui Roma potesse fare ancora appello per uscire dalla crisi in cui era caduta a seguito della prima guerra civile di età imperiale.Che rapporto aveva intrattenuto Nerone con i culti dell’impero?
Il rapporto di Nerone con i diversi culti dell’impero è molto più complesso di quanto le fonti letterarie sembrino suggerire. La valutazione negativa suggerita da Tacito sull’impietas di Nerone e l’affermazione di Svetonio secondo la quale l’imperatore avrebbe dimostrato disprezzo per ogni tipo di culto sembrano rientrare nel cliché del malus princeps creato dalla storiografia senatoria. Le fonti contemporanee riportano, infatti, che durante il principato neroniano le cerimonie religiose vennero officiate regolarmente. Per questo ho ritenuto utile analizzare e approfondire alcuni degli aspetti della politica religiosa di Nerone utili per valutare in quali casi Vespasiano decise di optare per una sostanziale continuità rispetto al precedente neroniano e in quali casi il primo dei Flavi decise invece di distaccarsene cercando di comprenderne in entrambi i casi le ragioni.
Durante il suo soggiorno in Egitto, Vespasiano fu, secondo la leggenda, anche autore di miracoli: in quale contesto si sviluppò tale narrazione e con quali finalità?
Vespasiano è l’unico imperatore romano presentato dalle fonti in nostro possesso come autore di miracoli. È probabile che il racconto dei gesti straordinari presentato con maggiori dettagli da Tacito e da Svetonio abbia come nucleo l’autobiografia scritta dallo stesso imperatore. Con ogni verosimiglianza però non va attribuita a Vespasiano l’iniziativa di servirsi dei prodigi, visto che secondo la tradizione a noi giunta, il padre di Tito si sarebbe dimostrato restio a compiere quei gesti e avrebbe accettato di realizzarli solo dopo aver ricevuto il parere dei medici. Proprio la presenza dei medici nel seguito di Vespasiano sembra fornirci un importante indizio: è probabile che l’iniziativa sia da ascrivere al prefetto d’Egitto Tiberio Giulio Alessandro e ai sacerdoti del Serapeo, coloro che si resero protagonisti dell’acclamazione di Vespasiano il 1° luglio del 69. Obiettivo delle guarigioni miracolose sarebbe stato presentare Vespasiano alle popolazioni delle province orientali come un uomo a cui Serapide e gli dei avevano voluto testimoniare un favore particolare. I riti propri della religione egizia e i miracoli compiuti dal primo dei Flavi vennero interpretati dalla popolazione locale come una vera incoronazione. All’inizio del soggiorno di Vespasiano in Egitto si verificò un’esondazione del Nilo: questo fatto, unitamente ad altri episodi pensati per creare un parallelismo con Alessandro Magno e i Tolemei, venne collocato dalla propaganda serapista nella tradizione faraonica con l’intento di riconoscere Vespasiano re della terra del Nilo. I riti taumaturgici pensati per impressionare il pubblico orientale volevano attribuire al nuovo imperatore quell’auctoritas che non poteva vantare per diritto di nascita: attraverso i miracoli attribuitigli dai sacerdoti del Serapeo e il suo preteso rapporto privilegiato con le divinità egizie Vespasiano cercò di legittimare la sua posizione di preminenza ed acquisire popolarità presso le province orientali che lo avevano sostenuto dal punto di vista politico-economico e militare nel suo confronto con Vitellio.
Quali ragioni politiche determinarono la distruzione del Tempio di Gerusalemme?
Molteplici e complesse sono le cause dell’insurrezione giudaica che affonda le sue radici nella difficile situazione che caratterizzò la Giudea dalla morte di Erode il grande nel 4 a.C.: alla base del deterioramento dei rapporti tra le autorità romane, centrali e periferiche, e i Giudei della madrepatria ci furono profonde motivazioni religiose, acuite da un contesto socio-politico-economico conseguenza della scelta di Roma di avere come interlocutori privilegiati le classi elevate locali: alla crescente avversione popolare verso la corrotta aristocrazia laica e sacerdotale sempre più dipendente dal potere straniero e al malgoverno dei procuratori romani si saldarono inscindibilmente a partire dai primi anni del I secolo d.C. nuovi fermenti religiosi, la fiducia nelle profezie messianico-escatologiche, la speranza nella restaurazione del Regno. Vespasiano, che aveva iniziato la sua carriera durante il principato di Tiberio, nei circa trent’anni che intercorrono tra l’ascesa al trono di Caligola e la morte di Nerone, facendo parte della corte, ebbe esperienza diretta di alcuni episodi concernenti il mondo giudaico che gli consentirono allo scoppio della rivolta del 66 di possedere conoscenze approfondite sulla cultura e sulla religione dei Giudei tali da garantirgli una visione politica globale del problema giudaico. Di qui la scelta di Nerone di affidargli il comando delle operazioni in Giudea. Vespasiano era certamente consapevole della straordinaria importanza attribuita al Tempio nella politica e nella religione ebraica. La strategia che adottò e la conduzione della guerra da parte dei Giudei avrebbero inevitabilmente trasformato Gerusalemme e il Tempio nel teatro degli episodi salienti del conflitto: lì era scoccata la scintilla della rivolta con l’interruzione del sacrificio quotidiano per l’imperatore e per il popolo romano, lì per motivazioni politico-religiose e storico ideologiche si sarebbe combattuta la battaglia decisiva. Nel Tempio i sacerdoti celebravano i riti in nome del popolo giudaico; nel Tempio confluivano in occasione delle grandi feste pubbliche gli Ebrei di tutta la Giudea e della diaspora; al Tempio tutti i Giudei maschi adulti pagavano un’imposta; il Tempio era diventato il simbolo della resistenza e il centro teologico dell’opposizione a Roma durante la rivolta; nel Tempio era celebrato il culto del Dio che definiva in modo inequivocabile l’identità ebraica. I Giudei, inoltre, trasformarono il complesso dell’edificio nel principale obiettivo militare e come tale la guerra non avrebbe potuto essere considerata conclusa da Roma se non con la sua conquista. L’eliminazione del culto praticato nel Tempio avrebbe reciso i legami tra gli Ebrei della Giudea e della diaspora: attraverso la partecipazione al culto del Tempio gli abitanti di queste regioni diventavano un unico popolo che avrebbe continuato a concentrare ricchezza e potere nel Tempio di Gerusalemme, una città lontana da Roma e collocata in un territorio vulnerabile per l’impero. La distruzione del Tempio fu pertanto necessaria per porre fine alla rivolta e per prevenire la possibilità di future ribellioni.
Che atteggiamento manifestò, nei confronti dei cristiani, Vespasiano?
Nessuna fonte antica in nostro possesso stabilisce un rapporto diretto tra Vespasiano e il cristianesimo. Poiché non è stata registrata nessuna azione di repressione nei confronti di questo credo, l’atteggiamento che il padre di Tito adottò nei confronti del cristianesimo è stato giudicato non ostile. Vespasiano ebbe probabilmente la possibilità di entrare in contatto con i Cristiani quando frequentò la corte di Claudio e in Giudea si convinse della non pericolosità politica di questa comunità che prese subito le distanze dalla rivolta giudaica dimostrandosi fedele a Roma. È interessante rilevare che la tolleranza di Vespasiano venne recepita dagli scrittori cristiani che lo presentarono come strumento inconsapevole della Provvidenza per aver distrutto Gerusalemme e vendicato la morte di Cristo. I poemi di età medievale svilupparono ulteriormente questo tema in modo fantasioso: Vespasiano e Tito vengono presentati come eroi cristiani e le vicende che li vedono protagonisti si intrecciano con la leggenda di Veronica, la donna che avrebbe asciugato la fronte di Cristo mentre portava la croce, e con i racconti che narrano della conversione di Tiberio. In un romanzo di età rinascimentale stampato a Lisbona e pubblicato poi in traduzione a Siviglia, Londra, Lione e Amsterdam l’impero romano si sarebbe convertito al cristianesimo per volontà di Vespasiano.
Quale contributo offrì Vespasiano all’evoluzione del culto imperiale?
L’età di Vespasiano si è dimostrata di fondamentale importanza nel corso della storia di Roma per l’evoluzione del culto imperiale nelle province e anzi per molti aspetti la più significativa sin dalle sue origini sotto Augusto. L’estensione o la riformulazione di un culto ufficiale che prendesse il posto di iniziative spontanee e locali fu uno degli obiettivi della politica di Vespasiano che intese proporre la devozione verso il princeps regnante (o del suo genius) e della sua gens come mezzo per assicurarsi la lealtà delle province occidentali e in particolare delle tre senatorie (Baetica, Gallia Narbonensis, Africa Proconsularis) che in occasione del conflitto del 69 avevano sostenuto i suoi avversari. Vespasiano riuscì quindi a consolidare l’istituzione del principato e la posizione della gens flavia nelle zone in cui la domus Augusta non era ancora stata venerata. Una delle novità introdotte da Vespasiano riguardò l’estensione del culto non solo agli imperatori divinizzati (grande importanza venne data al culto del Divus Claudius) ma anche a quelli viventi: il culto tributato all’imperatore non si configurava come un rito astratto poiché doveva essere inteso come omaggio al detentore del potere a Roma. L’obiettivo di Vespasiano non fu soltanto generare consensi per se stesso ma soprattutto per la sua dinastia. L’interesse dunque a controllare ogni manifestazione di fedeltà all’imperatore e a sovrintendere ad ogni culto spontaneo portò i Flavi ad estendere la pratica del culto imperiale con il duplice obiettivo di integrare le province che da tempo erano sotto il controllo di Roma e di romanizzare le aree in cui era necessario consolidare il dominio romano nonché rafforzare l’auctoritas della nuova dinastia.
Laura Giovanelli ha conseguito il titolo di Dottore di ricerca in ‘Studi umanistici. Tradizione e contemporaneità’ presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Attualmente è Assegnista di ricerca presso il medesimo Ateneo. I suoi interessi di ricerca vertono sulla storia e sulla storiografia del I secolo d.C. Tra le sue pubblicazioni si annoverano: La successione augustea: il rapporto tra Tiberio e Germanico, Aevum 95 (2021), 133-144; Italia, Italici, Italioti in Valerio Massimo, in C. Bearzot – F. Landucci – G. Zecchini (eds.), Valerio Massimo e le exterae gentes, Milano 2022, 247-260; La politica religiosa di Nerone tra luci ed ombre, ARYS 21 (2023), 187-205; La politica religiosa di Vespasiano, Alessandria 2025.




