“La «Poetica» e le sue interpretazioni. Aristotele tra filosofia, letteratura e arti” di Gianluca Garelli, Gabriele Belletti e Alberto Martinengo

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Prof. Gianluca Garelli e Alberto Martinengo, Voi avete curato – insieme al prof. Gabriele Belletti – l’edizione del libro La «Poetica» e le sue interpretazioni. Aristotele tra filosofia, letteratura e arti, edito da Pendragon. Quale importanza riveste, nella storia del pensiero e della tradizione classica, la Poetica di Aristotele?
La «Poetica» e le sue interpretazioni. Aristotele tra filosofia, letteratura e arti, Gianluca Garelli, Gabriele Belletti, Alberto MartinengoRispondere a questa domanda non è facile, anche se a prima vista parrebbe il contrario. Forse potremmo cavarcela dicendo che la Poetica ha esercitato un’influenza enorme ed evidente, difficilmente sopravvalutabile: sostenerlo non sarebbe certo un’esagerazione. Eppure, in questi termini, rischieremmo di dire tutto sommato troppo poco. Perché il punto non è solo riconoscere la grandiosa storia degli effetti che ha avuto questo testo, nella sua presenza e perfino nella sua assenza (basti ricordare che un romanzo come Il nome della rosa di Umberto Eco è costruito tutto intorno alla presunta scomparsa del fantomatico secondo libro della Poetica aristotelica, quello che a lungo una certa tradizione ha ritenuto fosse dedicato alla commedia). Il punto è semmai riconoscerne anche l’attualità. Non usiamo questo termine a cuor leggero: oggi la parola “attualità” ha assunto un significato perfino un po’ banale, per dire per esempio che qualcosa va di moda, o è up to date. No: qui la parola è adoperata nell’accezione ermeneuticamente più impegnativa – proprio il contrario di un uso storicamente decontestualizzato, o di una strizzatina d’occhio alle mode del momento. Saggiare l’actualitas di un classico della filosofia significa piuttosto individuarne la permanente virtualità di senso, e dunque l’efficacia che esso può ancora avere per il nostro modo di pensare.

Ora, in questo senso la Poetica è davvero un testo attuale. Anche da questa constatazione è nata l’idea del libro; e, prima ancora, l’idea del seminario che si è tenuto nel maggio 2018 presso l’Università di Firenze, da cui è scaturito il nucleo del volume. Il seminario esprimeva proprio da questa esigenza: incontrarsi e discutere, insieme a studiosi di competenze diverse, sulla persistente presenza – palese o carsica – di questo testo nel nostro modo di concepire la produzione artistica, tra autonomia ed eteronomia. Ovvero, in altri termini, esso voleva ripensare attraverso Aristotele il concetto stesso di forma in rapporto non solo all’esperienza della poesia, ma all’arte e alla tecnica in generale.

Quali debiti manifesti e motivazioni profonde hanno fatto di questo testo un punto di riferimento imprescindibile per la filosofia, le poetiche e la pratica delle arti fino ai giorni nostri?
Un giovane collega, che in passato ha lavorato anche per alcune case di produzione di format televisivi, raccontava qualche tempo fa una cosa interessante: agli aspiranti autori vengono spesso tenuti corsi di formazione, il cui contenuto è ancora oggi insospettabilmente… aristotelico. Può sembrare strano pensare che, quando accendiamo la TV e magari ci facciamo catturare da una situation comedy o da una puntata di una serie, sotto sotto abbiamo a che fare con Aristotele. Eppure funziona proprio così, e per ogni tipo di narrazione, da quasi duemilacinquecento anni: se ci facciamo “catturare”, è perché l’opera che abbiamo di fronte è capace di sollecitare la nostra natura mimetica. Ancora Hegel o Baudelaire, per fare solo due nomi, avrebbero insistito su questo punto… Certo, forse tutto ciò per qualcuno può suonare paradossale al giorno d’oggi, quando il sapere scientifico parrebbe in grado di offrire anche allo studioso strumenti per definire, finalmente in modo più rigoroso, la natura dell’esperienza estetica. Bisogna pensare, in questo senso, non solo e non tanto allo sviluppo delle scienze umane e sociali, ma soprattutto all’indagine condotta dalle neuroscienze, che mettono l’approccio neurobiologico a disposizione dell’analisi dei processi di produzione e fruizione dell’opera d’arte, spalancando orizzonti interdisciplinari affascinanti. Ma anche qui attenzione: lo studio dei neuroni-specchio, per esempio, non restituisce forse nuova linfa proprio all’antico paradigma della mimesi, sottolineandone fra l’altro la dimensione intersoggettiva e condivisa?

Che relazione esiste tra istituzioni aristoteliche e poetiche contemporanee?
Abbiamo già detto della pervasività della Poetica aristotelica nelle narrazioni che popolano la nostra esperienza quotidiana. Ma ridursi a questa osservazione sarebbe parziale e fuorviante: perché proprio nel tentativo di mettere in questione la tradizionale concezione della “forma” le poetiche contemporanee (le avanguardie in primis, ma non solo) hanno assunto deliberatamente una posizione polemica nei confronti di aspetti essenziali della nostra tradizione, e con questo del dettato aristotelico e del suo fantomatico valore normativo. Pensiamo a nozioni come forma e imitazione; all’idea stessa dell’opera d’arte concepita secondo una struttura organica, ovvero articolata secondo un principio, un mezzo e una fine; o ancora alla concezione ‘ortopedica’ del valore educativo dell’arte per la città… Temi, questi, che vengono messi sempre e di nuovo, giustamente, in discussione. Eppure, verrebbe da dire, anche quando essi finiscono per costituire un punto di riferimento polemico, rimangono un termine di confronto imprescindibile. I generi e le modalità di espressione artistica possono naturalmente variare, ma è difficile immaginare che chi intende produrre qualcosa di artisticamente significativo possa evitare di confrontarsi per esempio con il problema della completezza della forma-opera, con la sua cosiddetta autonomia, con la sua natura problematica di cosa fra le cose.

Quale importanza e complessità ha assunto nella nostra contemporaneità il concetto di mimesis?
La nozione di mimesis è centrale in queste fortune contemporanee della Poetica di Aristotele. Lo è – quasi spontaneamente – nell’ambito letterario. Ma è interessante ritrovarla, con rimandi dichiarati ad Aristotele, anche fuori dalle teorie letterarie e dalla filosofia. Ci limitiamo a un solo esempio: pensiamo a un autore come René Girard, che muovendo dall’antropologia dialoga proprio con il campo letterario e filosofico. Il modello antropologico di Girard sta nell’individuazione dell’imitazione come principio delle azioni umane: l’essere umano è un soggetto che anzitutto desidera imitare il suo simile. Questa definizione è espressamente una ripresa dell’idea, che come abbiamo detto Aristotele formula nella Poetica, secondo cui l’essere umano è il più incline all’imitazione tra tutti gli esseri viventi e si distingue da essi anche per questa tendenza mimetica. Della capacità imitativa Girard fa un vero e proprio motore della storia dell’umanità, fra l’altro con implicazioni profonde nella sua teoria del capro espiatorio e nella sua rilettura del cristianesimo.

Qual è l’eredità della poetica classica nel romanzo contemporaneo?
Più che citare singoli scrittori, forse è più interessante qui accennare alle teorie del romanzo contemporaneo. Ebbene, la presenza della Poetica di Aristotele in esse è molto riconoscibile; in particolare in quelle più legate a una prospettiva filosofica. L’esempio più articolato è probabilmente quello di Paul Ricoeur. Tempo e racconto è la trilogia nella quale Ricoeur pone le basi della sua teoria dell’identità narrativa: il racconto di finzione ha la capacità di “integrare” le esperienze soggettive dando loro continuità; ed è su questa base che l’individuo si riconosce come soggetto stabile nel tempo. Le fonti a cui Ricoeur fa riferimento per sostanziare queste tesi sono molteplici: dalla psicoanalisi allo strutturalismo, fino alle teorie dell’autonarrazione. In particolare, Tempo e racconto contesta l’illusione “moderna” dell’identità personale come soggettività sostanziale: il soggetto, più che un presupposto, è il risultato di processi di autoriconoscimento attraverso i quali l’individuo si dà ex-post una stabilità attraverso il mutamento.

Ma se il cuore di questa discussione è il confronto con il soggetto moderno cartesiano, in realtà l’impianto generale del discorso di Ricoeur è aristotelico. In particolare, Ricoeur ritiene che alcuni temi della Poetica siano in grado di fornire gli strumenti per superare le aporie dell’ego di Descartes. O meglio: Ricoeur considera irrecuperabile la soggettività cartesiana, la cui capacità di fondare l’esperienza è definitivamente confutata dalle filosofie del sospetto di Marx, Nietzsche e Freud – e, dopo di loro, dalla riflessione novecentesca. Al tempo stesso, però, non si schiera nel pur fortunato campo del nichilismo e della decostruzione. Il “ritorno” ad Aristotele entra in gioco qui, con un’operazione teorica che ha il suo centro proprio nella Poetica. Mythos e mimesis sono le due nozioni-chiave di questo ritorno. Nella prospettiva di Ricoeur, infatti, il racconto di finzione si costruisce attraverso l’imitazione e la mise-en-intrigue (così Ricoeur traduce la funzione del mythos). Per questa via, la fictio fornisce un supporto esemplare alle forme di autonarrazione a cui si deve la possibilità stessa di definire ancora un’identità personale. La mimesis, in particolare, funziona come una sorta di “schematismo” che mette in comunicazione l’esperienza prenarrativa con la narrazione, trasformandola da serie casuale di eventi a insieme di cause, effetti, circostanze, scelte, decisioni, conseguenze. Ricoeur ne parla identificando tre momenti dell’imitazione: mimesis I, mimesis II e mimesis III. Ciascuno di essi compie questo movimento dall’esperienza al racconto (e viceversa), che mette assieme la materia di cui è fatta l’empiria e la forma con cui il racconto è in grado di innervarla e darle un senso. Insomma, tramite il racconto, la mimesis è un principio che consente di mettere ordine nel flusso disorganico delle nostre esperienze.

Del resto, che alla base dell’esistenza estetica dell’essere umano ci sia una natura fondamentalmente mimetica è una verità che Platone e Aristotele hanno saputo cogliere e affidare alla filosofia, non senza un qualche comprensibile timore: sappiamo che Platone, di fronte al potere devastante dell’imitazione esercitato dai modelli cattivi, abbia in più di un’occasione invitato la filosofia a trattare con cautela e diffidenza il fare artistico e poetico. Ecco, se volessimo liquidare una questione così ampia e complicata con una battuta, potremmo dire: pur senza dimenticare la cautela di Platone, con la sua Poetica Aristotele ha insegnato a riflettere sulla possibilità che anche ciò che è falso o solo verisimile sia molto istruttivo. Aristotele ritiene cioè non solo che è possibile concepire una verità della fiction, ma anche – cosa non meno importante – che da questa verità, che non è la verità logica, possiamo apprendere moltissimo per esempio su aspetti della nostra esistenza che l’esercizio freddo e calcolante della ragione strumentale rischia di trascurare, o di mettere ingiustamente in secondo piano. A partire dalle emozioni, dal significato che esse hanno nella nostra esistenza, e dal potere che esse esercitano su di noi non solo come singoli individui, ma anche nello spazio della vita associata.

Gianluca Garelli è professore ordinario di Storia della filosofia presso l’Università degli Studi di Firenze
Alberto Martinengo insegna Filosofia teoretica presso la Scuola Normale Superiore di Pisa

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