La poesia italiana degli anni Duemila. Un percorso di lettura, Paolo GiovannettiProf. Paolo Giovannetti, Lei è autore del libro La poesia italiana degli anni Duemila. Un percorso di lettura edito da Carocci: c’è ancora spazio per la poesia?
Insomma, se uno scrive un libro sulla poesia d’oggi (e non è il primo che pubblico) si presume che qualche fiducia nella sua vitalità ce l’abbia. Credo che si debba pensare in positivo ed evitare ogni tipo di piagnisteo. Personalmente, affermo la paradossale forza di ciò che chiamiamo ‘poesia’, al tempo stesso evitando di difenderla in maniera patetica e corporativa (come spesso capita ai critici specializzati e ai poeti). Nessun vittimismo da parte mia, anzi una forma di ottimismo volutamente ingenuo. Cioè provocatorio. Intanto, l’istituzione della poesia, in Italia, gode di un’ottima salute, per la semplice ragione che i prodotti più visibili e affermati (le opere di ‘maestri’, in attività fin dagli anni Settanta-Ottanta, e persino Sessanta del Novecento) sono ancora in grado di stupire, di interessare. Insieme, ci sono molti bravissimi giovani. Di trentenni che provano a fare poesia sul serio, e che ci riescono, ne conosco, ne leggo molti. Se poi i critici e i professori universitari non sono all’altezza di questo quadro, e non fanno che disprezzare ciò che non leggono, il problema è loro. In fondo, io sono uno che crede ancora in qualcosa come la vecchia talpa. La vecchia talpa della storia, per non dire d’altro. Sbucheranno da qualche parte, i poeti, sbucheranno!

Quali sono i maggiori poeti italiani contemporanei?
Non dovrei rispondere a questa domanda perché significherebbe proporre un canone. Però, come accennavo sopra, ci sono alcuni maestri. Da Nanni Balestrini e Franco Loi, ultraottantenni, ai sessantenni Patrizia Valduga, Valerio Magrelli, Fabio Pusterla, Gabriele Frasca, passando attraverso il gruppo dei settantenni (o quasi) Franco Buffoni, Milo De Angelis, Umberto Fiori, Eugenio De Signoribus. Si tratta di autori che hanno un seguito presso i più giovani, e godono di un riconoscimento pressoché unanime anche da parte della critica. Se mi riferisco a loro e non ad altri, credo che nessuno si scandalizzerà. Non so se tutti loro passeranno alla storia, se faranno canone; e io sulla reale qualità di qualcuno nutro dei dubbi; ma è certo che, oggi, li si ammira e segue con attenzione. Ci sono poi altri autori ‘tradizionali’, però più discussi, più al centro di polemiche (anche aspre), e non farò per questo i loro nomi.

Vorrei invece dire qualcosa sulle tante donne che dai primi anni Settanta in poi sono andate imponendosi. Ci sono, oggi, poetesse di una bravura stupefacente. Alcune sono giovanissime e manifestano anche una buona coscienza critica e politica, che lascia ammirati. È bello dialogare con loro, ci si trova in compagnia di persone dotate di un notevole spessore intellettuale, oltre che di una invidiabile bravura tecnica. Francamente, non so perché anno dopo anno la quota di poetesse valenti continui a crescere. Bisognerebbe fare un’indagine ad hoc.
Mi limito a fare un solo nome, anche perché si tratta di un’autrice a tal punto fuori dai giri giusti che nessuno la conosce. Non è la più brava, ma il suo lavoro è sintomo di qualcosa che sta accadendo e che non molti vedono – purtroppo. Si chiama Rita Filomeni. Lavora sul linguaggio (un parlato fiorentineggiante, pieno di sincopi, di sussulti), sulla forma (una metrica modulare che sembra aver scapitozzato un sonetto per farlo venir su più forte), sulla politica, e non solo la politica della scrittura, denunciando le istituzioni ‘totali’, carceri e manicomi innanzi tutto. Cercate in Rete le sue opere, e magari persino in libreria… Troverete una dedizione totale a valori che, probabilmente, solo la poesia può dire. Che ce lo ricordino giovani donne, ripeto, è per me un bellissimo mistero.

Qual è il ruolo dei nuovi media nella diffusione della poesia?
La mia idea è che i nuovi media stiano aiutando la poesia a prendere coscienza di se stessa. Ci sono almeno due discorsi da fare. Il primo riguarda la Rete e, marginalmente, la poesia detta elettronica. In Internet c’è un fermento che attraversa social network e blog, e che rischia di fare del discorso ‘in versi’ un contenuto trascurabile come tanti altri, di trasformarlo nel blablà che tutti ben conosciamo, nel quale tra la parola di una classico letterario e la parola dell’ultimo degli haters non c’è differenza sostanziale. Nulla di male, forse, se questo fosse un modo per ragionare meglio di valori letterari e di gerarchie, di tradizioni, canoni ecc. Qualcosa si sta facendo per discutere di contenuti in modo serio, e comunque non trascurerei il fatto che tante piccole nicchie di appassionati di poesia si sono nel frattempo realizzate, e che esistono filtri (“Nazione indiana”, “Le parole e le cose”, “Gammm” sono forse i più noti) che aiutano i lettori a entrare nel modo giusto nella letteratura della Rete. Però, resta il fatto che la vecchia poesia vive a fatica in Internet. Ci sarebbe bisogno di un lancio o rilancio della poesia elettronica, che sa sfruttare nel modo giusto l’ipertestualità, cioè la caratteristica forse più evidente di ogni navigazione fatta con i nostri computer. Ma oggi, in Italia, l’e-literature, la letteratura elettronica, è una provincia dentro una provincia, e non la conosce (né tanto meno legge) nessuno. O quasi.

L’altra faccia della medaglia, la faccia per me più interessante, è data dal fatto che, con ogni evidenza, proprio nel mondo liquido delle connessioni informatiche la poesia può andare incontro a una specie di ri-materializzazione ‘di rimbalzo’, per così dire. In pratica, è come se improvvisamente l’oggetto libro – che tutti dicono in crisi, ma lui intanto è sempre lì – ritrovasse le sue ragioni forti proprio a contatto del libro di poesia. La poesia si legge diversamente dalla narrativa, e implica un ritornare sopra il testo con una certa frequenza, degustandolo anche in ciò che in un romanzo appare, ed è, indifferente. La poesia è un po’ come il cinema, e ci costringe sempre a tematizzare i margini, i bianchi che l’accompagnano, le sue (in)quadrature, la messa in pagina. A me sembra che tutto ciò reclami un oggetto fisico, un libro. E del resto, le principali forme di ricerca poetica da cinquanta e più anni a questa parte hanno puntato proprio sulla ‘poesia-installazione’: qualcosa che sta lì davanti a noi e che reclama un’azione in sua presenza; qualcosa che comincia a funzionare solo se la sentiamo come un oggetto concreto, non diverso dall’installazione di una galleria d’arte o di un museo.

Cos’è la poesia di ricerca?
Sarei banale se dicessi che ogni poesia ben fatta implica una ricerca, e che senza ricerca non si dà poesia. Devo essere più preciso. Negli anni Duemila in Italia si parla di poeti “di ricerca” per riferirsi a un’area di esperienze che se da un lato sono in relazione diretta con la neoavanguardia, dall’altro si confrontano con il nuovo della società dell’informazione, della Rete, persino dei videogiochi. In effetti, c’è anche chi parla di post-poesia, perché si tende a superare la distinzione stessa fra l’ambito narrativo e quello poetico. Nel 2009 ci fu la pubblicazione di un’antologia, Prosa in prosa, che un po’ fece il punto di certe ricerche, oggi ancora in corso e che stanno dando buoni frutti – a me sembra.
In ogni caso, si può fare ricerca senza appartenere all’area della “poesia di ricerca”. Dentro la tradizione, si possono realizzare cose eccellenti, che innovano tantissimo. Tra i nomi che ho fatto sopra, si trovano straordinari esempi. Uno dei fili rossi della modernità (e forse anche della postmodernità) è offerta dalle tecniche e dalle poetiche ‘in levare’, le poetiche dello scarto minimo. Fare poesie perfette con parole che non incutano nessuna soggezione nel lettore e che non sembrino poesia, e insieme e soprattutto non provochino alcuna reazione di scandalo. Si tratta di quella poesia-conversazione che per noi italiani è un’arte difficilissima, ma che per gli inglesi e americani è viceversa sin troppo facile (provate a leggere John Ashbery, per esempio).

Quale futuro per la poesia?
Ho già detto moltissimo, cioè che la poesia gode di ottima salute per via dei suoi molti giovani: e che quindi si può intravvedere un futuro roseo. Ovviamente, sto esagerando anche perché – come accennavo – polemizzo espressamente contro i tanti piagnistei di amici e colleghi. Ci sono due grandi questioni in gioco. La prima è la possibilità, anzi la necessità, che la poesia si faccia sentire sempre più spesso pubblicamente. Che si costituisca come evento entro spazi condivisi, contribuendo a fondare comunità di poeti e lettori – lettori-ascoltatori diciamo. E indispensabile è che non si tratti solo di comunità della Rete; ma di situazioni di scambio reali, fisiche, in praesentia. Non c’è dubbio che la poesia sia anche e magari soprattutto un evento, una specie di piccola performance, persino quando è letta silenziosamente: di qui il suo bisogno di installarsi in luoghi precisi, di andare incontro a radicamenti sociali. Attualmente, i festival e le occasioni di confronto sono poco numerosi, sono estemporanei, e solo raramente si assiste alla realizzazione di comportamenti continuativi, davvero rituali. Se non si modifica questo quadro, si finisce per rinchiudersi dietro i cancelli d’acciaio dei social, dei blog per pochi intimi…

La seconda questione è quella editoriale. Ci sono, in Italia, una miriade di case editrici anche vivacissime, pur se povere, che lavorano con entusiasmo, producono poeti notevoli; ma poi inevitabilmente scompaiono, o sopravvivono sì ma nell’ombra. È deprimente pensare che in libreria  sia quasi impossibile non solo trovare ma nemmeno ordinare libri di editori minori. Questo deve cambiare. Bisogna che gli editori grandi rilancino il libro di poesia investendoci sopra e facendo dirigere le loro collane da poeti e critici giovani, capaci di intercettare il nuovo.  Sarebbe bello se chi gestisce le case editrici maggiori capisse che un libro di poesia ben fatto (anche sul piano grafico), venduto a prezzi onesti, potrebbe trovare un suo pubblico. Perché, ve lo garantisco, quel pubblico c’è. Però bisogna andargli incontro; e non allontanarlo (o disgustarlo), per poi dire che non c’è.

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