La più bella del mondo. Perché amare la lingua italiana, Stefano JossaProf. Stefano Jossa, Lei è autore del libro La più bella del mondo. Perché amare la lingua italiana edito da Einaudi: perché si può affermare che la lingua italiana sia la più bella del mondo?
Non si può. Nessuna lingua è più bella delle altre se non soggettivamente, alle orecchie e al cuore di chi l’ha ricevuta in dono oppure l’ha scelta. Proprio perciò, però, per noi che parliamo l’italiano, l’italiano sarà la lingua più bella del mondo.

La bellezza è infatti un concetto soggettivo e relativo, proprio come il superlativo: se diciamo “la più bella”, vogliamo proporre un confronto, che implica la nostra presa di posizione rispetto all’argomento. Il mio libro punta proprio a discutere il rapporto tra lingua e bellezza, per andare al di là dello stereotipo tanto propagandato a livello giornalistico e pure editoriale dell’italiano “lingua più bella del mondo”: Thomas Mann fa dire al cavaliere d’industria Felix Krull che “gli angeli nel cielo parlano italiano”, ma perché non potrebbero parlare inglese, francese, russo, cinese o hindu? La preferenza è necessariamente soggettiva. Perciò la lingua che parliamo è un atto di libertà, come ogni volta che parliamo del bello.

La bellezza, infatti, proprio come la lingua, è un fatto di scelta, d’elezione: dei gusti non si discute, ma i gusti nascono da preferenze che possono essere istintive o risultato di un deposito attraverso il tempo. Per la lingua vale lo stesso: la sua bellezza sta in un rapporto istintivo (la lingua materna, che gli inglesi chiamano first language o native language) oppure in un rapporto d’elezione (la lingua imparata, che può diventare la propria lingua). Ciò che si sceglie non è solo un sistema di suoni e significati comunicati dai genitori e dal mondo, ma anche una storia, fatta di memorie, di sentimenti, di poesia, di canzoni e di discorsi, che vengono dal passato e ci circondano nell’esperienza di ascoltatori e parlanti. Perciò la lingua non può essere svincolata dalla letteratura. E dalla bellezza: perché è espressione, invenzione e amore.

The only language I speak is the language of love, leggevo proprio ieri in un graffito al South Bank. Il collegamento tra la lingua e l’amore è tra i più antichi del mondo, perché il linguaggio umano è nato, oltre che per comunicare informazioni, anche e soprattutto per dire l’indicibile, che è tutto ciò che ha a che fare con l’universo dei sentimenti e delle emozioni. Nel caso della lingua italiana, la cosa è tanto più interessante quanto più la lingua letteraria italiana è nata come lingua del discorso amoroso, a partire dalla scuola siciliana e dallo stil novo, al punto che un grande poeta inglese come John Milton poteva scrivere (in italiano!) che “Questa è lingua di cui si vanta Amore”. Il mio libro punta non tanto a spiegare com’è fatta la lingua, come hanno fatto e continuano a fare benissimo tanti bravissimi linguisti e storici della lingua, ma a individuare delle situazioni e delle dinamiche interne della storia e degli usi della lingua italiana, che possono essere tra le ragioni per cui l’amiamo o anche l’odiamo, chi più chi meno; ma con la lingua non possiamo non confrontarci, visto che tutto ciò che facciamo, da un bacio a un passo di danza, da un calcio a un pallone alla spesa al supermercato, diventa linguistico. Possiamo pensarlo e comunicarlo, cioè, solo in termini di lingua – anche se esistono naturalmente forme di pensiero e comunicazione emotive, gestuali o figurative. Ma di solito discutiamo e raccontiamo più con le parole che con i gesti e i disegni.

La mia risposta è allora che l’italiano è la lingua più bella del mondo perché è la lingua che parlo io. Può sembrare una risposta arrogante, ma è uno di quei casi in cui si può applicare il gioco prospettico per bambini con la domanda “io sono io e tu sei tu; chi è più bello, io o tu?”.

Che cosa rende l’italiano tanto speciale?
Niente sul piano strettamente linguistico, ma le cose cambiano se la lingua si prende insieme alla sua letteratura. Ogni lingua ha le sue caratteristiche, che sono speciali in relazione alle altre lingue anziché in sé e per sé: bisogna contestualizzare invece di assolutizzare, come si fa ahinoi troppo spesso nei linguaggi della propaganda, tanto pubblicitaria quanto politica (non troppo diversi, del resto, ormai). L’italiano si caratterizza per elementi fonetici, sintattici e lessicali che ha o non ha in comune con molte altre lingue, persino alcune che non sono parenti o vicine, a seconda di come svolgiamo il confronto. Direi allora che ciò che distingue veramente una lingua è la sua storia: non qualcosa di assoluto, la lingua nel suo essere, ma qualcosa di umano, la lingua nel suo essere usata, nel suo divenire. Ogni storia è unica e questa unicità rende interessanti le storie: anche le storie delle lingue. Perciò nel mio libro c’è un primo capitolo storico, che ai lettori che fanno professione di antintellettualismo e antiaccademicismo suggerirei di saltare per entrare direttamente in argomento nella maniera che più li può facilitare o soddisfare. Uno dei diritti del lettore che prediligo tra quelli sanciti da Pennac in un famoso manifesto è proprio quello di saltare le pagine e cominciare dove si vuole.

Per tornare alla domanda, un aspetto che ho sempre amato della lingua italiana sono le associazioni di suono, da quelle degli scioglilingua per bambini (sopra la panca, continuate voi) a quelle delle rime (perché orco fa rima con porco?) e quelle degli anagrammi (ancora porco che si associa a corpo, ad esempio). Di solito c’interessiamo o alle parole o alle frasi: cosa significano le prime, come sono fatte le seconde. Io ho provato a pensare anche alle lettere, cioè essenzialmente ai suoni: il gioco delle rime è perciò il primo elemento su cui ho voluto riflettere, perché, anche se la rima esiste in tutte le lingue, con la rima ci divertiamo a rendere più viva e originale la lingua che parliamo. Il secondo elemento su cui ho insistito è la metafora, perché, anche se la metafora, ancora, esiste in tutte le lingue, è la possibilità di aprire significati plurali che rende una lingua affascinante: nel nostro caso, la nostra. Il terzo, il quarto e gli altri non li dico, perché non voglio spoilerare il mio libro – “spoilerare”: si può dire? Chissà, forse anche la capacità di accogliere tante parole straniere trasformandole in italiane (dalle ormai acquisite barista e sportivo fino alle più recenti e ancora controverse surfare e downloadare) potrà rendere l’italiano speciale?

Quando è nato l’italiano?
Gli storici della lingua insegnano che la data di nascita delle lingue non esiste, perché le lingue sono processi evolutivi che non hanno origini e fini certe. Non si è mai verificato nella storia, ad esempio, che un padre parlasse latino e un figlio volgare, che è il modo con cui chiamiamo le varie forme (quelle che solo dopo sarebbero diventati i dialetti) dell’italiano prima che l’italiano venisse codificato come lingua riconoscibile. Questa presa di coscienza di una lingua che si potesse chiamare italiana si deve a Dante, che con il De Vulgari Eloquentia puntò a definire le caratteristiche comuni della lingua che i letterati italiani avrebbero dovuto usare. L’italiano dunque non veniva descritto, ma prescritto, cioè non era una lingua esistente, ma una lingua a venire: qui è uno dei paradossi che rendono la storia dell’italiano affascinante. L’italiano, nel corso della sua storia, è sempre stato più un progetto che una realtà in atto.

Una delle caratteristiche del mio libro sull’italiano di cui sono più orgoglioso è che non si propone di spiegare niente, ma solo di proporre delle riflessioni e condividere delle emozioni: la risposta istintiva alla domanda sarebbe dunque che non m’importa granché sapere quando è nato l’italiano, ma come e perché. Inviterei tutti a rileggere quello che è uno dei punti di partenza dell’italiano moderno, l’indovinello veronese (Boves se pareba / alba pratalia araba / albo versorio teneba / nigro semen seminaba), perché lì è il mistero della lingua: non è più latino, non è ancora italiano (cioè un volgare settentrionale), ma sancisce il fatto che la lingua, qualunque essa sia, dice sempre di più di quello che è il suo significato letterale. La soluzione dell’indovinello è su wikipedia, ma il mio libro ne propone una nuova: finché ci saranno nuove soluzioni all’indovinello, la lingua continuerà a nascere, come l’araba fenice, o la pantera di cui Dante cercava il profumo.

La nostra lingua è stata al centro di una questione durata secoli: su cosa verteva la questione della lingua?
La questione della lingua m’interessa ancora meno di quando è nato l’italiano… Nel senso che la questione della lingua come l’abbiamo studiata sui banchi di scuola è un espediente pedagogico degli storici per promuovere la lingua unitaria degli italiani: l’espressione non compare nei dibattiti dei tempi antichi e viene usata ideologicamente solo nel momento in cui la lingua diventa lo strumento privilegiato di costruzione di un’identità collettiva degli italiani. Identità che non può che essere una fiction, visto che le comunità, al di là delle ristrette cerchie familiari e amicali, non possono che essere immaginate, come ha spiegato anni fa Benedict Anderson in un bellissimo libro: cos’hanno in comune un napoletano e un bresciano se non la loro idea di essere entrambi italiani, che è un’invenzione prima che un comportamento comune?

La questione della lingua si è concentrata essenzialmente su questo: evitare che un napoletano e un bresciano, un torinese e un barese, un  veneziano e un palermitano si sentissero solo lontani e diversi. A unirli ci voleva prima di tutto una lingua comune, che li rendesse partecipi non solo di uno stesso vocabolario e di una stessa grammatica, ma anche di discorsi comuni, di punti d’incontro e condivisione legati a argomenti e dibattiti. Il primo, perché era il più naturale, il più interessante e il più condivisibile, fu l’amore; l’ultimo, secondo alcuni è il calcio, secondo altri la politica. Passa non più per la poesia, ma per la televisione: il talk show è l’ultimo atto della questione della lingua, dove si mettono in scena problematiche antichissime, come il rapporto tra lingua d’elite e lingua popolare, la presenza o meno di parole straniere, la relazione tra lingua, mimica facciale e gesti, ecc.  Quel che conta, però, è che la lingua comune è da un lato un patrimonio simbolico che ci tiene uniti, ma anche, dall’altro lato, il luogo di uno scontro di potere, sempre aperto e sempre attivo, nel quale si giocano battaglie decisive per i destini della comunità.

Più che di questione della lingua parlerei allora di questioni della lingua, al plurale, che rivelano quanto la lingua sia legata alla politica: come scriveva Antonio Gramsci, “ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione [scriveva così: quistione] della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale.” La citazione è famosissima e ripetuta a più non posso, ma aiuta a capire che la questione della lingua è ancora e sempre aperta.

Avrei anche potuto replicare alla domanda, ancora più scortesemente, dicendo di andare a cercare la risposta su wikipedia… Da questo punto di vista, infatti, rispetto alle domande che state ponendo, il mio libro vuole essere un po’ una sfida ai linguisti che hanno dominato il discorso pubblico negli ultimi quarant’anni con il loro sapere tecnico e normativo. Il problema è spostare l’orizzonte del nostro rapporto con la lingua dal descrivere al creare: la lingua come fatto poetico. Noi non ci limitiamo mai a riprodurre la lingua che altri hanno usato prima di noi, ma la reinventiamo ogni volta che la usiamo: la grammatica è perciò l’argine dentro il quale l’inventività linguistica connaturata al linguaggio umano non sfocia in incomunicabilità, arbitrio e anarchia. Allargare la comunicazione senza perdere l’invenzione è stato l’obiettivo dei grandi legislatori della lingua italiana, da Dante a Bembo a Manzoni fino a Calvino e Pasolini, che richiamo in causa nel primo capitolo del libro: il problema è il rapporto tra centro e periferia, che è problema politico oltre che linguistico. La mia tesi è che l’aristocratico Bembo proponga una soluzione democratica, mentre il democratico Manzoni propone una soluzione aristocratica: facendo riferimento a una grammatica, che è definita una volta per tutte, Bembo fornisce a tutti un modello oggettivo che si può apprendere e seguire per entrare nell’aristocrazia dei letterati; viceversa, Manzoni, fingendo di affidarsi alla lingua del popolo, crea di fatto un arbitrio e promuove un privilegio, a favore dei fiorentini e di chi ha la possibilità di andare a risciacquare i panni in Arno. La legge è sempre più democratica della natura, in fondo. Di qui anche il confronto tra Calvino, che finisce col ribadisce le gerarchie sociali, e Pasolini, che cerca una lingua per l’espressione e la libertà anziché un’integrazione fatta di omologazione; ma proporrei di leggere il libro per aprire la discussione!

Come è mutato nel corso dei secoli l’italiano?
Che ne so? Queste sono questioni di cui si occupano i linguisti e io non sono un linguista. Il mio obiettivo era proprio quello di dire che della lingua ci si può occupare da linguisti, che è cosa che i linguisti fanno benissimo, da appassionati, che è cosa che può fare chiunque, oppure da critici letterari, che è cosa che i critici fanno troppo poco: la lingua ha un’infinità di usi, che la rendono, appunto, bella. La mutevolezza della lingua è proprio ciò che mi sta a cuore: la lingua muta tutti i giorni, è un organismo in evoluzione, non è mai uguale a se stessa. Muta nei contesti, negli usi, nel fatto che a parlare sono persone diverse. Di solito ci si rammarica che l’italiano è troppo poco inventivo e troppo autoritario, perché la lingua di Dante è ancora in gran parte la lingua che usiamo tutti i giorni; ma una parola di Dante, quando la uso io o la usi tu, è già un’altra cosa, si è arricchita di nuove sfumature e nuovi contenuti, dice di più (e anche spesso di meno) di quello che diceva Dante. Confrontare, anziché deplorare (o all’inverso magnificare) la continuità, secondo me, è un elemento di bellezza: i nemici del passato e le vestali della tradizione possono andare tutti nel girone dantesco di coloro che non sanno apprezzare la bellezza delle lingue.

Proprio perciò, a mio avviso, è inutile essere contro o a favore rispetto all’introduzione nell’italiano di parole inglesi: può essere tanto un elemento di creatività, come in molte canzoni, quanto di sudditanza culturale, come in molti discorsi politici. Il punto è se chi dice step by step per dire “poco a poco” sta facendo una scelta o sa ormai usare solo una formula che prende da altri: nel primo caso si tratterà di un fenomeno di espressività, nel secondo di stupidità. Le mutazioni dell’italiano andranno studiate sullo sfondo di questa duplicità.

L’italiano, coi suoi circa 60 milioni di parlanti, appare come un’isola nell’oceano delle lingue di uso internazionale: quale futuro per la nostra lingua?
“L’italiano è una lingua parlata dai doppiatori”, diceva Ennio Flaiano con uno dei suoi folgoranti aforismi: voleva dire che l’italiano era ormai culturalmente suddito di altre lingue oppure che alla fine dell’italiano non si poteva fare a meno? Io non amo gli apocalittici che hanno paura della trasformazione e inventano riserve indiane: accettiamo il flusso del divenire e lasciamo che la vita scorra. Pensi che il cinese, con il suo miliardo e trecento milioni e oltre di parlanti, copre comunque solo il 20% circa delle lingue parlate nel mondo. Il linguaggio umano è caratterizzato da un’incredibile varietà. Tutte le lingue, allora, sono, a loro modo, a rischio: pensi quanto si contamina ogni giorno l’inglese, includendo nuove parole che inglesi originariamente non sono. I puristi sono disperati, chiudono le frontiere, espellono gli stranieri, invocano purghe ed epurazioni. Dall’italiano sono arrivate recentemente stiletto, che sono i tacchi a spillo, e tiramisu, che tutti sappiamo cos’è, ma dal cinese vengono, per esempio, ketchup, chopsticks e feng shui, che ora usiamo anche in italiano. Le lingue si mescolano e trasformano, sono organismi sempre in movimento, vivono e brillano: non scompaiono mai. L’italiano è una delle lingue con più storia, più tradizione, più forza tematica nella cultura linguistica mondiale: ne farà parte in futuro come ieri e oggi, in forme che difficilmente possiamo prevedere, ma che i destini dell’aramaico, del persiano, del greco, del latino, delle lingue maya, tutte con la loro eredità nelle lingue moderne o anche ancora parlate, possono farci in parte intuire. Non dobbiamo neanche preoccuparci troppo: una legge linguistica naturale prescrive che la comunicazione tra le generazioni non s’interrompa, per cui un genitore capirà sempre i suoi i figli e un nonno potrà al massimo fare un po’ di fatica con i nipoti, ma senza mai sentirsi già all’altro mondo.