“La peste: il male? Leggere Tucidide e Lucrezio ai tempi del covid” di Remo Viazzi

MESE DELLO SPORT IBS.IT
Dott. Remo Viazzi, lei è autore del libro La peste: il male? Leggere Tucidide e Lucrezio ai tempi del covid edito da Mimesis: quali caratteri assume la narrazione della peste di Atene da parte di Tucidide e Lucrezio?
La peste: il male? Leggere Tucidide e Lucrezio ai tempi del covid, Remo ViazziCome è risaputo la “cronaca” della peste che colpì Atene nel 430/429 a.C. raccontata pochi anni dopo da Tucidide, che fu colpito dalla malattia, è stata, quattro secoli dopo, “fonte di ispirazione” per Lucrezio. Il ricordo di quella “vera” pandemia, che causò la morte di quasi un terzo della popolazione di Atene, e l’asciutta, scientifica narrazione di Tucidide dovettero colpire profondamente l’animo tormentato del filosofo latino, al punto che egli scelse di mettere la sua rilettura di quelle famosissime pagine tucididee a chiusura del suo De rerum natura. In questa mia analisi, quindi, non posso che optare per la tesi che l’opera di Lucrezio non sia affatto da considerarsi incompleta, ma che proprio la narrazione della peste sia l’unica maniera sensata per mettere un punto fermo al suo trattato.

I due autori, su suggerimento di Carlo Angelino, che firma una Prefazione di segno più marcatamente politico che filosofico, vengono in qualche misura ascritti nel novero dei pensatori che dettero avvio al pensiero antitetico. Quest’ultimo è inteso come “unica possibile filosofia dell’avvenire”, una filosofia che intende accantonare la questione dell’essere, da cui erano scaturite le opere di Parmenide prima e di Platone e Aristotele poi, per indirizzarsi piuttosto verso quella del male. Tuttavia, la questione del “male radicale” e della sua ingombrante presenza sulla terra non sono riusciti ad affrontarla pienamente, dandone un’interpretazione convincente e conclusiva, né la metafisica classica, né quella moderna, né la teologia cristiana. Falliti, quindi, i tentativi nei domini della filosofia, del mito e della religione di dare risposta al quesito intorno al male si è ritenuto che valesse forse la pena tentare la via dell’arte per vedere se, laddove non è riuscito ad approdare il λόγος, può – in qualche modo – giungere questa, quasi si potesse intenderla, nella sua più alta accezione, come «organo della filosofia perché costituisce una radicale interrogazione sul senso dell’esistenza». Infatti, è necessario ammettere che è solo attraverso forme, espressioni, immagini e visioni, con la forza evocativa della poesia, che – esclusivamente per via intuitiva – si può giungere alle “Idee”, in totale opposizione ai guadagni che furono di Hegel, secondo il quale, invece, la filosofia sta al posto più alto, anche al di sopra della religione perché «… un contenuto speculativo non può essere espresso in immagini o in semplici rappresentazioni in maniera adeguata e verace e, sostanzialmente, senza contraddizioni». Eppure, «… l’intenzione che il poeta persegue, quando mette in moto la nostra fantasia, è quella di svelarci le idee, ossia di mostrarci mediante un esempio che cosa sia la vita e che cosa sia il mondo». Ed è in definitiva per questo motivo che proprio a un poeta, Giacomo Leopardi, si deve il fatto di aver individuato, fatto suo e “tragicamente” affrontato nella maniera più lucida e ingombrante, il problema del male quale questione capitale e cardine del pensiero antitetico.

I due autori, uno storico e uno poeta, benché filosofo ma soprattutto poeta, sembrano mettere da parte la domanda ontologica del “che cosa (τί ἔστι)” per lasciare invece spazio alla “nuova domanda” filosofica del “perché (ὅτι)”. Il problema, però, è che entrambi, di fronte alla peste vengono colpiti da una sorta di afasia, restano senza parole, sono in grado di vedere il male, di raccontarlo, anche con dovizia di particolari e con occhio medico-scientifico, ma non di spiegarlo. Il male c’è, l’inettitudine del λόγος umano a darsene una ragione non può far altro che far sorgere l’angoscia, che stranamente è ancora più marcata per il filosofo, quale vuole essere Lucrezio, che ambirebbe proprio per mezzo del λόγος a fornire una spiegazione al tutto e che invece si ritrova muto e sconfitto di fronte a qualcosa che è ma non si sa perché.

Sarebbe qui troppo lungo illustrare in che modo, ma anche la posizione della lunga e articolata illustrazione della peste all’interno delle rispettive opere è segno manifesto di questa inabilità annichilente. Nelle Storie di Tucidide la “posizione forte” di tale narrazione è data dal fatto che – senza alcuna mediazione – essa è posta subito dopo l’Epitaffio di Pericle, con cui viene celebrato il vertice del “bene” raggiunto e realizzato nella città di Atene; in Lucrezio addirittura risiede nella scelta di porre l’episodio al tramonto dell’opera, apparentemente senza una qualche “chiusa” o un commento che ne evidenzi la ragione.

Quali riflessioni genera la peste di Atene riguardo l’antiteticità del bene e del male?
Nelle tre domande capitali che permeano il pensiero antitetico si nasconde una verità scomoda e sconvolgente (Perché il nulla piuttosto che l’essere? Perché la morte piuttosto che l’immortalità? Perché il male piuttosto che il bene?): queste trovano, infatti, nel mondo come loro unica risposta sempre il prevalere del corno negativo e solo la religione cristiana, non sempre tuttavia percorrendo le vie del λόγος, riaccende le speranze, proiettando in una dimensione atemporale e post mortem la vittoria dei poli positivi.

Agli occhi di Tucidide la presenza del male sulla terra è un fatto. Esso incombe sul mondo e lo domina e solo la scienza storica è in grado di farlo emergere con chiarezza: ipso facto «la sua sapienza è la conoscenza ultima. È la saggezza». Per il conseguimento di questo obiettivo egli si mette in competizione con Omero e poiché quello, narrando la guerra di Troia, aveva narrato la guerra più grande di tutte, così Tucidide, per cercare di superarlo e prenderne il posto nella paideía dei giovani greci, racconta la guerra del Peloponneso convinto che sia quella ormai «il più grande sommovimento che sia mai avvenuto fra i Greci e per una parte dei barbari e, per così dire, anche per la maggior parte degli uomini». Può sostenere questa teoria e aspirare all’acquisizione di una piena saggezza per il fatto che era assolutamente certo che, comprendendo la natura della guerra, si avesse agio a comprendere anche la natura della vita umana. Per Tucidide il male è così radicato, centrale e presente nell’esperienza di vita dell’uomo che è solo comprendendo il male che si comprende la natura dell’uomo! Nella sua opera la conoscenza dei fatti storici non è fine a se stessa, ma deve avere come scopo ultimo quello di consentire l’accesso a un sapere più vasto, più completo: è un rimando continuo alla vera saggezza, alla conoscenza della “natura delle cose”.

Per Lucrezio il discorso è più complesso e lo è nella misura in cui, in quanto filosofo epicureo, per lui quello del “male” sarebbe dovuto essere un falso problema, un non-problema. Il tetrafarmaco epicureo avrebbe dovuto garantire la completa atarassia, la capacità, cioè, di vivere come se il male non ci fosse, anche qualora se ne fosse percepita la presenza. L’esperienza della peste sembra mettere in crisi Lucrezio e le convinzioni che lo spinsero a inserire all’interno del De rerum natura un vero Inno a Epicuro. Al di là delle romanzesche e insultanti ipotesi sulla sua morte da suicida, che nel testo non vengono prese in considerazione e delle motivazioni che avrebbero causato una “crisi” nel poeta tale da condurlo al gesto estremo, è, però, certo che dal punto di vista epistemologico l’autore rimane annichilito e senza spiegazioni. Tutto questo emerge con chiarezza nella contrapposizione nettissima che si riscontra tra l’incipit del poema, l’Inno a Venere, e la sua fine, la descrizione della peste di Atene: la forza vivificatrice (nec sine te quicquam dias in luminis oras / exoritur) di Venere, che apre l’opera, esce sconfitta dalla battaglia con il Male, rappresentato dalla peste, che è invece ciò che “nullifica” tutto (nec poterat quisquam reperiri, quem neque morbus / nec mors nec luctus temptaret tempore tali). È il trionfo della morte sulla vita, del male sul bene.

Quale approccio al problema del male suggerisce la lettura di Tucidide e Lucrezio?
Tucidide afferma che la guerra del Peloponneso sarebbe stata la “più grande” e la “più memorabile” di tutte quelle avvenute sino ad allora: «[…] l’aspetto della malattia andava al di là della logica comprensione, su ciascuno piombavano addosso anche altre cose in maniera più dura rispetto alla natura umana e proprio in questo mostrò di essere qualcosa di diverso rispetto a uno dei mali ordinari»: in definitiva, è la peste, pur nel suo realizzarsi come semplice malum in mundo, qualcosa di sovra-umano, qualcosa che la può far apparire come indizio di un superiore Malum mundi. Atene si trova di fronte al “male assoluto” e inspiegabile: «… la creaturalità inutilmente offesa, ossia il male che infligge una sofferenza insensata e dunque incapace di elevarsi al dolore, al ritrovamento del senso nel cuore dell’insensatezza», per usare le parole di Givone in riferimento all’opera di Dostoevskij.

L’eccezionalità della peste, il suo colpire a destra e a manca, questo suo sferzare l’uomo, quasi “costringendolo” manzonianamente ad aggiungere male al Male è la certificazione che ci si trova di fronte al Malum mundi.

Tuttavia vi è tra i mala in mundo e il malum mundi, un legame strettissimo, per cui dall’esperienza dei primi non si può che elevarsi al livello della trascendenza per attingere al secondo. Infatti, «proprio sullo sfondo dell’Abisso e della Trascendenza in cui quei mali emergono nella loro contingenza, e scaturisce dal cuore dell’uomo l’anelito ad un’altra vita, questa invocazione religiosa è all’origine della stessa domanda filosofica, quella domanda – perché l’essere piuttosto che il nulla – che filtra di sé ogni concreta questione del pensiero». Sperimentare, nel recinto della trascendenza, il malum mundi attraverso l’incontro doloroso con i mala in mundo chiama l’uomo all’estremo sforzo di dare risposta alle tre domande capitali che permeano il pensiero antitetico. La libertà che ha l’uomo di rispondere può «tradursi tanto nel “dominio della fede” come risposta metafisica, religiosa o poetica, quanto in “quello delle opere” come risposta morale, come volontà del bene, sacrificio, vocazione a donare se stessi per amore del prossimo».

In definitiva, facendo mie le riflessioni di Alberto Caracciolo, immagino che anche Tucidide e Lucrezio, l’uno quanto meno “scettico”, l’altro dichiarato acerrimo “nemico” della religione vista come semplice superstizione, abbiano – sul limitar dell’abisso del Male – lasciato aperta la porta allo spazio della Trascendenza, a un’invocazione di eternità che si spiega solo ammettendo che lo spazio di Dio è sempre presente e operoso nell’uomo. «È per quella presenza che l’uomo conosce, non i singoli mali, ma il male strutturale, la temporalità, la morte […]. Parlare dunque di religione come di un trascendentale costitutivo dell’uomo non è nulla di empio: significa solo andare alle radici di ciò che fa la grandezza e la miseria, le possibilità ultime di riuscita o di scacco di quest’essere…».

Remo Viazzi, nato a Genova il 7 maggio 1969, insegna lettere latino e greco nei Licei classici. Sotto l’ala protettrice di Gabriella Airaldi vedono la luce due saggi storici sulla Genova medievale editi da De Ferrari: La lunga crociata dei Genovesi (1097-1110), 2010 e Genova e Bisanzio nel XII secolo. Affari, famiglie, crociate, intrighi, 2019. Gli studi filosofici, invece, si devono alla collaborazione con Carlo Angelino: Tucidide – Platone. Natura e limiti della democrazia, il Nuovo Melangolo, 2008 e Pseudo Senofonte. Contro la democrazia. La Costituzione degli ateniesi, Le Mani, 2012.

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER
Non perderti le novità!
Mi iscrivo
Niente spam, promesso! Potrai comunque cancellarti in qualsiasi momento.
close-link