“La peste” di Albert Camus

La peste, Albert CamusLa peste è un «romanzo dello scrittore francese Albert Camus (1913-1960, premio Nobel per la letteratura 1957), pubblicato a Parigi nel 1947. L’Autore cominciò a concepirlo nel 1939, sotto l’influenza del Moby-Dick di Melville; ma andò maturandolo soprattutto attraverso le esperienze e le letture degli otto anni fra l’inizio della seconda guerra mondiale e l’immediato dopoguerra.

L’azione, narrata in terza persona dal dottor Rieux, si svolge a Orano, un luogo caro all’Autore e nello stesso tempo comune, non molto diverso da tanti altri. Camus ha scelto questo “luogo neutro per estenderne più facilmente le circostanze e il significato, universalizzandoli. Giacché, se La peste (per precisa dichiarazione dello stesso Autore) vuol rappresentare nel suo contenuto più evidente la lotta della Resistenza europea contro il nazifascismo, in realtà raffigura tutte le forme del male contro cui lotta l’uomo: finisce con l’“incarnare” la stessa condizione umana, la “prigione” in cui sì trova chiuso l’uomo. E la città d’Orano viene infatti chiusa, separata dal mondo, isolata, in seguito a un’epidemia di peste.

Alcuni dei suoi abitanti si adattano alla nuova situazione, altri si ostinano a non esaminare la realtà del flagello, pochi capiscono. La lotta comincia: ed è improba. Il dottor Rieux, il suo amico Tarrou, il modesto Grand, lo stesso Rambert che si è infine reso conto che la peste riguarda tutti, continuano una lotta sfibrante. L’epidemia aumenta ancora, diventa più mortale: non c’è nessuna speranza da parte di coloro che lottano. Ma il loro sforzo continua ugualmente. Ed ecco, incomprensibili, le prime guarigioni. La peste indietreggia; poi, lentamente, cessa. Tarrou morirà. Il dottor Rieux assisterà, dopo tanta solitudine, dopo tanto senso dell’esilio, alla gioia forte e confusa dei suoi concittadini, ansiosi di cancellare l’isolamento e la separazione. Ricomincia a circolare quel “calore umano” che fa tutto dimenticare, che fa trovare la pace cercata da Tarrou.

Cessa la testimonianza del cronista, che, secondo “la legge d’un cuore onesto”, ha preso deliberatamente “il partito della vittima”, unendosi ai suoi concittadini nelle sole certezze che con essi abbia in comune: l’amore, la sofferenza, l’esilio. Egli ha così voluto testimoniare in favore degli appestati, “per lasciare un ricordo della violenza e dell’ingiustizia fatte loro”, e per dire con semplicità ciò che s’impara in mezzo ai flagelli: “Che ci sono negli uomini più cose da ammirare che da disprezzare”. Egli ha voluto mostrare ciò che hanno compiuto, e che certo dovranno ancora compiere, “tutti gli uomini che, non potendo essere dei santi e rifiutando di accettare i flagelli, si sforzano tuttavia di essere dei medici”. Egli sa anche, però, che questa sua cronaca non può essere quella della vittoria definitiva, perché “il bacillo della peste non muore né sparisce mai”.

Il dramma terreno che Camus aveva individualmente descritto in Meursault si allarga nella Peste ad abbracciare la condizione stessa della collettività. In questa “cronaca”, inoltre, il provvisorio e il relativo vengono superati in modo duplice: sia attraverso l’aspirazione a una morale della solidarietà, della lucidità esigente ma umile, della comprensione; sia attraverso la creazione dell’opera d’arte, dove l’azione pratica e quella spirituale si fondono in una confessione pacata ma nata da sommovimenti profondi e da meditazioni continue. In essa (o attraverso essa) i problemi riguardanti il male, la natura, l’onore dell’uomo, Dio, l’amore alla vita, la separazione, l’esilio, la paura, la solitudine, il dialogo fra gli uomini, la loro felicità, la santità laica, l’amore individuale, infine, assurgono a miti creati fantasticamente e non solo logicamente, sì da essere i motivi dominanti e sempre ricorrenti di tutto il romanzo. Motivi, assai meno che problemi, perché tutti assorbiti nell’epicità piana con cui il narratore racconta il nascere, lo svilupparsi e l’esaurirsi di un flagello immane: quella peste che, col suo nome stesso, suscita immagini d’orrore, d’ineluttabilità cieca, di mistero, di violenza sorda e inaspettata, di casi comuni, di morte. E la sua minaccia ben si presta a essere precisata lentamente, attraverso particolari insignificanti dati come tali, ma che poco a poco, inesorabilmente, si accumulano.

Il narratore, senza mai alzare il tono, senza nessun rilievo apparente, giunge a mostrarci abilmente come gli oranesi prendano finalmente coscienza di un avvenimento insospettato, che, per la sua enormità, stentano ad accettare; e come poi vi si trovino immersi; e come poi lo combattano e, almeno provvisoriamente, lo vincano. Non c’è nessuna spinta apparente: neppure nei momenti più tragici e solenni, come quello della morte del bambino. Le frasi sono brevi, semplici; ma, susseguendosi senza interruzioni, senza pause, anche ripetendosi, diventano incalzanti. Il lettore penetra nei fatti, vi si trova dentro quasi, diremmo, da sé: l’invito dello scrittore rimane nascosto, privo di enfasi. Il suo metodo è quello di aggiungere sempre nuovi fatti, ritornandovi magari sopra, più tardi; è quello di tendere a ricondurre anche i momenti più emotivi a una semplice annotazione: sicché i vari particolari, tutti, vengono ad assumere un’importanza propria. Ed è questo che fa la sua forza.»

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