“La penna in mano. Per una storia della cultura manoscritta in età moderna” di Francesco Ascoli

Dott. Francesco Ascoli, Lei è autore del libro La penna in mano. Per una storia della cultura manoscritta in età moderna edito da Olschki: in un’epoca dominata dall’interconnessione e sempre più digitale, qual è il valore della scrittura a mano?
La penna in mano. Per una storia della cultura manoscritta in età moderna, Francesco AscoliIl valore è quello che la nostra civiltà sarà in grado di darle. La scrittura può essere considerata un termometro che misura, nella sua ottica specifica beninteso, il grado di civiltà e del funzionamento e del successo dell’organizzazione sociale. Come ha mostrato il filosofo Maurizio Ferraris non possiamo fare a meno di lasciare tracce; il punto è come possiamo misurare la qualità delle tracce che noi lasciamo? Nel mio testo ho inserito anche numerosi esempi presi dalla letteratura, perché ritengo che in tal modo la riflessione su questi temi sia passata con meno filtri ideologici e politici, attraverso poesie, filastrocche, diari…  Oggi non si contano più libri (e film, e serie TV) che parlano di manoscritti perduti, di biblioteche dal sapere antico, di copisti, di calligrafi…. Il digitale è come un vento che soffia sul mare: vediamo le onde ingigantirsi e incresparsi, ci spaventano le burrasche, e le nostre povere barche del sapere sembrano affondare, ma il fondo del mare è quello di sempre. Non bisogna lasciarsi impressionare, né fare del digitale un feticcio o un totem da adorare. La tecnologia è uno strumento al nostro servizio, e non viceversa.

In alcuni paesi come Finlandia e USA, l’insegnamento della scrittura a mano è stato assai ridimensionato, quando non del tutto abolito: quali sono i rischi le conseguenze di un tale processo?
Premesso che si tratta di un grossolano errore (anche se declinato con sfumature diverse; in Finlandia si è abolito il corsivo quindi significa che continuano ad insegnare lo script; anche qui da noi le maestre spesso optano per lo stampatello dimenticando completamente il corsivo) vorrei sottolineare che i rischi e le conseguenze non sono solo rappresentate dall’impoverimento dei tratti neurofisiologici, dalla mancanza di abilità fini e altro ancora come le neuroscienze ormai ci suggeriscono da diverso tempo,  ma anche, e secondo me soprattutto, dalla perdita di contatto con la materialità della scrittura e di ciò che la sua cultura rappresenta. In questo abbiamo ancora molto da imparare da paesi di altre culture, come quella araba, o quella orientale. La perdita è pertanto non solo una perdita di una abilità, di uno “skill” come direbbero gli americani o gli anglosassoni, ma anche una perdita culturale, antropologica. E sembra che ci stanno ripensando consce di aver fatto un passo troppo azzardato. Per quello ben vengano altre culture a mostrarci che la scrittura non è meramente una tecnica che è funzionale solo a produrre dei testi ma è in qualche modo uno specchio che riflette ciò che siamo e cosa pensiamo di noi stessi.

Cosa hanno rivelato le neuroscienze riguardo l’importanza e l’utilità della pratica della scrittura a mano?
Premesso che non sono un esperto di neuroscienze, penso che queste stiano gradualmente arrivando a giungere a considerazioni e conclusioni simili a quelle che accennavo prima. Credo che abbiano dato e diano un contributo di chiarezza sui meccanismi profondi della manoscrittura e possono fornire utilissime indicazioni sulla postura corretta, sulla prensione dello strumento, e come questi influiscono sul tratto, ma devono essere coniugate con situazioni contingenti e particolari reali e concrete, non studiate in laboratorio. Vi sono poi numerosi studi che cercano di misurare con precisione millimetrica tutti i movimenti che si compiono durante il gesto grafico con strumenti e modelli matematici (come la International Graphonomic Society per es.). Ma come al solito la questione è porsi le domande giuste. Che tipo di problemi dovrebbero risolvere o aiutare a risolvere questo genere di ricerca se la scrittura è considerata solo uno skill? Possono contribuire in maniera efficace ad una pedagogia della scrittura a mano o a risolvere problemi di disgrafie in  sempre maggior aumento, o servono invece a creare dei robot che scrivono a mano?

Assistiamo a un revival d’interesse verso la calligrafia e alla nascita di nuovi orientamenti come la grafoterapia: cosa rivelano tali tendenze?
Come ho accennato nel mio libro, certi fenomeni che sembrano di revival, o di ritorno al passato, indicano invece la sensazione che ci stiamo accorgendo di perdere qualcosa di prezioso, oltre che di bello e di utile. La sensazione della perdita del bello o comunque un ripensamento sui canoni estetici in cui la scrittura è sempre stata ai margini, rappresenta una nuova fase che considero estremamente positiva in una società; e il ritorno a scuole di calligrafia e il loro successo indicano una attenzione particolare che non possiamo ignorare o giudicare solo come moda o come ritorno al passato. Oggi poi assistiamo a fenomeni di ibridazione fra calligrafia (e all’interno della calligrafia, fra diverse forme e tradizioni della stessa), pittura, fotografia e arti visive in generale. Anche se siamo ancora all’inizio, alla ricerca di linguaggi e di confronti fra tecniche artistiche e tipologie di messaggi che si vogliono comunicare, stiamo per ricostruire una identità culturale che passa anche attraverso la scrittura. Non è poco. La scrittura sa essere persuasiva se mostrata in maniera efficace. Riguardo la grafoterapia, essa viene incontro ad una sentita esigenza sia dal comparto scolastico, sia anche come ausilio terapeutico in generale verso pazienti per i quali la scrittura (a mano) può rappresentare un valido aiuto e sostegno per un miglioramento della qualità di vita. Per ciò che attiene la questione delle disgrafie per es., nel mio testo ho dedicato dei paragrafi a questo argomento, per far capire che a volte, se non spesso, le disgrafie non sono vere e proprie disfunzioni da consegnare al medico, ma semplicemente l’esito di una non corretta igiene della scrittura, non certo per colpa dei maestri (che non sono formati su questi aspetti) e il cui recupero attraverso esercizi e metodologie particolari risulta facilmente raggiungibile e spesso di ampia soddisfazione per gli stessi allievi che hanno disturbi di questo tipo. Lo scrivere come terapia era consigliato come pratica di sopravvivenza nei lager nazisti; e il tenere un diario ha permesso, per fare un altro esempio classico citato nel libro, ad Anna Frank di affrontare anni di forzata segregazione. Il successo della scuola collaudata a suo tempo da Duccio Demetrio (autore di interessanti testi sull’argomento di cui consiglio vivamente la lettura) e che tuttora continua, forma specialisti nella scrittura diaristica e autobiografica e fornisce la prova della validità di questo genere di iniziative.

Quale statuto epistemologico è dunque necessario per la cultura scritta?
È proprio questo lo scopo del mio libro: fare in modo che lo studio della scrittura a mano rientri un dettato epistemologico sicuro e condiviso da tutti coloro che se ne occupano. Fino ad oggi, tutti coloro che si interessano di scrittura, lo fanno dal loro specifico punto di vista di studio ignorando i contributi di altre discipline e usando terminologie diverse e strumenti di indagine diverse. Questo è valido soprattutto per coloro che fanno ricerca storica o letteraria, rispetto a coloro che utilizzano la scrittura nel loro lavoro in senso proprio del termine (come i grafologi, i calligrafi e gli artisti in generale), ma anche a tutti coloro che, sui vari social, si affrettano a lanciare l’allarme e a ripetere, quasi in coro, che non bisogna abbandonare il corsivo e che bisogna continuare ad utilizzare la scrittura a mano ripetendo ciò che le neuroscienze hanno ampiamente dimostrato da diverso tempo, tuttavia senza aggiungere nulla al già detto. Alcuni pedagogisti, come Bruno Vertecchi di Roma ha cercato di fare di più, attraverso ricerche mirate e condotte con metodo scientifico, tuttora preziose; ed è raro nelle interviste trovare argomentazioni diverse o in aggiunta a quelle che ho citato prima. Soltanto in una di queste, al dott. Raffaele Morelli, in un programma radiofonico di RTL102.5, ho trovato qualcosa di diverso e di interessante. Nel mio testo ho cercato di comunicare il concetto che sia ora di creare una disciplina o una meta-disciplina che organizzi gli studi su questo tema in maniera coerente e strutturata. C’è la necessità di un sapere bene organizzato che tracci strade, indichi percorsi e sviluppi di ricerca, in cui possa esistere una comunicazione trasversale e interdisciplinare da una parte, e che al contempo salvi tutte le declinazioni e le specificità di ciascun episteme, senza considerarne uno più importante o decisivo di un altro o tutt’al più come un’appendice tutto sommato non strettamente necessaria al progresso della disciplina cui si fa riferimento.

Quale futuro, a Suo avviso, per la scrittura a mano?
Perché abbia un futuro, è necessario soprattutto che abbia un presente. Non occorre soltanto creare occasioni, manifestazioni ed eventi in cui la scrittura a mano è protagonista (occasioni che già sono presenti come il festival delle lettere, o un recente sondaggio per valorizzare la scrittura a mano e renderla patrimonio immateriale dell’Unesco); occorre anche lavorare affinché, per es., gli organi preposti alle compilazioni dei programmi per le scuole primarie e per le università che si occupano di formazione primaria si responsabilizzino e diano corso a iniziative presso i vari ministeri e organi competenti per fare i passi necessari, ma è altrettanto importante che queste non vengano considerate battaglie di retroguardia, o di semplice ritorno al passato e di controtendenza rispetto all’utilizzo di mezzi moderni come la Lim. È fuori questione tornare a insegnare la calligrafia formale nelle scuole primarie, ma è altrettanto indispensabile non solo insegnare una buona qualità di scrittura, ma anche far passare il concetto cui accennavo all’inizio della scrittura a mano come segno di civiltà, altrimenti, anche se riuscissimo nell’intento di inserire queste problematiche nei vari programmi, rimarrebbe sempre l’interrogativo che molti ragazzi ormai si pongono: “ma perché devo ancora scrivere a mano quando ho a disposizione pc, cellulari, tablet, programmi di dettatura al computer che poi riportano su Word …?” Non si può rispondere a questi interrogativi se non dopo una attenta riflessione di natura storica e antropologica e raffrontandoci anche con culture diverse dalle nostre. Sento la mancanza qui di una sorte di museo della scrittura inteso non come semplice contenitore di materiali di scrittura, ma come un viaggio nel variegato mondo di questa unica e preziosa attività umana, e di come è stata vissuta, percepita, utilizzata, da noi e nelle varie parti del mondo. Sarebbe un importante ausilio nella direzione di una maggiore comprensione del fenomeno “scrittura” nella sua complessità.

Francesco Ascoli (1949) ha studiato paleografia, grafologia, storia della calligrafia e pedagogia della scrittura. È uno storico della cultura scritta d’età moderna; ha creato una raccolta documentaria su questi temi attualmente conservata presso lo Scriptorium Foroiuliense di S. Daniele del Friuli (UD). È uno dei fondatori dell’Associazione Calligrafica Italiana (1991); ha pubblicato nel 1988, assieme a Giovanni De Faccio, Scrivere meglio e nel 2012 una storia della calligrafia italiana dal titolo “Dalla cancelleresca all’inglese” e ora La penna in mano per i tipi di Olschki. È stato anche iscritto al Collegio Lombardo dei Periti come esperto in manoscritti moderni. Conduce presso l’Università Cattolica di Milano laboratori di lingua e grammatica italiana.

NON PERDERTI LE NOVITÀ!
Iscriviti alla newsletter
Iscriviti
Niente spam, promesso! Potrai comunque cancellarti in qualsiasi momento.
close-link